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Life Style, Swim & Sound, la musica di marzo

di Roberto Voce

M(‘)arzo, son desto, a scrivere devo far presto! Sì perché, ancora pochi giorni e avrà luogo il 1° meeting organizzato dalla NuotoPiùrondelli5 Academy Asd di Giovanni “Long John” Franceschi, ex campione e primatista europeo nei 200 e 400 misti (2 ori vinti nella rassegna continentale ospitata nel 1983 dal Foro Italico), capace da agonista di conquistare, nell’arco di 11 anni, 41 titoli italiani individuali in 9 discipline differenti. Il  “Nuotopiù Swim Festival” – gli atleti, prima di salire sui blocchi, dovranno intonare un motivetto sanremese a scelta dell’edizione appena conclusa!!! – si terrà domenica prossima nella piscina di Bastia a Livorno. E se parli della città labronica non puoi, musicalmente, non soffermarti sull’affascinante figura del poliedrico (cantautore, attore, poeta) e dissacrante Bobo Rondelli, ex frontman degli Ottavo Padiglione (nome del reparto di psichiatria dell’ospedale di Livorno), band che nel ’93 si fece conoscere anche al di fuori dei confini regionali grazie al singolo “Ho picchiato la testa”. Col nuovo millennio ha inizio la carriera solista di Bobo Rondelli che nel 2002 pubblica “Disperati, intellettuali, ubriaconi”, album interamente prodotto ed arrangiato da Stefano Bollani. Più recentemente, grazie alla collaborazione con la brass band l’Orchestrino, ha visto la luce l’LP  “A Famous Local Singer”. Bobo Rondelli è anche scrittore (nel 2010 è stato ristampato il suo 1° libro “Compagni di sangue”) e attore. E non solo nel film documentario “L’uomo che aveva picchiato la testa” (2009) del concittadino Paolo Virzì, nato e cresciuto nel suo stesso quartiere popolare. Proprio il regista di “Ovosodo” lo vuole l’anno dopo, nei panni del bottegaio balbuziente Armando Mansani, in “La prima cosa bella”, il film – il 9° della sua carriera (18 nomination ai David di Donatello, 10 ai Nastri d’argento e candidato italiano all’Oscar 2011 per il miglior film straniero) – che lo vede tornare a girare nella sua città natale. In realtà Bobo Rondelli aveva già lavorato nel mondo del cinema apparendo la 1ª volta sul grande schermo, diretto da Carlo Barsotti, in “Un paradiso senza biliardo” (1991) accanto all’amico Paolo Migone. Nel 2000 l’exploit in “Sud Side Stori”, il musical di Roberta Torre premiato al Festival di Berlino – una rivisitazione di “Romeo e Giulietta” ambientata nella Palermo dei giorni nostri – di cui scrive, insieme a Pacifico, alcune musiche. Sua anche la colonna sonora del film “Andata e ritorno” (2001) in cui affianca un altro comico, Alessandro Paci, alla sua 1ª regia. L’anno dopo il cantante livornese reciterà invece ne “La brutta copia” del pratese Giovanni Veronesi.

