Ci eravamo lasciati a inizio estate, con il superamento del lockdown e le piscine che coraggiosamente riaprivano i battenti, consentendo alla nostra più o meno attempata comunità di irriducibili delle corsie di riprendere confidenza con l’elemento liquido e con gli adempimenti tecnici ed atletici necessari per fenderlo avanzando sperabilmente in orizzontale, piuttosto che altrimenti in verticale con destinazione diretta fondovasca come ad alcuni può esser pure capitato dopo tante settimane di inattività.

In questi mesi chi ha potuto si è rimesso in carreggiata, usufruendo o magari anche abusando del nuoto libero nelle piscine scoperte, o in mari e laghi dove è stato possibile anche gareggiare.

Ed è così arrivato settembre, che da sempre, per tutti e a tutti i livelli, significa la ripartenza di ogni attività ad andamento ciclico: i pastori abruzzesi di D’Annunzio si davano alla transumanza menando le greggi verso il mare, legioni di scolari, alunni e studenti ricominciano la scuola, e le squadre di nuoto master si accingono alla ripresa della stagione agonistica di allenamenti e gare.

Quest’anno però, giocoforza le cose hanno ad essere diverse dall’usuale.

La pandemia che vive e regna tra noi ha costretto le eminenti autorità regolatorie che vigilano sulla nostra integrità fisica (per quella psicologica bisogna arrangiarsi col fai-da-te) a elaborare complessi protocolli volti a consentire lo svolgimento di attività di gruppo mantenendo ragionevoli margini di sicurezza.

E così ci tocca sviscerare la consapevolezza che l’attività agonistica rappresenta “ben altro” rispetto a quella amatoriale, che finora è andata via tutto sommato liscia previa osservanza di regole organizzative e di comportamento non eccessivamente penalizzanti, che nel complesso non hanno arrecato disagi insormontabili.

Trasporre sic et simpliciter le regole del nuoto libero tali e quali all’interno del nuoto agonistico non è pensabile.

L’attività aerobica intensa cui entusiasticamente ci sottoponiamo ad ogni allenamento comporta un netto incremento dei volumi di aria respirata – ed espirata – che, se a riposo è di 5/6 litri al minuto, con lo sforzo può arrivare anche a 80-150, provocando quindi un netto incremento del rischio di contagio, visto che il simpatico virus si trasmette soprattutto alitando addosso alle persone che si trovano in prossimità, contagiandole con tanto maggior efficacia quanto più sostenuto è il ritmo respiratorio stesso.

E quindi le regole vanno adattate e inasprite: a tal fine sono uscite il 9 settembre le linee guida della FIN “EMERGENZA COVID-19: MISURE DA ADOTTARE NELLE PISCINE PER LE COMPETIZIONI SPORTIVE” che peraltro non riguardano solo le gare, ma anche tutto quanto vi sta dietro come la tutela sanitaria degli atleti agonisti, la gestione e organizzazione degli allenamenti, la conduzione della piscina e dei locali annessi.

Tra le varie amenità che vengono introdotte, la solenne raccomandazione a dividere le squadre in più gruppi tenuti ad allenarsi in orari separati onde contenere l’affollamento in vasca.

Se per il nuoto libero si considera una capienza massimale di 35 persone per una vasca da 25m, con 6/7 persone per corsia e 7 mq di acqua a testa, per l’allenamento agonistico pare saggio e ineludibile ridurre a 4 persone per corsia, considerando che facendo tutti gli stessi lavori, gli atleti nelle pause tendono ad accalcarsi (ansimanti) nei pressi del muretto, alla faccia del distanziamento, in attesa del Verbo dell’allenatore … oltre che di riprender fiato.

Tutto ciò peraltro sarebbe anche non trascurabilmente in sintonia con le linee guida emesse dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ufficio per lo sport: “Modalità di svolgimento degli allenamenti per gli sport di squadra” del 18 maggio 2020, che indicano come misure di contenimento dei contagi la formazione di nuclei di allenamento ristretti con la riduzione al minimo dei partecipanti, cercando di evitare i raggruppamenti e di aumentare la distanza interpersonale in caso di alta attività metabolica (allegato 3: misure di prevenzione e protezione).

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Ciò imporrà alle squadre numerose, che magari fanno dell’aggregazione e dello spirito di corpo il loro punto di forza, di segmentarsi parcellizzandosi in più sottogruppi … con la necessità di negoziare coi gestori degli impianti spazi acqua aggiuntivi, e qualora riescano a trovarli, di sobbarcarsi il relativo aumento dei costi.

