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Reportage: viaggio nel mondo del Doping, il ruolo dei medici

Una chiacchierata chiarificatrice con il Dottor Gustavo Savino, specialista in Medicina dello sport e Farmacologia clinica (Centro Regionale Antidoping dell’Emilia-Romagna, AUSL di Modena).

Siamo al quinto e ultimo appuntamento dei reportage di Corsia4 in materia Doping.

Ed eccoci ad affrontare una questione davvero spinosa.. il ruolo e le responsabilità dei medici rispetto al doping.

Rispetto ai medici che seguono in maniera “professionale” gli atleti che fanno uso di sostanze dopanti, cosa si potrebbe fare per limitarne la diffusione anche pensando ai colleghi onesti che non si vogliono piegare al ricatto del doping?

Come isolare i medici che si “vendono” al doping quando il loro mandato di medici richiederebbe tutt’altri comportamenti?

Come si vivono da medico onesto queste situazioni? E poi secondo te, cosa spinge questi “medici” a passare al lato oscuro dello sport oltre all’avidità di denaro?

È innegabile che ci siano medici “venduti” al doping, i quali lavorano non per la salute degli atleti ma esattamente per l’opposto. Prevale in questi soggetti la sete di denaro.

Leggevo di Armstrong (Lance Armstrong, ciclista) e delle cifre che ogni sei mesi versava al suo medico dopante di fiducia e si tratta di cifre da capogiro! Quindi secondo me prima di tutto c’è il fattore denaro. Poi c’è anche il fatto di diventare ricercati (scusate il gioco di parole, N.d.R.) dagli atleti favorevoli al doping, dato che da soli non riuscirebbero a gestire i delicati (e pericolosi, N.d.R.) equilibri che il doping richiede. E si innesca così un circolo vizioso.

Secondo te, quale è il ruolo dei medici in questo circolo vizioso, come lo hai chiamato?

Quando vedo e ascolto le interviste agli atleti trovati positivi ai controlli anti-doping non credo mai al fatto che gli atleti riescano a fare tutto da soli (come spesso invece dichiarano o viene fatto loro dichiarare, N.d.R.).

Forse non tutti i medici forniscono direttamente le sostanze dopanti agli atleti (o sono complici in qualche altro modo), ma se un medico conosce bene gli atleti che segue e questi iniziano a doparsi, con conseguenti netti miglioramenti nei tempi sportivi o non è un bravo medico o non conosce bene gli atleti che segue oppure è complice in qualche maniera (vuoi anche “solo” per omertà, N.d.R.).

So che questa mia affermazione potrà risultare pesante per qualcuno, ma quando si fa il medico di una squadra o di uno o più atleti, prima di tutto bisogna conoscere gli atleti ed è necessario sapere: le caratteristiche di ogni atleta, le sue caratteristiche e le sue possibilità. Ovvero di ogni atleta un bravo medico dello sport deve conoscere le stesse cose del preparatore atletico o sportivo e dell’allenatore, con i quali ci deve essere un rapporto diretto e trasparente. In questo modo il medico è a conoscenza delle tecniche di allenamento e di preparazione e sulla base di ciò, se improvvisamente l’atleta migliora nettamente sugli stessi percorsi/stesse distanze ma nei mesi non sono cambiate le tecniche di allenamento, allora se sono un bravo medico non posso non accorgermi che c’è qualcosa sotto! Quindi sarà necessario andare a indagare da cosa sono provocati questi miglioramenti. Diventa evidente che come medico devo conoscere le potenzialità degli atleti!

Alcune vicende mi hanno purtroppo dato ragione, e ripeto, non credo che gli atleti possano fare tutto da soli! Anche solo per le conoscenze mediche e farmacologiche che sono necessarie per gestire il doping! Ricordiamo che si tratta di sostanze che agiscono in modo complesso sul fisico.

Certo, a livello amatoriale ci sono i “cani sciolti” che si dopano per “sentito dire”, magari affidandosi al gestore della palestra, però si tratta di soggetti non soggetti al controllo anti-doping (e infatti molto spesso muoiono e se ne sa poco o nulla!). In caso di un atleta agonista soprattutto se di alto livello deve sapere quando assumere una determinata sostanza e con quale dosaggio per eludere i controlli anti-doping. Infatti molti atleti vengono “scovati” grazie ai controlli anti-doping a sorpresa ma in gara non si tratta di una sorpresa.

Ma anche in questo campo vale la regola del “passaparola”, per la quale se sei bravo tutti ti cercano?

Esatto! C’è un circuito sotterraneo che atleti, allenatori e dirigenti conoscono attraverso il quale ci si reca dallo specialista di turno con competenza totale della materia doping, per ottenere l’alta prestazione tanto agognata (con tanto di previsione di miglioramento o di prestazione assoluta!). Per capire dove può arrivare un atleta assumendo quella sostanza con quel dosaggio e a quali prestazioni può ambire a volte si fanno anche studi sugli atleti!
Se questi medici impiegassero le loro competenze e le loro intelligenze (che sono elevatissime) per contrastare il doping avremmo tutti un beneficio enorme, mentre invece così come sono impiegate portano solo danni per tutto lo sport.

