Al cospetto della leggenda, è difficile mantenere una neutrale imperturbabilità anche per chi, data ahimè l’età, dovrebbe essere rotto (appunto…) al vasto novero delle grandi emozioni che la vita nel suo scorrere riserva.

E così ci ritroviamo un sabato mattina a Carugate, dove al termine di un allenamento che ha condotto nella bella vasca della piscina Gestisport abbiamo il privilegio di scambiare due parole con la superstar ungherese László Cseh, il cui nome di battesimo si pronuncia Lasslo e che i suoi compatrioti, che ovviamente stravedono per lui, abbreviano affettuosamente in Laci (pronuncia Latsi).

A proposito di nomi ungheresi, per chi vuol far bella figura l’anno prossimo agli Europei di Budapest, la magnificente Hosszú non si chiama Katínka con l’accento sulla i, come dicono tutti, ma Kóótinka con la o lunga molto aperta ed accentata.

Dopo essersi sottoposto di buon grado alla trafila di autografi, selfie e foto con appassionati di tutte le età, senza tradire il minimo cenno di impazienza o di insofferenza, il bravo László si rende ancora disponibile per una veloce chiacchierata, approfittando della calma che è tornata a regnare nell’atrio dell’impianto.

La prima domanda non può che essere “will you ever race in age groups” cioè se lo vedremo mai partecipare alle nostre gare master, quando avrà lasciato l’attività agonistica. Purtroppo la risposta è netta e priva di esitazioni: non se ne parla proprio, con la carriera tra i nuotatori di élite si chiuderà anche il tempo delle competizioni sotto qualsiasi forma, e in questo ci ricorda un’affermazione altrettanto perentoria di van den Hoogenband che in un’intervista aveva detto a suo tempo esattamente la stessa cosa con gli stessi toni, questi personaggi devono averne proprio le scatole piene, e come non capirli!

La domanda successiva sono gli obiettivi per Tokyo e anche qui conferma le indicazioni rilasciate a Torino, ribadendo che sta pensando ai 200 misti, d’altronde gli ori nella farfalla sembrano già ipotecati da due fenomeni di nome Caeleb e Kristóf.

La conversazione vira poi sugli Europei del prossimo anno appunto a Budapest, sui fasti del Duna Aréna, sulla tradizione natatoria dell’Ungheria (l’Australia d’Europa), a proposito di questo è istruttivo rammentare come la prima statua al mondo di Bud Spencer l’abbiano eretta proprio nella capitale ungherese, dove a decenni di distanza oltre agli schiaffoni dei suoi film si ricordano anche e soprattutto i gol pesanti che segnava alla loro nazionale giocando a pallanuoto con l’Italia, chi non ci crede può guardarsi il VIDEO QUI.

L’incontro, per quanto fugace, con un campione di questo livello lascia sempre la sensazione di uscirne arricchiti interiormente. Da rimarcare innanzi tutto i modi estremamente garbati, cortesi, amichevoli, prezioso retaggio dei nobili trascorsi imperiali austro-ungarici che ancora permea l’educazione e il carattere del popolo magiaro.

Ma parlare con László induce anche a considerazioni di vita più profonde.

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László è un supercampione, per tecnica di nuotata, eclettismo, longevità, numero di medaglie vinte in tutti i campionati possibili, da quello di quartiere alle Olimpiadi; eppure il destino, che tanto gli ha dato, ha anche perfidamente pensato bene di portarlo alla ribalta in concomitanza con uno ancora più campione di lui, super-umano, che inevitabilmente ha finito per proiettare un cono d’ombra sulla sua altrimenti straordinaria carriera… il cannibale Phelps, naturalmente.

E questo fato può essere ben istruttivo anche per qualunque di noi comuni mortali. Noi non è in Phelps che ci possiamo identificare, ma è piuttosto in László, perché quello che è capitato a lui può capitare, e di fatto capita, a tutti nella vita. Profondere il massimo impegno, raggiungere col sacrificio mirabili livelli di performance, e tuttavia trovare davanti quasi per burla quello di un’altra categoria, baciato dalla grazia, predestinato, infallibile e immortale, che inevitabilmente ci passa avanti e non sembra neanche far fatica. Succede sul lavoro, nelle relazioni sentimentali, ovviamente a iosa nello sport. C’è sempre in giro da qualche parte uno più forte che si va a materializzare sul più bello, di solito appunto nel momento opportuno per scombinare i nostri piani.

La lezione di László, con la sua magnifica carriera, la sua perseveranza, la sua longevità agonistica, la dignità con cui si è rifatto sotto ogni volta perseguendo la rivincita a dispetto dei santi, i modi garbati con cui si propone ai media nonostante, probabilmente, il giramento di scatole, è che si può trovare onore e gloria anche nell’essere secondi, o terzi, o centesimi, perché per chi è nato sulla Terra, e non su Marte, la grandezza non consiste nel vincere, cosa negata ai più, ma nel provarci lo stesso.

Personalmente, questa è la consapevolezza che mi ha lasciato l’incontro col campione. László è uno di noi, il migliore di quelli come noi, ma anche lui esposto alle facezie e ai lazzi della capricciosa fortuna, come me e tanti altri che ci alleniamo e gareggiamo, in acqua e nella vita, innanzi tutto per migliorare noi stessi, e pazienza se poi ci imbattiamo nel fenomeno di turno che ci relega nelle posizioni di rincalzo.

E dunque si può prendere spunto da questo bell’incontro per concludere a buon ragione parafrasando un motto dei nostri saggi antichi avi: natatio magistra vitae!

Foto e testo: Ugo Somigliana