Bobo Rondelli, oltre ad interpretare magnificamente la canzone “Guarda che luna” (1959) di Fred Buscaglione («… guarda che mare, da questa notte senza te dovrò restare, folle d’amore vorrei morire, mentre la luna di lassù mi sta a guardare… »), ne ha scritta anche Optical-dispersionuna propria citando il “romantico” satellite terrestre. Stiamo parlando di “Fino alla luna”, un pezzo contenuto nell’album “Figlio del nulla” (2001), il 1° da solista («… L’amore è qui per noi / e volano i giorni, via dall’oscurità / solo perdendomi, dentro i tuoi sogni / fino alla luna. Poi la luce del mattino / fa disegni contro il muro / e ci dice di vestirci / sarà forse un giorno duro / ma se torno e ci sei ancora / niente mi fa più paura…»). E la luna è tra i protagonisti incontrastati della scena musicale internazionale e non. C’è chi, come i Pink Floyd, ne ha esaltato il lato oscuro (come non citare in questa sede il loro epocale concept album “The Dark Side of the Moon” del 1973, una perla di rara bellezza entrata nel firmamento rock e lì destinata a restare per sempre, una pietra miliare considerata uno dei migliori album di tutti i tempi, capace di vendere ben 50 milioni di copie!), chi l’ha inserita nel nome del proprio gruppo. E’ il caso dei Lunapop, l’ex band di Cesare Cremonini salita alla ribalta grazie ad “una Vespa Special che ti toglie i problemi”. Formatisi nel 1999 per poi sciogliersi dopo soli 3 anni, i Lunapop con questo loro 1° singolo “50 Special” conquistarono subito il disco di platino. L’album “Squérez”, l’unico del gruppo, anticipato dal singolo “Un giorno migliore”, è il più venduto dell’anno in Italia.
Tanti i riconoscimenti per questa incredibile meteora della musica italiana tra cui il Telegatto come rivelazione dell’anno, oltre allaLuna vittoria del Festivalbar 2000 con “Qualcosa di grande”. La luna fa parte anche del nome, puramente poetico, senza un significato preciso, di un altro gruppo, i Tuxedomoon, band sperimentale (new wave) della California fondata nel 1977 non a caso da due studenti, polistrumentisti, di musica elettronica, Blaine L. Reininger e Steven Brown. I Tuxedomoon, per la loro importanza sulla scena locale sin dagli esordi, formavano, assieme ai Residents, ai Chrome e agli Mx-80, il cosiddetto ”Quadrato di San Francisco”. Di loro ricordo perfettamente la struggente “In a Manner of Speaking”, inserita nell’album “Holy Wars” del 1985, primo loro vero successo commerciale, e riarrangiata in chiave bossa nova dai Nouvelle Vague nell’omonimo esordio discografico del 2004. Da segnalare che i Tuxedomoon, considerati “il più europeo tra i gruppi americani”, decisero di trasferirsi nel Vecchio Continente (prima a Rotterdam e poi a Bruxelles) una volta saltata la tournée in patria con i Joy Division a seguito del suicidio del 24enne cantante Ian Curtis. Una morte questa avvenuta il 18 maggio del 1980, a 3 giorni dall’avvio del 1° tour americano della band post-punk/gothic rock inglese, sciolta dai restanti componenti che, rimasti orfani del proprio front-man, decisero di formare un altro storico gruppo dell’epoca, i New Order.

unnamed1“Luna” – singolo inserito nell’album dal titolo lunghissimo “… e in quel momento, entrando in un teatro vuoto, un pomeriggio vestito di bianco, mi tolgo la giacca, accendo le luci e sul palco m’invento…” – è, insieme a “Giulia” (1984), il più grande successo di Gianni Togni, che nulla ha a che vedere con la più famosa famiglia circense e che, nel 1980, si annoiava a guardare il mondo da un oblò: chissà cosa dovrebbe dire allora buona parte della nostra generazione, costretta a (soprav)vivere in monoloculi! Di (apparenti) minori pretese era la 28nne Fiordaliso che, in un brano scritto, tra gli altri, da Zucchero e presentato al Festival di Sanremo del 1984, sosteneva di accontentarsi di poco, di non voler mica la luna, ma soltanto “due ali di aliante per volare sempre più distante”… altro???!!! Per la cronaca quell’anno vinsero, tra i big, Al Bano e Romina Power con “Ci sarà” e, nella neonata sezione delle “Nuove proposte”, Eros Ramazzotti con “Terra promessa”. Passando invece all’edizione del 1991, chi non ricorda “Spunta la luna dal monte” («Tra volti di pietra, tra strade di fango, cercando la luna, cercando… ») con cui il compianto Pierangelo Bertoli (1942-2002) fece conoscere, al di fuori della Sardegna, i Tazenda, autori della versione originale della canzone “Disamparados” («In sos muntonarzos, sos disamparados, chirchende ricattu, chirchende, in mesu a sa zente, in mesu a s’istrada dimandende, sa vida s’ischidat pranghende. Bois fizus ‘e niunu, in sos annos irmenticados, tue n’dhas solu chimbantunu, ma paren’ chent’annos….Beni intonende unu dillu»)?!

Con la Luna c’è chi, come il francese Nicola Sirkis degli Indochine (2002), parla naturalmente, ma di nascosto al Sole e senza grande profitto («J’ai demandé à la lune, et le soleil ne le sait pas … si tu voulais encore de moi, elle m’a dit “J’ai pas l’habitude de m’occuper des cas comme ca”…»), chi, come Vasco Rossi nel 1988, esorta a farlo («… Guardala in faccia la realtà, è meno dura. Se c’è qualcosa che non ti va, dillo alla Luna…»), chi infine, come l’alien(at)o Caparezza del 2004, dalla Luna proviene per cantarci un inno alla tolleranza delle diversità («…“Torna al tuo paese, sei diverso!” Impossibile, vengo dall’Universo… Io non sono nero, io non sono bianco, io non sono attivo, io non sono stanco. Io non provengo da nazione alcuna, io sì, io vengo dalla Luna. Io non sono sano, io non sono pazzo, io non sono vero, io non sono falso. Io non ti porto iella né fortuna, io sì, ti porto sulla Luna… “Stupido, ti riempiamo di ninnoli da subito in cambio del tuo stato libero di suddito”. No, è una proposta inopportuna, tieniti la Terra, uomo, io voglio la Luna!…»).