Vi faccio un esempio. I ciclisti per poter partire in una gara devono avere il valore dell’ematocrito sotto il 51%. Un medico che ho conosciuto, che faceva le analisi prima di una gara ciclistica importante, ha riscontrato che in alcune squadre TUTTI gli atleti presentavano un valore di ematocrito di 49.8%. Ora statisticamente questo dato è impossibile. Molto più probabilmente possiamo ipotizzare che ci sia una supervisione molto attenta per fare in modo da tenere questo valore sotto controllo e permettere a tutti gli atleti di gareggiare.

Poi magari sono io che penso male, ma secondo me c’è una collusione dello staff rispetto all’atleta. E il primo motore che muove questo circolo vizioso è il denaro: più sei bravo a dopare più soldi prendi. Il medico che segue un atleta “limitandosi” a mantenerlo in salute prende molto meno.

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Parliamo delle sanzioni agli staff (medici, allenatori, preparatori). Esistono ma vengono applicate raramente. Vorrei capire meglio questa cosa.

Quando si parla di doping e di sanzioni si parla sempre e solo dell’atleta. Ma se si cominciasse a parlare delle sanzioni che dovrebbero essere comminate agli staff (medici, allenatori, preparatori) che spesso sanno tutto (e sono le menti di queste situazioni, N.d.R.) non sarebbe male. Invece se ne parla poco e le sanzioni vengono applicate ancora meno.

In ambito internazionale la WADA punisce sicuramente l’atleta, ritenendolo responsabile della propria salute (con la sanzione e con la squalifica). Invece in Italia abbiamo a disposizione una legge molto ben fatta: la legge 376/2000.
Questa legge coinvolge nella sanzione, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista penale anche chi favorisce l’uso di sostanze dopanti o chi copre l’utilizzatore.

Art. 9. (Disposizioni penali)
1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da lire 5 milioni a lire 100 milioni chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l’utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, ricompresi nelle classi previste all’articolo 2, comma 1, che non siano giustificati da condizioni patologiche e siano idonei a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ovvero siano diretti a modificare i risultati dei controlli sull’uso di tali farmaci o sostanze).

Inoltre questa legge prevede l’aggravante nel caso in cui chi favorisce o copre sia una federazione sportiva o faccia parte dello staff sanitario.

Art. 9.(Disposizioni penali)
3. La pena di cui ai commi 1 e 2 è aumentata:
a) se dal fatto deriva un danno per la salute;
b) se il fatto è commesso nei confronti di un minorenne;
c) se il fatto è commesso da un componente o da un dipendente del CONI ovvero di una federazione sportiva nazionale, di una società, di un’associazione o di un ente riconosciuti dal CONI.

4. Se il fatto è commesso da chi esercita una professione sanitaria, alla condanna consegue l’interdizione temporanea dall’esercizio della professione.

5. Nel caso previsto dal comma 3, lettera c), alla condanna consegue l’interdizione permanente dagli uffici direttivi del CONI, delle federazioni sportive nazionali, società, associazioni ed enti di promozione riconosciuti dal CONI.

Il problema di questa legge (che è scritta molto bene) sono le procure, le quali sono purtroppo sommerse di provvedimenti che si protraggono da anni, facendo spesso scadere i tempi di perseguibilità di questi reati “minori”. Molto spesso i processi per doping vanno in prescrizione. Mi rendo conto che ci sono problemi più gravi in questo Paese, ma se si desse un bel colpo a chi favorisce l’uso di queste sostanze forse potrebbe servire da deterrente per dimostrare che si può reagire contro queste persone (e questi comportamenti, N.d.R.).

Parliamo del rovescio della medaglia… cosa ne pensi degli atleti scagionati perché dopati, a quanto pare a loro totale insaputa, solo ed esclusivamente dai medici? Vedi il recente caso Park…

Il discorso a loro totale insaputa mi sembra strano… certo, se un atleta si fida ciecamente del proprio medico forse non si informa come dovrebbe rispetto alle sostanze che questi gli somministra. Ma ricordiamo che per il codice della WADA l’unico responsabile della propria salute è l’atleta stesso! Questo significa che ogni atleta ha il dovere di informarsi e chiedere spiegazioni per ogni sostanza che gli viene proposta! Quindi diciamo che non credo più quando leggo “a sua insaputa”… anche perché stiamo parlando di atleti di altissimo livello e di una certa età!

Fino a qualche tempo fa in effetti si aveva la totale supremazia del medico, del preparatore atletico e dell’allenatore, i quali “obbligavano” gli atleti prendere qualsiasi sostanza davvero a loro insaputa e a volte pena l’esclusione dalla squadra o dalla competizione! Certo, dobbiamo considerare che in alcuni Stati la politica ha ancora grandi ingerenze nello sport e che bisogna sempre conoscere bene il singolo caso specifico… insomma ci sono tante variabili da considerare, ma i tempi sono cambiati (almeno nella maggior parte degli Stati moderni…).

