La grande continuità di risultati internazionali che l’Italia sta ottenendo negli ultimi anni è dovuta, tra le altre cose, alla capacità di affiancare giovani talenti ad atleti già ampiamente affermati, così da dare il ricambio generazionale che spesso, in passato, non ci era riuscito.

Un fenomeno che si sta sviluppando anche tra i tecnici: accanto ai più esperti come Morini, Rossetto o Leoni, sta crescendo una schiera di giovani allenatori capaci di portare i propri atleti alla ribalta internazionale. È la next gen di coach italiani, tutti under 40 con risultati internazionali in bacheca come Matteo Giunta, Christian Minotti o Vito D’Onghia.

Uno di loro è Marco Pedoja, il tecnico che ha portato Nicolò Martinenghi ad essere prima il prospetto più interessante della rana giovanile europea e mondiale e poi un atleta già capace di misurarsi con i più grandi sulla piazza.

Nato e cresciuto a pochi chilometri da Varese, Pedoja lavora nella piscina di Brebbia, paesino di tremila abitanti in riva al Lago Maggiore, dove per un periodo si era allenato anche Milorad Čavić insieme ad Andrea Di Nino.

Quando lo raggiungo telefonicamente è sul piano vasca e il sottofondo sonoro lo conferma.

Gli do un 400 sciolto e sono da te – mi dice quasi urlando per farsi sentire – Tanto so già che non avranno voglia di farlo!

Certe cose non cambiano mai.

Oltre ad allenare, sei impegnato anche nella gestione dell’impianto di Brebbia. Come state affrontando la crisi coronavirus?

È un momento critico, molto difficile. Come gestore non posso negare la difficoltà generale, la chiusura prolungata degli impianti che, giustamente, ci viene imposta, sta mettendo in ginocchio un settore.

È anche difficile, sempre dal punto di vista gestionale e prettamente economico, giustificare l’apertura degli impianti solo per far svolgere gli allenamenti. Speriamo che la situazione si risolva per il meglio.

Anche il calendario gare potrebbe essere stravolto per lo stesso motivo?

È tutto un punto di domanda, dipende da come si evolverà la situazione. Fortunatamente, avendo già ottenuto il limite olimpico (nei 100 rana agli Assoluti Invernali, NdA), nei nostri programmi c’era solo un piccolo scarico in vista degli Assoluti, ma senza eccessive pressioni.

Nicolò vuole provare a fare bene nei 200 rana, una distanza che nuotava da giovanissimo ma che poi, crescendo, ha progressivamente abbandonato. Sono molto contento che si sia convito a nuotarli, sia perché credo che abbia margini di miglioramento sia, soprattutto, perché gli servono anche in funzione dei 100. Questo inverno, in vasca corta alla ISL, ha nuotato due volte 2.07 ed una volta 2.06, il suo personale.

A proposito di ISL, com’è stata l’esperienza con gli Aqua Centurions?

Eccezionale. Mi riferisco a tutto, l’ambientazione, lo spettacolo, ma soprattutto l’atmosfera. C’era un clima di grande festa, come se tutti fossimo alla prima gita con la scuola. Nessuno screzio né invidie, un tifo caldissimo da parte di atleti e anche del pubblico. Perfino io, che di solito mi metto in disparte per guardare le gare, mi sono buttato in un tifo esagerato.

Poi c’è stata una grande collaborazione con tutti: è stato bello poter allenare atleti spagnoli, australiani, tedeschi, ricevere il loro ringraziamento sincero anche solo per avergli preso un tempo. Prima che iniziasse, i ragazzi erano molto spaventati dal fatto di dover gareggiare tanto ed in poco tempo, alcuni pensavano addirittura che fosse impossibile. Ma poi è successo esattamente l’opposto e le gare passavano senza quasi accorgersi della fatica..

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Un’altra occasione di crescita per Nicolò?

Quello era il mio interesse principale, aprirgli gli orizzonti e cercare di abbattere il blocco mentale che, a volte, lo prendeva.

Il solo fatto di nuotare tre gare in un’ora e mezza, uscire dalla vasca e quasi nemmeno essersi accorto di aver gareggiato, lo ha aiutato a superare certi suoi limiti.

Nicolò ed io condividiamo il primo allenatore, il prof. Franco De Franco (decano dei tecnici lombardi). È evidente che in lui abbia visto qualcosa di più che in me?

