Con un comunicato congiunto, il presidente del CIO Thomas Bach ed il presidente del Senegal Macky Sall hanno diramato la decisione di posticipare i Giochi Olimpici Giovanili di Dakar dal 2022 al 2026.

Il provvedimento, si apprende dal comunicato, è stato preso per “permettere ai Comitati Olimpici Nazionali ed alle Federazioni di pianificare al meglio le proprie attività, che sono state pesantemente influenzate dallo slittamento dei Giochi di Tokyo al 2021 e dai conseguenti riposizionamenti delle più grandi manifestazioni internazionali”.

Sembra non esserci, stando almeno alle parole degli organizzatori, un problema collegato con il COVID-19 né con l’organizzazione dei Giochi Giovanili da parte del Senegal, che anzi riceve i complimenti per “l’impegno e la qualità del lavoro fatto finora nell’organizzazione del primo evento Olimpico della storia nel continente africano”.

Una scelta, tuttavia, che dipende direttamente dalla grande crisi sanitaria che sta tuttora impegnando molte zone del mondo e per la quale risulta difficile immaginare grandi spostamenti e riunioni di atleti (e staff e personale lavorativo e spettatori ecc) anche per eventi molto più importanti delle Olimpiadi Giovanili. Una decisione che, presa con questa tempistica ed in questo preciso momento storico, fa anche sorgere grandi quesiti che presto il CIO, e lo sport in generale, si troverà ad affrontare.

Intanto bisognerebbe specificare che, più che uno spostamento di data, si tratta di un effettivo annullamento delle Olimpiadi Giovanili del 2022. Secondo le regole, infatti, alla manifestazione possono partecipare gli atleti di età compresa tra i 14 ed i 18 anni, ed uno slittamento di 4 anni fa sì che un’intera generazione sportiva salti di fatto la possibilità di fare quest’esperienza.

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Non sarebbe un grande problema se l’evento fosse realmente vissuto come era stato pensato dal suo ideatore, l’australiano Johann Rosenzopf, nel 1998, e cioè come una grande festa dello sport giovanile mondiale, incentrata sulla cultura sportiva e del Paese ospitante più che sull’agonismo in sé. In origine, Rosenzopf voleva organizzare un grande festival per sensibilizzare problemi come l’obesità giovanile o la disaffezione dei ragazzi alle attività sportive, facendo esibire i più grandi talenti giovanili in un’occasione unica, di festa appunto. In quest’ottica, cancellazione o spostamento non sarebbero un problema.

Si sono già alzate, invece, una serie di polemiche – soprattutto social – di chi parla appunto di occasione mancata per gli atleti che, nel 2026, non avranno più l’eleggibilità per partecipare all’evento. Con ciò si capisce quanto in realtà, come tutte le manifestazioni giovanili, anche le Olimpiadi siano una gara a tutti gli effetti, con tanto di medaglie che fanno “curriculum” e preparazioni finalizzate degli atleti partecipanti. Fa niente se poi, per un medagliato Olimpico Giovanile che sfonderà anche tra i grandi, ci saranno decine di ragazzi che non troveranno le stesse soddisfazioni ed abbandoneranno lo sport, magari con grande delusione (personale e dell’entourage).

Da questo punto di vista, bisogna chiaramente sperare che tutti, dagli allenatori ai media, dai genitori a chi sta vicino agli atleti, contribuiscano a dare il giusto peso alla situazione, facendo scudo sui ragazzi più giovani e facendo passare il giusto messaggio sportivo ed etico. La cancellazione delle Olimpiadi Giovanili deve essere solo un incidente all’interno di un percorso che deve avere obiettivi più grandi, non solo agonistici ma formativi e di vita.

Da un punto di vista più generale, invece, spostare di quattro anni le Olimpiadi Giovanili può essere un campanello d’allarme che ci comunica che, probabilmente, ci vorrà ancora del tempo prima che lo sport ritorni ad essere quello che era prima dell’emergenza coronavirus.

Diverse fonti, anche autorevoli della politica giapponese, non sono così confidenti sulla reale possibilità che Tokyo 2020ne si svolga senza problemi. Ci sono sostanziali chance che, ad esempio, venga dimezzata la lunghezza della manifestazione e che i problemi economici, oltre che organizzativi, ne ridimensionino la portata di pubblico. Sempre che l’emergenza sanitaria sia, come tutti ci auguriamo, superata.

In uno scenario come questo, il ruolo del CIO e delle Federazioni dovrà essere soprattutto, nei limiti del possibile, quello di garante della sicurezza degli atleti (e degli addetti ai lavori) e quindi si dovranno prendere anche decisioni poco popolari ma imprescindibili, dettate più dal buonsenso che da pressioni economiche o politiche. Come, appunto, cancellare le Olimpiadi Giovanili.

Foto copertina: Greg Martin | IOC