“Man on the Moon” è il film di Miloš Forman (1999) che racconta la vita di Andy Kaufman, interpretato da Jim Carrey, e il cui titoloJim-Carrey-splendido-e-geniale-in-Man-on-the-Moon-di-Milos-Forman richiama una canzone dei Rem scritta proprio in memoria del trasgressivo comico statunitense famoso per la serie tv “Taxi” («… Andy Kaufman in the wrestling match / Yeah, yeah, yeah, yeah… Now, Andy did you hear about this one / Tell me, are you locked in the punch / Andy are you goofing on Elvis? Hey, baby / Are we losing touch / If you believed they put a man on the moon, man on the moon / If you believe there’s nothing up his sleeve, then nothing is cool… Mister Andy Kaufman’s gone wrestling / Yeah, yeah, yeah, yeah… »). Trattasi del 2° singolo estratto dall’album “Automatic for the People” (1992), ritenuto, a ragion veduta, uno dei migliori dischi pubblicati negli anni ’90 (17 milioni di copie vendute). Per la colonna sonora del film la band di Michael Stipe ha composto anche il brano originale “The Great Beyond”. Altro 2° singolo, in questo caso di “Reggatta de Blanc” dei Police (anticipato da una certa “Message in a bottle”!), è “Walking on the Moon”, una canzone che Sting scrisse nel 1979 mentre era ubriaco in una stanza d’albergo di Monaco di Baviera, canticchiando “Walking round the room”, successivamente modificato in “Walking on the Moon” per descrivere come ci si senta in assenza di gravità quando si è innamorati (“… Walking back from your house / Walking on the moon / Feet they hardly touch the ground / Walking on the moon…”). Sempre del 1979 è “E la Luna bussò”, uno dei primi esempi di reggae in Italia, tra più grossi successi commerciali (400.000 copie vendute) di Loredana Bertè assieme a “Sei bellissima” (1975; inizialmente pensata per Fausto Leali e provinata poi anche dalla sorella maggiore Mia Martini), “Non sono una signora”, scritta da Ivano Fossati e vincitrice del Festivalbar 1982, e “Mare d’inverno” (1983), con cui lancia un altro giovane cantautore, un certo Enrico Ruggeri! E “Luna”, con cui la Bertè partecipò alla kermesse sanremese nel 1997, è considerato da molti uno dei pezzi migliori della sua carriera.

Moonlight_Shadow_2_(Mike_Oldfield)E’ del 1983 “Moonlight shadow”, forse il più grande successo commerciale del compositore britannico Mike Oldfield, “un uomo solo e un’orchestra intera”. Polistrumentismo palesato sin dagli esordi come testimoniano gli oltre 20 diversi strumenti suonati 10 anni prima in “Tubular Bells”, album inaugurale della neonata casa discografica Virgin e uno dei più celebri dell’etichetta fondata dal produttore Richard Branson. Un LP che, oltre a restare in classifica in Inghilterra per ben 247 settimane, ottiene ovunque un enorme successo, a maggior ragione negli States in quanto tema principale nella colonna sonora del film “L’esorcista”, eseguito anche in occasione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra 2012. Tornando alla hit del 1983, la cui parte vocale è eseguita dalla scozzese Maggie Reilly (pare Oldfield avesse pensato per prima all’irlandese Enya), fonte d’ispirazione del brano sarebbe stato il film sul mago Houdini e non l’omicidio di John Lennon, come ipotizzato dai più.