Adesso c’è più consapevolezza da parte degli atleti, i quali hanno a disposizione anche internet per informarsi! Inoltre io ritengo sia giusto che l’atleta si informi bene riguardo ai rischi per la salute derivanti dall’assunzione di qualsiasi sostanza (non solo quelle potenzialmente dopanti) e non si limiti ad essere uno strumento di vittoria nelle mani del medico e dell’allenatore! Insomma io credo siano necessari un totale rispetto e una totale trasparenza da parte di tutti i soggetti coinvolti!

Secondo me possiamo considerare incredibili entrambe le situazioni: quella del medico all’oscuro di tutto ciò che fa l’atleta cosi come quella dell’atleta che ignora cosa gli sta somministrando il medico!

L’Italia è una delle pochissime nazioni che vieta l’utilizzo della camera ipobarica e la considera pratica dopante. In quasi tutto il resto del mondo invece è adottata.

In questo particolare caso, cosa ha visto l’Italia che gli altri Paesi non hanno visto per considerare la camere ipobarica pratica dopante? E la comunità scientifica come si esprime a questo proposito?

Io sono d’accordo con chi la vieta perché si è fatto un ragionamento a mio avviso corretto sulla fisiologia. Inoltre dietro il ragionamento scientifico ci sono state considerazioni di ordine etico e di professionalità dell’allenamento.

Se voglio ottenere gli effetti dell’allenamento in altura devo portare l’organismo ad abituarsi lentamente agli effetti della rarefazione dell’aria che con l’utilizzo della camera ipobarica vengono solamente simulati, ma non si possono replicare alla perfezione, con alcuni rischi per la salute (seppur minimi).

Invece dal punto di vista etico: il fatto di portare la squadra ad allenarsi in un determinato luogo (o ambiente) in altura crea tutta una serie di condizioni che in questo caso non possono assolutamente venir replicate dall’utilizzo ella camera ipobarica. Si tratta di rispettare la fisiologia dell’allenamento in altura (mentre nella camera ipobarica non ci si allena!).

Inoltre il fatto di allenarsi tutti insieme come squadra in un determinato luogo fortifica i rapporti all’interno della squadra (e sarebbe ben differente portare tutta la squadra all’interno della stessa camera ipobarica!).

Mettere a dormire un atleta sotto una camera ipobarica significa privare quell’atleta di una componente fondamentale del suo allenamento e non è né fisiologico né etico nei confronti dell’atleta.

Ovviamente nulla nel doping è etico; l’utilizzo della camera ipobarica, più che doping lo considero una “scorrettezza”, una “scorciatoia” che pone poca attenzione sia alle esigenze fisiologiche del corpo sia del concetto di sport (e di atleta).

Dal punto di vista dei risultati che si possono ottenere ci sono effettive differenze tra l’utilizzo della camera ipobarica e l’allenamento in altura? Intendo dal punto di vista fisiologico.

Per quello che ne so, no, non ci sono molte differenze. Anche perché adesso le camere ipobariche sono iper-specializzate. Quelle di prima si attivavano per un certo periodo e poi improvvisamente smettevano di funzionare, con il risultato di catapultare il corpo da diciamo 1200 m slm a livello del mare in pochissimi istanti (con i problemi che ne potevano derivare), mentre adesso sono così sofisticate da simulare una lenta discesa (quindi il ritorno a livello del mare avviene in ore).

La differenza reale si limita all’aspetto della differenza di temperatura che nella camera ipobarica non è possibile ricreare (al momento, N.d.R.). Questo non è un particolare di poco conto perché anche il gradiente termico che il corpo vive nella salita e nella discesa attiva reazioni biochimiche importanti nell’allenamento in altura e che nella camera ipobarica non possono ancora una volta essere ricreate (ricordiamo che man mano che la temperatura dell’aria si abbassa, si attiva la vasocostrizione, mentre all’aumentare della temperatura si attiva la vasodilatazione). Questi meccanismi possono favorire un adattamento fisiologico migliore alle condizioni di rarefazione dell’aria. Possiamo dire che si tratta di un approccio mentale differente. Nel caso dell’allenamento in altura l’atleta fa materialmente la fatica di compiere l’allenamento in condizioni differenti (educazione alla fatica) mentre nella camera ipobarica no (educazione alle scorciatoie).

 

E con questa puntata si chiude la nostra intervista al dottor Gustavo Savino, che ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato e la chiarezza delle sue risposte!

Un grande grazie anche a tutte le persone che hanno seguito questo reportage!

Auguro a tutti i lettori di Corsia4 un buon 2017!

(Foto copertina: )

About The Author

Laura Vergani

Appassionata di acqua salata da sempre, accanita lettrice di libri rigorosamente cartacei, curiosa delle leggi che regolano i fenomeni naturali, sostenitrice delle evidenze scientifiche, spirito libero. E a tempo perso mogliedibierre.

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