C’è un posto, nel mondo, dove un appassionato di nuoto, e di discipline natatorie, può sentirsi in paradiso.

Questo posto si trova a Fort Lauderdale, in Florida, poco più a nord di Miami, ed è la International Swimming Hall of Fame.

Il museo, nato nel 1968, si trova alle spalle del complesso natatorio americano, e negli anni si sta arricchendo con cimeli e memorabilia dei più grandi nuotatori di sempre, rendendolo un must-see per chi passa da lì ed ama l’acqua clorata.

Mi rendo conto che, messa per esempio a confronto con i musei delle grandi squadre di calcio, la ISHOF può sembrare la brutta copia di un Hard Rock Cafè, ma è notorio che noi fan di nuoto ci accontentiamo di poco, e penso che al suo interno ci sia quanto basta per sognare, un giorno, di andarci.

Nel frattempo, visto anche il periodo, bisogna accontentarsi di un tour virtuale, grazie al quale però possiamo scorgere l’accappatoio di Mark Spitz, il costume di Gertrude Ederle e la tuta di Michael Phelps, oltre che la statua di cera di Johnny Weissmuller e moltissime altre “reliquie” sportive di nuotatori, pallanotisti, tuffatori e sincronette.

All’ingresso, la gigantografia del famigerato arrivo dei 100 farfalla di Pechino 2008, quello tra Čavić e Phelps ripreso da sott’acqua, ci fa comunque capire che l’impostazione è decisamente america-centrica.

Lo capiamo anche scorrendo i nomi degli indotti alla Hall Of Fame, l’arca della gloria che riconosce i più forti di sempre nel mondo acquatico e li iscrive in una lista che li rende immortali tra i colleghi.

Nonostante sia indubbia la superiorità degli USA in piscina, l’abbondanza di nomi statunitensi è decisamente sproporzionata rispetto alla miseria di personalità che sono state indotte per le altre nazioni del mondo. Per un americano, basta un oro olimpico in staffetta o una singola medaglia individuale e, prima o poi, la Hall of Fame arriva, mentre per un europeo sembra servire molto di più.

Cosa serve quindi ad un italiano per entrare nella Hall of Fame del nuoto?

Dei nostri 21 esponenti – qui la lista completa – ben 13 derivano dalla pallanuoto e solo tre sono i nuotatori. Sono Novella Calligaris, indotta nel 1986, Giorgio Lamberti, classe 2004, e Domenico Fioravanti, 2012, ai quali si aggiunge Alberto Castagnetti, indotto come coach nel 2013.

Le motivazioni che li hanno portati all’onore sono, per noi italiani, scontate: la Calligaris è stata a lungo la prima ed unica medagliata olimpica italiana (e fino al 2008 la sola donna), Lamberti ha detenuto per dieci anni il record dei 200 stile libero e Fioravanti è stato il primo nuotatore a vincere l’accoppiata 100-200 rana ai Giochi (oltre ad essere il primo italiano sul gradino più alto del podio). Se pensiamo che due di questi tre li allenava Castagnetti, anche la motivazione dell’indimenticato ct è palese.

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Possiamo però dare degli umili suggerimenti, con la certezza che il comitato di induzione della Hall of Fame ci leggerà e trarrà ispirazione per il futuro. Un primo esempio è la candidatura di Massimiliano Rosolino, Grand Slam Champion dei 200 misti e 60 medaglie internazionali, tanto scontata quanto sembra davvero incredibile che non sia ancora in quella lista. Se non verrà indotto il campione napoletano, allora spiegatemi cosa ci fa il buon John Kinsella, argento olimpico nei 1500 nel 1968.

C’è poi la forca caudina dell’oro olimpico, che sembra una grande discriminante per un’ammissione di un nuotatore non americano all’arca della gloria. C’è chi l’ha superata come Franziska van Almsick, dieci medaglie ai Giochi e nessun oro (ma nome troppo importante per non essere nella lista), c’è chi invece non ce l’ha ancora fatta, come Michael Klim, oro in staffetta ed ai Mondiali, ma solo podio individuale.

Va da sé che Alessia Filippi, campionessa del mondo a Roma 2009 ed argento olimpico a Pechino 2008, così come Stefano Battistelli, plurimedagliato e precursore del nuoto poliedrico, potrebbero non farcela mai. Però nella Hall of Fame c’è Anita Hall, argento nei 100 rana a Barcellona 1992.

Nello stesso discorso potrebbe rientrare anche Filippo Magnini, che per ora è troppo fresco di ritiro per essere già tra gli indotti. Il pesarese potrebbe soppesare la mancanza dell’oro olimpico con i due titoli mondiali nella Gara Regina, come avevano fatto prima di lui solo Popov (3) e Biondi. La stessa impresa di Magnini è stata poi compiuta da altri due atleti, James Magnussen, australiano a cui manca l’oro ai Giochi, e Caeleb Dressel.

Ma se per quest’ultimo, ancora in attività e già oro a Rio in staffetta (e papabile vincitore a Tokyo), l’induzione sembra una formalità, non è detto che l’australiano, che ai Giochi si è fermato all’argento, riesca a farcela.

Sembra quindi che l’oro olimpico possa aprire le porte della Hall of Fame più facilmente di qualsiasi altra cosa.

Da questo punto di vista, non è in discussione la presenza futura di Federica Pellegrini, semplicemente la più forte di sempre nei 200 stile libero, né probabilmente quella di Gregorio Paltrinieri, che nei 1500 ha segnato un’intera generazione (e deve ancora concludere la carriera).

E quindi, se vi chiedo cosa manca a Gabriele Detti e Simona Quadarella per accedere alla ISHOF, che mi dite?

Foto copertina: Fabio Cetti | Corsia4