Figlio della Luna. Si parla sempre di madre Terra, ma non è che il suo satellite sia stato a guardare. Almeno secondo alcunehqdefault leggende. Una di queste, riproposta musicalmente nel 1989 dai Mecano (gruppo pop madrileno composto dai fratelli Nacho e José María Cano e dalla cantante Ana Torroja), narra infatti di una splendida gitana che, in una serata luminosa e limpida, si recò su un monte per pregare la sorridente Signora della notte, “bianca ed alta nel ciel”, che governava sulla natura e su una Terra avvolta da un’interminabile notte, e implorarla di far tornare il suo amato. «Tu riavrai quell’uomo pelle scura con il suo perdono donna impura – acconsentì la Luna divenuta più cupa e fredda – però in cambio voglio che il tuo primo figlio venga a stare con me».Se da una parte «chi suo figlio immola per non stare sola non è degna di un re», dall’altra «Luna adesso sei madre, ma chi fece di te una donna non c’è, dimmi luna d’argento, come lo cullerai se le braccia non hai».Tutto andò come era stato concordato: l’amato «scuro come il fumo» tornò dalla donna e dalla loro unione nacque in primavera un bambino «con la pelle chiara, gli occhi di laguna come un figlio di luna». «Questo è un tradimento, lui non è mio figlio ed io no, non lo voglio». L’uomo disonorato, accecato dall’odio per l’umiliazione ricevuta, sfogò la sua ira uccidendo con un coltello la sua donna («II gitano folle di dolore, colto proprio al centro dell’onore, l’afferrò gridando, la baciò piangendo, poi la lama affondò»), «corse sopra al monte col bambino in braccio e lì lo abbandonò». La natura circostante osservò il terribile gesto; gli alberi, le foglie e il vento intonarono una melodia: un fruscio soave per interrompere il pianto del piccolo innocente. La Luna accorse al richiamo del figlio, scese sulla Terra e lo prese con sé divenendo madre premurosa («Se la luna piena poi diviene è perché il bambino dorme bene, ma se sta piangendo lei se lo trastulla, cala e poi si fa culla»). La Luna fece crescere il figlio forte e luminoso finché non brillò di luce propria, una luce che scaldò il Mondo ponendo fine all’eterna notte che lo avvolgeva. Fama ben diversa, rispetto alla leggenda popolare spagnola, è quella del figlio della Luna protagonista di un mito Fon (che ne parli proprio io è il colmo!) del Benin, che non è un rione di Genova! Il mito in questione spiega l’origine del mondo e il ruolo di astri ed agenti atmosferici partendo dal complicato rapporto tra la madre Luna Mawu e il figlio Legba, indispettito dal fatto che la gente andava a ringraziare Mawu per gli ottimi gesti da lui compiuti, mentre se la prendeva con lui per i brutti accadimenti. Legba, per vendicarsi, fece passare la madre per una ladra agli occhi della gente. Mawu, umiliata, abbandonò la Terra salendo in cielo, ma a pochi metri di distanza per controllare e rimproverare il figlio. Ma quando Legba tramò un altro brutto scherzo alla madre Luna, questa salì definitivamente in alto portandosi dietro anche il cielo.

1421803353_10862514_773276639387651_9131030072831930228_oConcerti. Sempre restando in tema, al Teatro della Luna di Assago (MI) si terrà il prossimo 20 marzo la tribute night “A touch of Grace” dedicata al genio, troppo prematuramente scomparso,di Jeff Buckley. Sul palco, oltre allo special guest Gary Lucas (uno dei migliori chitarristi elettrici in circolazione, co-autore delle sue due canzoni “Mojo Pin” e “Grace”) e allo “Zenzero Ensemble” (coro di 40 elementi diretto da Mauro Penacca), Alessio Franchini (voce), Alessio Macchia (basso), Andrea Spinetti (batteria) e Andy Paoli (chitarra).

Note… dolenti. E’ morto lo scorso 25 gennaio il 68enne cantante e bassista greco degli “Aphrodite’s Child” – gruppo di cui faceva parte1341150866_616x350 anche il tastierista, e futuro mago delle colonne sonore, Vangelis Papathanassiou – (Artemios Ventouris) “Demis” Roussos. Solista nel coro della chiesa bizantina di Alessandria d’Egitto, giusto per comprenderne la potenza della sua “delicata” voce, fu artefice con la sua band ellenica, tra il 1968 e il 1972, di alcune hit internazionali come “It’s Five O’clock”, “End of the World”, “Spring, Summer, Winter and Fall” e soprattutto la bellissima “Rain and Tears” (adattamento in chiave pop del seicentesco “Canone in re maggiore” dell’abate tedesco Johann Pachelbel), oltre che di un doppio vinile “666”, ritenuto dai più un capolavoro, messo sul mercato, per il suo diabolico riferimento, solo ad avvenuto scioglimento del gruppo. Da sottolineare anche la carriera solista di Roussos che lo portò subito a vincere il Festivalbar con “We shall dance” (1971) e a raggiungere la vetta delle classifiche di mezzo mondo con “Forever and Ever” (1973).

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