È difficile trovare un’altra nazione al mondo che straveda per il nuoto come l’Australia.

In Italia, nonostante il movimento di utenti ed appassionati possa contare su numeri enormi, lo sport in sé trova spazio (sempre di più, va detto) solo in occasione dei grandissimi eventi. Negli USA, la nazione di gran lunga più forte e ricca di grandi interpreti, il nuoto è comunque meno esposto di uno qualsiasi degli sport professionistici, football, baseball e basket.

Anche nei territori di antica tradizione, come ad esempio Ungheria e Giappone, il nuoto si ritaglia spazi di volta in volta più o meno importanti a seconda dei campioni che salgono alla ribalta internazionale.

In Australia, invece, l’attenzione che i media – anche generalisti – dedicano al nuoto è sempre alta, con picchi altissimi quando emerge il grande nome in grado di attirare interesse a suon di risultati. Soprattutto quando si tratta di stile libero, la specialità della quale loro stessi si auto definiscono patria mondiale, gli australiani vanno in visibilio, potendo contare proprio nel crawl su una lunga e vincente tradizione.

Il nome nuovo, da questo punto di vista, è indubbiamente quello di Ariarne Titmus.

Nata a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi di Sydney 2000, sono in molti a reputarla una degna erede della generazione d’oro che affascinò il mondo intero ad inizio millennio, portando all’Australia una serie di soddisfazioni indimenticabili.

Un primo, significativo, segnale è che, esattamente come i grandi degli anni 2000, la Titmus è già dotata di un soprannome. Per cui, dopo Ian “Thorpedo” Thorpe, Grant “The Machine” Hackett, “Lethal” Leisel Jones e “Madame Butterfly” Susie O’Neil abbiamo “Arnie” Titmus, nomignolo datole dal papà ed ispirato, oltre che dal suo stesso nome, da quello di Arnold Schwarzenegger nella parte di “Terminator”.

Un istinto killer che, tradotto nelle corsie di Gwangju 2019, le ha permesso di spezzare l’egemonia di Katie Ledecky e diventare la prima donna in grado di batterla nei 400 stile, gara mai persa in precedenza dall’americana.

In un’intervista rilasciata a FINA Magazine, la campionessa del mondo dei 400 stile si è aperta, parlando soprattutto di quanto sia importante il ruolo del suo allenatore, “senza il quale non sarei nulla”.

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Potrebbe sembrare una frase di circostanza, di quelle facili da pronunciare soprattutto nei momenti vittoriosi – come quello che sta attraversando Ariarne – ma si tratta di un fatto più reale di quanto si possa credere.

In Australia sono davvero convinti che la Titmus, insieme al suo coach Dean Boxall, possa ripetere il sodalizio vincente che ha già caratterizzato diversi binomi atleta-allenatore del passato.

Proprio Ian Hanson su FINA Magazine parla di grandi accoppiate come Dawn Fraser e Jon Henricks con coach Harry Gallagher, Murray Rose con Sam Herford, Ilsa e Jon Konrads con Don Talbot, Jon Sieben e Duncan Armstrong con Laurie Lawrence, Kieren Perkins con John Carew, Ian Thorpe con Doug Frost (e poi Tracey Menzies) e Grant Hackett con Denis Cotterell.

Sembra che sia proprio Boxall a dare ad “Arnie” la calma per affrontare le sfide con il piglio giusto.

Potrai nuotare bene o male, ma domani mattina ti dovrai comunque alzare dal letto.

è stata una delle frasi che hanno accompagnato la Titmus ai mondiali di Gwangju 2019, quelli della sua consacrazione sportiva.

Nei 400 in terra coreana, Ariarne ha gareggiato contro una Ledecky debilitata da un virus, infliggendole comunque una sconfitta talmente pesante da assomigliare a quella subita dall’americana nei 200 stile di Budapest 2017, per mano di Federica Pellegrini. La Titmus è riuscita a scalfire le certezze della Ledecky bruciandola con un ultimo 50 da paura, 1.83 secondi più forte della rivale (29.51 vs 31.34), ed a nuotare un tempo complessivo che si piazza all’ottavo posto nella graduatoria all-time (i primi sette sono della Ledecky).

Sempre a Gwangju, Ariarne ha portato a casa altre due medaglie individuali, ottenute in scontri diretti con le nostre Pellegrini e Quadarella. Sia nei 200, nei quali è finita seconda a 22 centesimi da Federica Pellegrini, sia negli 800, dove è arrivata a 7 decimi dall’argento di Simona Quadarella (entrambe dietro alla Ledecky), la Titmus ha dato dimostrazione di avere un enorme potenziale accompagnato da un talento raro.

L’Australia si è definitivamente innamorata quando, insieme alle compagne di squadra Madison Wilson, Brianna Throssell ed Emma McKeon, è riuscita a vincere – con world record – la 4x200 per la prima volta dai Mondiali del 2001, anzi di cancellare finalmente l’onta di quel mondiale (a Fukuoka le australiane vinsero la staffetta ma vennero squalificate per essersi tuffate in acqua prima dell’arrivo di tutte le avversarie).

Anche per questo in Australia la vedono come “The next sensation” (Sydney Morning Herald): la ragazza che viene dalla Tasmania, la terra di Scott Goodman (bronzo ad Atlanta 1996) e che è destinata a riportare l’Australia sul gradino più alto delle Olimpiadi.

Foto copertina: Fabio Cetti | Corsia4