Dodici settimane: tanto è durata l’impossibilità di entrare in vasca.

La sera del 9 marzo ho preso la sacca del nuoto e sono partita alla volta della piscina, appena prima dell’inizio della storica diretta televisiva che ha dichiarato il lockdown; sono andata all’ allenamento ma già subodoravo che sarebbe stato l’ultimo.

I mezzi di comunicazione raggiungevano il bordo vasca ed ero in costante aggiornamento sul progresso dei decreti: gustatelo, questo allenamento, perché per un pezzo non potrai più nuotare!

Tanto tuonò che piovve.

di Elena Rigon

Inizialmente doveva trattarsi di quattro settimane, e nella mia testa immaginavo che sarebbero potute essere quattro settimane di stop completo, dal nuoto e da qualunque attività motoria: uno scarico completo, un tapering totale.

Presto però, ben prima delle quattro settimane, il mio corpo ha avvertito l’impellenza di muoversi, di creare delle situazioni di fatica: crisi di astinenza da attività fisica.

Inizialmente scettica mi sono avvicinata alla ginnastica, nome con cui io definisco tutto ciò che avviene al di fuori dell’acqua.

Per il resto del mondo assume molti nomi, come il diavolo che si può chiamare Satana, Belzebù o Mefistofele.
Per i non nuotatori esistono la psicomotricità, il risveglio muscolare dei club vacanze, la Zumba, il CrossFit, la ginnastica dolce e ciascuna è ben diversa dall’altra.

Il diavolo a cui mi sono rivolta io si potrebbe chiamare interval training o functional workout. È un mondo fatto di esercizi dai nomi accattivanti come push up, jumping jack, mountain climber, squat, burpees.

Tutti rigorosamente in inglese perché detti così sembrano quasi dei tranquilli passatempo.

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Nei giorni di pioggia, in cui ero costretta a rimanere dentro casa, il diavolo si chiamava pilates, quel famoso stretching che per mancanza cronica di tempo non eseguo mai; quell’attività che sembra semplice per il fatto di essere statica, ma non lo è per nulla.

Con l’aiuto di questi esercizi sono riuscita a far lavorare il sistema cardiovascolare, e con l’aiuto degli elastici a riprodurre molti dei movimenti del nuoto.

Però quando a metà maggio il governatore della mia regione ha nominato in conferenza stampa la riapertura delle piscine ho esultato come se avessero estratto il mio numero alla lotteria di capodanno.

Trepidante, il 25 maggio, dopo dodici settimane di assenza ho potuto finalmente ritornare a nuotare. Non posso parlare di 12 settimane di inattività, non lo sono state: il tapering non ha avuto luogo.

Ho atteso il momento dell’ingresso in acqua con sonni agitati, come accadeva ai tempi di scuola quando ritornava settembre e iniziava il nuovo anno. Mi chiedevo come sarebbe stato, cosa avrei provato.

Eppure il bisogno base, quello di muoversi, lo avevo soddisfatto: perché tanto gaudio nel ritornare in acqua?

La primissima sensazione, che avevo dimenticato, è stata la spinta di Archimede. Lavorare in acqua è differente perché ci si muove a peso ridotto e la sensazione è un po’ quella di volare: passeggiare sulla luna anziché camminare per le vie del centro.

Forse per volare bisogna aggiungerci un po’ di energia, ma ho riscoperto l’appoggio pieno che si riceve dall’acqua, che è come stare su un materasso morbido. Dopo il sostegno ho riscoperto il piacere di sentirsi avvolti, come un ritorno al liquido amniotico.

Avvolti e sostenuti: entrare in acqua ad allenarsi è la sensazione di una coccola. Non il duro del pavimento attenuato appena da un tappetino, ma fluttuare in un dolce abbraccio.

Presto però la nuotata zen si è rivelata insoddisfacente e a breve giro è emersa la consapevolezza che il nuoto è uno sport insidioso: basta stargli lontana una sola settimana per ricadere al livello base. Figuriamoci dodici: la velocità che con tanta dedizione avevo affinato si è dispersa, tocca ripartire a lavorare sui gesti.

Non mi è mancata solo l’acqua, mi è mancata proprio la piscina, con la riga nera che divide la corsia a metà e la T che indica dove virare. Mi è mancata la socialità delle parole che si possono scambiare tra una serie e l’altra. Mi è mancato quel senso di completezza della giornata che provo quando sfilo la cuffia e gli occhialini.

Per me che sono un’insoddisfatta di natura, la ciliegina sulla torta sarà il ritorno alla competizione.

Non mi interessano le dispute a distanza: io voglio proprio quegli assembramenti che si formano prima della partenza, quei momenti di condivisione dei riti, quegli abbracci che anche dopo anni, a centinaia di chilometri una dall’altra, ognuna chiuso fra quattro mura mi hanno fatta sentire vicina a chi vive la stessa mia passione, mi hanno regalato quel senso di identità e di appartenenza ad un mondo che pur essendosi eclissato per 12 settimane non ha smesso un solo minuto di pulsare.

Foto e testo: Elena Rigon per Corsia4