Non esiste pesce fuor d’acqua più fuor d’acqua del nuotatore master al tempo della quarantena.

La chiusura delle piscine penalizza significativamente un pubblico vasto e variegato: i teneri infanti dei corsi di avviamento all’acquaticità, gli scalpitanti ragazzini delle scuole nuoto, le compassate “sciure” devote all’acquagym, i giovani e straripanti atleti dell’agonismo e del preagonismo, la scintillante élite di olimpionici e aspiranti tali, i metodici triatleti, i tosti pallanuotisti, i funambolici tuffatori, le aggraziate sincronette, i meritevoli amatori del nuoto libero…

Tutte categorie costrette all’immobilità forzata e ai relativi patimenti.

Ma il disagio dei nuotatori master privati dell’elemento liquido aromatizzato al cloro, entro il quale ritrovano ed esprimono sé stessi, ha una sua peculiare unicità.

di Ugo Somigliana

Il nuotatore master è dedito a un’attività sportiva tra le più “pesanti”, istigato da un inspiegabile miscuglio di filosofia di vita, inclinazione alla disciplina, vocazione alla sofferenza, attitudine al cimento, ambizione ai conseguimenti d’eccellenza, tensione all’automiglioramento, ideale fisico, realizzazione spirituale, sublimazione psicologica.

Raggiunta l’età in cui, passati gli anni ruggenti, il corpo e la mente cominciano a lanciare inequivocabili messaggi sulla necessità di alzare saggiamente il piede dall’acceleratore e iniziare a prenderla un po’ comoda, loro invece si proiettano caparbi in direzione ostinata e contraria e scelgono liberamente di fiondarsi in una routine fatta di mortali serie in VO2, esiziali picchi di lattato, fatali ripetute massimali a 4’30”, disgraziati riscaldamenti all’alba in piscine trasformatesi in tonnare, gare micidialmente rischiose per il morale e l’autostima con la mortificante controprestazione sempre lì in agguato a ricordare che il nuoto competitivo è roba d’elezione per la meglio gioventù, e non già per la traballante maturità di chi naviga negli -anta.

Per sopravvivere indenne a questa ordalia, che si ripete ad ogni allenamento e ad ogni gara, e trarne inopinatamente diletto e giovamento, il master deve avere il nuoto radicato in profondità nel cuore, nella testa e nel corpo. Già logorato dai molteplici impegni lavorativi e famigliari, sballottato a destra e a manca dai marosi dell’esistenza adulta come fragile zattera nel procelloso oceano, arrivato a sera deve tappare le fischianti orecchie alle suadenti sirene del divano che lo chiamano morbide e accoglienti al riposo del guerriero, per rimettersi invece totalmente in gioco recandosi incontro ad un allenamento che nella migliore delle ipotesi lo vedrà rientrare a tarda sera con la vitalità e il colore in faccia dello zerbino lì in ingresso.

Quanto più il master deve andare contro le circostanze e gli eventi per coltivare la sua grande e totalitaria passione, tanto più questa lo pervade in profondità, e quindi tanto più gli costa sacrificio astenersene forzatamente come nelle settimane che stiamo trascorrendo confinati in casa.

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Si diffonde veloce una celeste nostalgia di tutto: delle ciance coi compagni di squadra in spogliatoio, che come la livella di Totò azzera le differenze della vita in abiti civili e ci consegna democraticamente in costume alle corsie; dell’odore inebriante del cloro, vero e unico doping cui non abbiamo desiderio di sottrarci, e del sapore acre della fatica che prima maledicevamo cordialmente, e adesso rimpiangiamo amaramente chiamandola sorella come la luna di San Francesco; dell’acqua che scorrendo addosso ci regala un massaggio tonificante che nessuna spa di lusso.

Dell’ossigeno che fluisce copioso nelle vene, pompato dai polmoni temprati da mesi e anni di assidui allenamenti; dell’assordante rimbombo della piscina e delle tonitruanti urla dell’allenatore (spesso per sovrastare il rimbombo anzidetto, ma a volte invece proprio per farsi dare decentemente retta); del tempo relativisticamente troppo lento quando vai veloce durante le serie in C2, e troppo veloce quando sei fermo durante le pause lampo, sempre insufficienti concesse tra una ripartenza e l’altra.

Lasciati di punto in bianco orfani di tutto ciò, i master sbandano vistosamente: sappiamo di gente incriccata e piena di dolori per eccesso di giacenza su letti e sofà, abbiamo visto fantozziani personaggi eseguire la track start sul wc di casa, nuotare sul materasso, nell’Adige inseguiti dalla polizia, nelle piscine gonfiabili legati a un palo, nelle pozzanghere controcorrente.

Arrampicarsi sulle inferriate del salotto come l’Uomo Ragno per fare le trazioni, o appendersi alla doccia pericolante con lo stesso bislacco e censurabile proposito; fabbricare bilancieri artigianali con manici di scopa e fardelli di bottiglie d’acqua, sdraiarsi desolati sul divano indossando pinne e boccaglio, sospendersi a paranchi allestiti nel salotto per dimenare braccia e gambe a simulare le perdute bracciate dei bei dì che furono, di cui l’assalse il sovvenir.

Col patema di ingrassare, il frigorifero è diventato area off-limit nucleare, come Chernobyl, e lo specchio delle brame in camera da letto viene scrutato di sbieco con lo sguardo torvo di chi cerca, sperando di non trovarlo, il primo minimo accenno di appesantimento sul six-pack.

Nonostante l’ingegno e la buona volontà, tuttavia, è difficile escogitare soluzioni alternative per svolgere quell’attività aerobica così fondamentale nello sport che pratichiamo, e che così peculiarmente ci distingue.

Se per un agonista ogni giorno di allenamento perso si recupera in tre, per un master, magari di quelli già più avanti negli anni, i tempi di ripristino della condizione ottimale si allungano inesorabilmente, peraltro nutrendo il non inverosimile timore che quanto viene lasciato indietro ad una certa età, non potrà più essere ripreso.

Il nuotatore master è un pesce nell’acqua, e pertanto il nuotatore master fuori dall’acqua è un pesce fuori dall’acqua (cit. Jacques de Lapalisse) e come tale boccheggia stordito e disadattato in sommo grado.

Ma questo nuoto che amiamo senza ritegno ci ha addestrati alla gloriosa virtù della resilienza, e pertanto noi resisteremo, terremo duro, non molleremo fino a quando sarà data luce verde all’agognata riapertura degli impianti, pronti a rituffarci incorreggibili e bramosi di riprendere il discorso da dove si era interrotto, come nel reame della Bella Addormentata, quasi nulla fosse successo e si fosse usciti dalla vasca il giorno prima… più o meno insomma!

Foto: Fabio Cetti | Corsia4