A livello organizzativo e burocratico inoltre, sono previsti impegnativi adempimenti che “smonterebbero” anche la più motivata delle compagini: nomina di un medico di squadra referente per il COVID, redazione di un DVR di società, possibilmente compatibile con quello redatto per suo conto dal gestore dell’impianto, acquisto di svariato materiale richiesto dal DVR stesso (termo scanner per il rilevamento della temperatura, apparecchio per la disinfezione del materiale da allenamento e relativo prodotto disinfettante approvato, eventuale cassone portattrezzi, registro presenze ecc.).

Ma la vera ordalia attende il nuotatore master che sia stato COVID accertato e guarito o che abbia avuto anche solo uno dei sintomi tipici del contagio: temperatura corporea superiore a 37,5°, fosse pure una sola volta, tosse, astenia, dispnea, mialgie, diarrea, anosmia, anorgasmia, ageusia – una di queste non c’entra trovate l’intruso! (il latinorum di Don Abbondio in confronto era una bazzeccola, qui abbiamo all’evidenza un grecorum medicale che pare fatto apposta per fregarci sopraffinamente).

Questo sventurato, che magari sta benissimo, prima di poter accedere agli allenamenti deve eseguire una schizofrenica gragnuola di esami specialistici tra cui test da sforzo massimale con valutazione polmonare e saturazione O2 a riposo, durante e dopo sforzo; ecocardiogramma doppler; (udite udite) ECG Holter 24hr inclusivo di una seduta di allenamento o sotto sforzo; spirometria completa (FVC, VC, MVV); esami ematochimici: emocromo, ALT (non la Carol modella e attrice purtroppo) / AST, Gamma GT, creatininemia, CTK isotipi, troponina, LDH, PT/PTT, INR, elettroforesi proteica, D-dimero, PCR, ferritina, IL-6, esame urine completo, TAC polmonare.

Pare invero un modo complicato per dire che chiunque abbia avuto un ancorché trascurabile episodio febbrile o abbia starnutito negli ultimi 6 mesi, deve mettersi il cuore in pace e lasciar perdere … E di fronte a tanto strazio vacilla e forse cade lo spirto anelo del master, novello Napoleone a Sant’Elena condannato suo malgrado e senza scampo all’inattività forzata.

Insomma, la trepidante ripresa degli allenamenti che ci si prospetta, per quanti siano inseriti in squadre che io speriamo che me la cavo a districarsi nel ginepraio illustrato sopra, si preannuncia lietamente disagioiosa, e in fondo andrebbe anche bene se fosse sufficiente ad evitare che diventi invece allegramente… contagioiosa.

E, come è naturale, il pensiero di chi si allena corre subito alle gare. Quanto a questo, che corra o che voli sull’ali dorate, rimane per il momento un pensiero del tutto senza meta. Delle gare master non si sa ancora praticamente nulla. A naso si direbbe che, se bisogna evitare gli assembramenti, bisogna giocoforza evitare le gare con tanti iscritti … ma per coprire le spese di una manifestazione (giudici, cronometristi ecc. ecc.) sono necessarie le quote di centinaia di partecipanti, ed è ovvio che se tocca limitarli in partenza, il raggiungimento del break-even per far quadrare i conti rimane un pio miraggio.

Si può vagheggiare che qualche trofeo storico dei più illustri, magari grazie a sponsor di buon cuore, si salvi dalla falcidia; così come i Campionati Regionali, che magari a febbraio avremo cure e vaccini che ci riporteranno alla quasi normalità, d’altronde in Italia siamo illuminati da Fede (in TV) e Speranza (al governo), e quindi ben messi anche con le alte sfere celesti (per la Carità che mancherebbe ci possiamo arrangiare).

Magari si gareggerà contingentati come a Londra 2016, con l’accesso in vasca consentito a scaglioni limitatamente ai soli partecipanti allo stile e alla distanza in programma in quel momento, e con truci vigilanti a sorvegliare e a respingere con perdite chiunque provi sornione a entrare bellamente di strafforo.

E se la stagione invernale al chiuso non riuscisse proprio a partire, ci rimane pur sempre la possibilità di guardare a quella primaverile-estiva all’aperto, dove le regole sul distanziamento sono più facili da implementare.

In questi primi mesi, pertanto, ci alleneremo sostanzialmente per il gusto di mantenere elevata la condizione fisica, per non perdere l’attitudine alla fatica estrema, per rimanere in gruppo. Magari qualcuno avrà l’idea di organizzare dei race days interni in cui verrà simulata, per quanto possibile, la situazione gara … tutto fa brodo per farsi trovare pronti quando il ritorno alla normalità, in cui tutti ardentemente confidiamo, ci solleciterà di nuovo ad esprimere la prestazione massimale nel contesto motivante ed emozionante della competizione.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4