Gli dobbiamo tanto, è stato il primo ad individuare il potenziale di Tete. Prima di passarmelo definitivamente, da esordiente A, è venuto a guardare i miei allenamenti per almeno un anno. Si sedeva e stava lì, controllava, in silenzio. Dopo qualche mese ha incominciato ad uscire per bersi un caffè. Ancora oggi, quando guarda una gara in TV, è emozionato, la sente.

Nicolò compie 21 anni ad agosto e tu lo alleni da nove. Un rapporto famigliare.

Siamo stati fortunati a trovarci reciprocamente nel momento giusto. Stiamo crescendo insieme e così anche il nostro rapporto di amore e odio matura.

Nicolò ha il suo carattere, è esuberante, ma ci accomuna il fatto di essere cresciuti in provincia ed essere attaccati alle nostre radici.

La dimensione di Brebbia non è un limite, quindi…

No anzi, direi che è un valore aggiunto. Anno dopo anno, abbiamo costruito una realtà a nostra misura e con i nostri ritmi, contornandoci di persone fidate, dal dottore al fisioterapista al mental coach. A me piace ancora allenare i categoria ragazzi, vederli crescere e migliorare, aiutarli a trovare la loro strada perlomeno in piscina. A lui piace stare vicino a casa, ai suoi amici ed ai suoi affetti.

Questa scelta, che poteva sembrare strana, è stata premiata dai risultati. Non vado alla ricerca di atleti già formati da portare qui, non sono interessato a questo genere di cose; se qualcuno vorrà mai venire ad allenarsi con me, sarà una sua scelta presa in totale autonomia. Preferisco crescere il mio gruppo, gestire la mia squadra.

Le tante esperienze, sia internazionali che in Federazione, ti hanno aiutato a migliorare come tecnico

Ho avuto molte opportunità di crescita e allenare accanto ai migliori tecnici italiani nei collegiali è stato molto formativo.

In Cesare Butini ho trovato sempre grandissimo supporto e disponibilità, siamo seguiti molto bene.

Qual è stato il momento nel quale hai capito che Nicolò era qualcosa in più che un ragazzo con un talento superiore agli altri?

Ricordo di averlo conosciuto ad un campionato regionale quando allenavo un’altra squadra, veniva in tribuna e non smetteva mai di parlare, mi era rimasto impresso.

Ma è stato nel 2012 che ho capito che aveva un potenziale speciale. Eravamo a Roma per i Campionati Giovanili, lui era ancora un esordiente A ed io avrei iniziato ad allenarlo da settembre. Eravamo in camera insieme e la sera stavamo svegli fino a tardi per commentare le gare di Londra 2012. Si vedeva che il suo sogno di andare alle Olimpiadi era vero e la sua passione per il nuoto era reale. Poi aveva delle doti fisiche straordinarie, mani e piedi grandi, una grande coordinazione e la capacità di correggere i propri errori molto velocemente.

A quei tempi non potevo essere sicuro che sarebbe diventato così forte, ma me lo sentivo.

Ora alle Olimpiadi ci andate davvero.

I patti tra di noi sono stati sempre chiari ed anche quest’anno, ad inizio stagione, abbiamo parlato seriamente. Non vogliamo andare alle Olimpiadi per farci il tatuaggio dei cinque cerchi e la vacanza, ma per puntare in alto.

Chi non ci sarà (quasi) sicuramente è Sun Yang.

È una vicenda nella quale non c’è nulla da gioire se non che si sia fatto un passo avanti nella lotta per uno sport pulito. Penso che i media abbiano fornito la notizia nel modo sbagliato, perché Sun non è stato squalificato per doping e come al solito si rischia di incensare o affossare qualcuno senza nemmeno informarsi troppo sui fatti. Comunque ha sbagliato e deve pagare per gli errori commessi, questo senza dubbio.

Posso dire che, vedendolo alle gare, è un personaggio un po’ ambiguo: da un lato ha un’aura da superuomo e super atleta anche un po’ arrogante che lo rende effettivamente poco simpatico, dall’altro ha degli atteggiamenti da ragazzo qualunque, che va in difficoltà anche quando deve lanciare una cuffia ai tifosi negli spalti.

Come ti vedi da qui ai prossimi 20 anni?

Mi piace allenare ma non vorrei fare l’allenatore vagabondo, alla costante ricerca degli atleti o delle squadre. Preferisco decisamente una vita tranquilla.

Mi piacerebbe fare carriera nella gestione degli impianti e continuare a curare la mia squadra e miei gruppi.

Intervista del 4 marzo 2020

Foto: M. Pedoja