Ogni nuotatore è un po’ folle, ore e ore a inseguire una linea sul fondo che si ripete nell’illusione che alla fine porti a un tesoro.

In acque libere ancora più follia. Mari, laghi, fiumi, canali… OPEN WATER, semplicemente.

Ogni cosa si possa attraversare o circumnavigare.

È qui che nasce la voglia di superare un ostacolo tra i più duri che mi siano mai capitati… l’Oceanman del Lago d’Orta, prima tappa italiana della stagione (la seconda sarà in ottobre a Polignano a Mare) gara che prevede o la distanza popular da 1.3 km, la media (4.5 km con partenza dall’isola di Orta San Giulio) o… la lunga, la regina.

La quattordici chilometri.

Non riesco nemmeno a dirlo mentre clicco il pulsante dell’iscrizione. Unico obbiettivo: finirla degnamente.

di Eleonora Fogliacco

Una gara del genere si prepara sotto ogni aspetto, se vacilla anche solo una delle nostre convinzioni siamo fregati, ci vuole una buona condizione fisica e mentale, è fondamentale.

Dopo mesi di preparazione e di allenamenti provi ad arrivare calmo e rilassato alla partenza ma, vuoi un po’ il temporale e la tempesta della notte prima, e anche dei lampi che ancora si abbattono sul lago, mantenere la calma è praticamente impossibile.

Salgo sul battello insieme alle persone care, assieme agli amici ma soprattutto al mio compagno che come me condivide chilometri e acque libere. Perché essere folli in due è sempre più bello.

Ogni istante penso: e se non ce la faccio a finirla? E se il mio corpo non riesce a portare a termine la gara? Se la mia testa decide che non posso più andare avanti? E se mi viene male da qualche parte e non riesco più a nuotare?

Ogni istante ho il terrore.

Davvero, ho il terrore.

La traversata del lago dall’arrivo alla partenza è il riscaldamento vero della gara, è talmente lunga che non capisci se sei al mare e stai facendo il giro del mondo in battello oppure se sei ancora sul lago. Ti sembra una strada infinita, impervia e impossibile da completare!

E invece.

In 4 ore e 8 minuti torni al punto di partenza.

Passi il tappeto che decreta la fine della tua gara barcollando e non capendo niente.

Ce l’ho fatta.

From Omegna to Lido di Gozzano.

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Ho pianto a 30 secondi dall’inizio della gara e ho pianto a 30 secondi dall’arrivo, ho cantato la stessa canzone in testa per ore e ore inventandomi tutte le parole, ho condotto i primi 9 km egregiamente, pensando di essere fortissima e gli ultimi 5… sono stata sul punto di mollare tutto e attaccarmi a una riva.

La fatica è talmente tanta che non sento più le braccia, le gambe, nemmeno più la testa, mi fa male tutto e non so come potrò arrivare alla fine. Mi chiedo chi mai sarà quello a fianco e se anche lui sta male come me, cerco di capire dove mi trovo, quanto ho nuotato, che ore sono, ma presto la lucidità la perdo e penso solo che prima o poi quelle stramaledette boe arancioni finiranno.

Finiranno?

Mi entusiasmo perché al primo feed point (che non faccio… se fermo le braccia per qualche minuto in attesa della mia sacca coi gel non sono sicura di riuscire a ripartire) incrocio un amico che mi accompagna per un tratto e che poi perdo al secondo feed point (che non faccio…) scambiandolo per un russo… maledizione!

Incontrare nel momento più duro un viso conosciuto è stata una sensazione talmente piacevole che nuotando ho sorriso per un chilometro.

Non ero più sola.

Anche quando credevo che fosse il russo!

So che il mio compagno è davanti a me di almeno una mezz’ora e so che è preoccupato ma che crede in me.

Si starà chiedendo quanta fatica io stia provando, ma io non lo deludo di certo.

Almeno non fino a quando avrò energie per far girare le braccia anche se non spingo più quasi nulla.

E nuoto, lo faccio per me, lo faccio per lui, lo faccio per le sfide con me stessa, per amore, per orgoglio.

Gli ultimi chilometri sono devastanti. Non solo perché il mio corpo non ce la fa più. Ma perché ora è il momento di far entrare in gioco la testa e non sai mai cosa può succedere.

Mi sembra che l’isolotto che segna gli ultimi 4.5 km di gara sia sempre nello stesso punto e che ogni bracciata io proceda di un centimetro. Ma a quel punto son talmente affamata e vogliosa di arrivare che ormai non mi fermerebbe niente. A costo di finirla solo con le gambe.

Ma la verità è che la finisco con il cuore.
Con il corpo.
Con la testa.

Si, ho finito la mia QUATTORDICI km a nuoto.

L’esperienza sportiva più forte della mia vita.

E se pensate che sia impossibile, mettetevi in gioco, e provateci anche voi.

Giuro che è faticoso, ma ne vale la pena.

Never do less than your best.

Foto: C. Bellosta | Oceanman Italia | Facebook