Panta rhei, diceva Eraclito, e l’idea che tutto scorra ben si addice alla natura del liquido che da sempre ci accoglie ed ospita le nostre gesta atletiche, e quindi all’esperienza quotidiana di noi stessi nuotatori.

E dunque scorre, e se Dio vuole è infine scorso anche il tempo infausto della quarantena, e i giorni e le settimane che abbiamo attraversato nell’inattività forzata sono giunti a conclusione.

Riaprono le piscine, destreggiandosi encomiabilmente fra disparati ostacoli e difficoltà economiche e organizzative, e si concretizza quel momento che ha illuminato come faro nelle tenebre i sogni di ciascuno di noialtri costretti ad un’astinente vita senza cloro, esordiente, agonista o master che fosse: la ripresa degli allenamenti.

di Ugo Somigliana

Con tutta evidenza, la circostanza ha una sua sacrale dimensione non paragonabile al ritorno in vasca di ogni anno al termine delle vacanze.

Chi ama il nostro sport, e i master sono gli amanti più fedeli (almeno in questo contesto…), non cessa di macinare bracciate durante il riposo estivo, mantenendo un livello quanto meno base di attitudine alla disciplina.

Stavolta invece è assai diverso. Per quasi tre mesi siamo rimasti completamente a secco, cosa che a tanti di noi non è mai capitata in un’esistenza intera; e la sfida che ci attende è del tutto inedita e coi veri crismi dell’eccezionalità.

Ci troviamo a fronteggiare un profondo reset del nostro corpo, che ha essenzialmente smarrito i peculiari adattamenti e le assuefazioni di tipo fisico e stilistico che consentono di spostarsi decentemente in acqua. Abbiamo cessato l’attività a febbraio, subito all’indomani dei campionati regionali e quindi al top della condizione, quando si nuota sul velluto filando via veloci senza far fatica; quale contrasto più marcato col presente, in cui ci rituffiamo con la sensazione straniante di non essere più noi.

Anni di maniacali esercizi di tecnica, di parossistica ottimizzazione del più minimo dettaglio su come entra la mano, come recupera il gomito e via dicendo sono andati miseramente in fumo. “Prima” procedevamo maestosi con mezza testa e mezza schiena in emersione, e adesso invece finisce tutto sotto, come i piombi delle lenze, e in questo mare sopra noi richiuso il naufragar non ci é dolce in alcun modo.

Scopriamo con sbigottimento che esiste un insospettabile e recondito manipolo di muscoletti e tendinini disseminati nei posti più impensati di collo, spalle e schiena, che andando in giro normalmente languono nel disuso, e che invece qui sono fondamentali per far muovere correttamente gli arti, che infatti arrancano penosamente.

Non ci abbiamo mai fatto caso, perché allenandoci in continuazione eravamo adusi e non ci accorgevamo, ma il corpo umano non sembra ingegnerizzato per tirarsi avanti a forza di braccia (meno che mai a farfalla) fendendo un liquido viscoso che oppone resistenza ma nel contempo sguscia via e non fornisce appoggio, e infatti dorsali alti, deltoidi e trapezi già dopo poche vasche vanno in bancarotta suggerendo di riaccomodarsi quanto prima su quel soffice divano dove, horribile dictu, alla fine non si stava poi neanche così male… pensiero invero sconcio, ma come tutte le cose sconce non privo di un suo perverso appeal.

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Per alleggerire l’insostenibile pressione sui muscoli deputati alla trazione, mani e gomiti indulgono a piegarsi truffaldinamente e ad assumere inclinazioni inverosimili che nella vita precedente avrebbero portato dritti dritti a prendersi una zoccolata in testa dall’allenatore incredulo e basito da tanta ignavia.

Si scoprono insospettate virtù alchemiche dell’acqua, che è eterea ed impalpabile quando filtra fra le dita che non riescono più ad avere presa, e che diventa invece d’improvviso densa come melassa quando ci spingiamo dopo la virata, pigliandoci in faccia muri liquidi, in quanto le posture perfettamente idrodinamiche che assumevamo con naturalezza “prima”, al momento sono completamente irrealizzabili, sostituite per l’occasione da goffe e scoordinate pose stile pelle di leone invero poco adatte a favorire la benché minima penetrazione.

Abbiamo lasciato a febbraio che avanzavamo potenti e in allungo scivolato, ci ritroviamo ora dopo pochi metri che ci manca sia l’allungo, trasformatosi rapidamente in un ignominioso accorcio, sia soprattutto la scivolata, giacché finiamo presto piantati inesorabilmente come un baobab di marmo in un giardino di granito.

Scopriamo con costernazione che dev’essersi misteriosamente materializzato un meccanismo che de-moltiplica la rotazione delle braccia, perché la passata subacquea avviene a ritmo rallentato, con esitazioni e pause prive di qualsiasi giustificazione biomeccanica, e c’è da capire come mai questa cosa singolare visto che la forza che ci mettiamo, o che ci sembra di metterci, e soprattutto la fatica che facciamo sono quelle di “prima”.

E se nel dubbio ci lasciamo conquistare dalla balzana idea di cercare un riscontro cronometrico, rimaniamo esterrefatti di fronte all’evidenza che l’orologio che è lì appeso dev’essere pure più ubriaco di noi, difatti i numeri che spara sono privi di qualsiasi congruenza, nel senso che ci restituisce tempi che “prima” facevamo nel defaticamento, oppure morituri con il sacerdote a bordo vasca pronto ad impartirci l’estrema unzione mentre adesso in teoria siamo sani (e boccheggianti) come pesci appena ributtati in mare.

Comunque, la prima nuotata si porta a termine quasi d’incanto, persi nell’estasi della novità. Ci rendiamo però immediatamente conto che il difficile comincia subito a seguire. Ora che ci siamo tolti lo sfizio, bisogna insistere, ripartendo da poco più di zero.

Ci aspetta un periodo di riadattamento che sarà faticoso e funestato dal proibitivo e scoraggiante confronto con il “prima”. Si farà strada il timore di aver lasciato indietro troppo, di non poter recuperare, soprattutto nei master più avanti con l’età. La tentazione di recedere per causa di forza maggiore, come nei contratti, si propagherà suadente nelle nostre vacillanti menti.

Eppure, varrà la pena di tenere duro.

È da ipotizzare che con qualche allenamento si possa tornare sul 70% del proprio potenziale, e in qualche settimana con costanza salire già all’80-90%. Poi, come ha detto Manaudou al rientro dopo tre anni di ricreazione giocando a pallamano, per riprendere l’ultimo 10% ci vorranno mesi di duro lavoro estenuante.

Non dovremo lasciar spazio allo scoraggiamento e alla demotivazione, ricordandoci quanto abbiamo patito l’inattività e sinceramente rimpianto anche gli aspetti più ostici del nostro impegno in vasca: il tedio delle routine di allenamento, la fatica dei lavori centrali, dopo aver alimentato una profonda nostalgia, che altro non è appunto che il dolore (algia) del ritorno (nostos), nel nostro caso in acqua, saranno nuovamente parte fondante della nostra vita, e ora che la privazione ce ne ha mostrato tutta l’importanza, non avremo più ragione di coltivare l’esiziale domanda che “prima” sovente ci scappava malandrina … “ma chi me lo fa fare??” … perché dopo che non ce l’hanno più fatto fare, ci è del tutto chiaro chi ce lo fa rifare: quella che i Greci chiamavano l’Ananke, la necessità-fato-destino che fa sì che per noi, senza alcun dubbio, non possa proprio essere altrimenti.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4