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International Swimming League vs FINA: è plagio?

International Swimming League vs FINA: è plagio?

Nel nuovo capitolo della lotta tra la federazione mondiale del nuoto e la lega professionistica del magnate Grigorishin, la ISL accusa la FINA di aver copiato il suo format

 

Quando, nei primi mesi dall’anno scorso, la FINA aveva annunciato l’organizzazione della Champions Swim Series, i media specializzati di tutto il mondo avevano annunciato la notizia chiamandola, nel migliore dei casi: “La risposta della FINA alla ISL”.

Sentendosi attaccata, neanche tanto velatamente, dall’opinione generale e vedendosi presentata l’accusa di non ridistribuire in maniera adeguata i profitti agli atleti, la FINA aveva deciso di mettere in piedi un circuito primaverile di gare, costruito su misura per dare ai nuotatori più visibilità ed una nuova e più interessante possibilità di guadagno.

In questo modo è nata la prima stagione, quella 2019, delle Champions Swim Series: gare in vasca da 50 con finale secca, 4 atleti invitati per distanza – che nelle intenzioni dovevano essere i migliori del mondo – un piccolo contorno coreografico e, soprattutto, montepremi da 4 milioni di dollari elargiti in premi per i piazzamenti e per i record del mondo.

Sembrava chiaro fin da subito come la Federazione mondiale stesse tentando di correre ai ripari, ormai messa all’angolo da atleti che rivendicavano la possibilità di guadagnare di più dallo sport che praticano – Katinka Hosszú e Michael Andrew su tutti – e da organizzatori che tentavano di promuovere quello stesso sport in maniera diversa, più professionistica.

I risultati e lo spettacolo sono stati tutt’altro che indimenticabili, dando ai più l’idea che si trattasse di un’altra World Cup, la manifestazione autunnale della FINA da sempre accolta con freddezza, piuttosto che di una vera e propria novità nel panorama natatorio.

Nel frattempo, l’organizzazione di Konstantin Grigorishin, che si era vista bocciare il meeting Energy for Swim a Torino a fine 2018 proprio dalla FINA stessa (con tanto di minaccia agli atleti di venire ufficialmente squalificati qualora avessero partecipato), ha continuato sulla sua strada, dando alla luce la prima stagione della International Swimming League.

Il format, basato sul concetto di team professionistici – alla stregua dello sport americano – ha fatto da subito molto discutere: gare a punti senza riferimenti cronometrici, ritmo serrato, interviste agli atleti dall’acqua, campioni che si esibiscono più volte in due ore, skin race finali ed ambientazioni futuristiche sono state le novità più evidenti, quelle con le quali la ISL ha tentato di differenziarsi dal prodotto del nuoto classico, quello appunto proposto dalla FINA.

Le due parti hanno continuato a contrapporsi non tanto nelle idee – la stagione 2020 delle FINA Champions Swim Series è stata addirittura un ridimensionamento rispetto alla precedente ed anche la World Cup ha, di fatto, subito la concorrenza del circuito rivale – ma soprattutto in ambito legale.

Prima c’è stata la questione ratifica dei risultati ottenuti nella ISL: la FINA ha preteso, come fa con tutte le manifestazioni, la presentazione ufficiale delle richieste di organizzazioni con sei mesi di anticipo, e poi ha deciso di ritenere validi solo gli ultimi 5 eventi ISL cioè quelli comunicati nei tempi corretti. Poi c’è stato il nodo sui record, nazionali e mondiali, che venivano migliorati nella ISL: la FINA, come da suo regolamento, pretendeva che venisse rispettato il protocollo antidoping internazionale e che ci fossero addetti antidoping autorizzati al controllo in caso, ad esempio, di world record.

La ISL, che ha fatto della lotta al doping un suo cavallo di battaglia – non invita atleti già squalificati come Sun Yang o Efimova – ha fatto sottoscrivere ad ogni suo tesserato un regolamento da rispettare (pena l’esclusione) ed ha collaborato, per i test post gara, con l’agenzia antidoping di ogni nazione ospitante.

La FINA, valutati i fatti, non ha potuto che arrendersi e validare i tre record del mondo ottenuti nelle ultime prove del 2019, ma non il record statunitense ottenuto dalla Ledecky nella prima prova americana.

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Possiamo per ora affermare che, sul piano operativo, con qualche accorgimento ed una ligia ottemperanza dei doveri, la ISL è riuscita a farsi accettare ufficialmente dalla FINA, ponendo le basi per una sua continuità nel futuro prossimo.

La FINA, nel momento in cui anche i cavilli sono stati soddisfatti, ha dovuto accettare – suo malgrado – che il rivale organizzasse il circuito tanto voluto dagli atleti e tanto ostracizzato in passato. Ma la guerra sul piano legale è ben lontana dall’essere terminata.

La prima istanza presentata da Hosszú, Andrew e Shields nel 2018, nella quale gli atleti lamentavano un abuso da parte della FINA della sua posizione dominante ed in particolare della minaccia che la FINA stessa di squalificare atleti che avessero aderito ad organizzazioni non riconosciute, non è stata archiviata dal tribunale della California del Nord. Tra le prove, ci sarebbe anche una lettera del direttore generale della FINA, Cornel Marculescu, indirizzata a USA Swimming, nella quale si chiedeva, senza giri di parole, di tagliare ogni rapporto con Grigorishin ed i suoi, in modo da escludere dal gioco tutti gli atleti americani (che rappresentano la maggioranza del roster ISL). Accuse che la FINA tende a respingere, affermando che, nel gennaio 2019, ha acconsentito ufficialmente all’organizzazione della nuova lega ed ha poi anche approvato la quasi totalità della sua attività.

La ISL, che ha confermato questi fatti, ha però insistito, aggiungendo di recente una nuova azione legale (17 dicembre 2019), nella quale ha formulato l’accusa di appropriazione indebita del format, sostenendo di fatto che la FINA, con le Champions Swim Series, abbia copiato l’idea originale della ISL, quella di un circuito professionistico natatorio. La FINA, nei prossimi giorni, risponderà ufficialmente, ma il processo non si terrà prima del gennaio 2022, prolungando uno scontro che sembra essere solo agli inizi.

Che senso ha per la ISL, una volta ottenuti i permessi ufficiali, rilanciare le accuse contro la FINA rischiando di allungare la lotta legale senza che ci sia alcuna certezza di vittoria? Non sarebbe forse stato meglio accontentarsi di quanto guadagnato e guardare al proprio interno per programmare bene il futuro? Che senso ha, per gli atleti che nella FINA trovano la propria realizzazione sportiva (e, nel caso di Hosszú ed Andrew, anche economica) e che ora hanno anche l’opportunità della ISL, alimentare una polemica che potrebbe portare al danneggiamento di una o dell’altra parte, se non di entrambe? E che senso ha, per la FINA, una volta appurato che la ISL è diventata “inevitabile”, inimicarsi ulteriormente atleti ed addetti ai lavori cercando di interferire in ogni modo?

Non sarebbe forse meglio combattere questa battaglia unendo le forze per un bene comune?

È evidente, analizzati tutti i fatti, come le parti siano in disaccordo quasi totale sul modo di concepire il nuoto.

Da un lato la ISL, che ha visto nel nuoto le potenzialità – ancora tutte da esprimere – di sport professionistico, che attira sponsor e notorietà, che fa guadagnare atleti, operatori ed organizzatori, che crea nel tempo un’industria intorno a sé, nonostante la prima stagione si sia retta interamente sulle spalle dell’organizzatore e del suo, generosissimo, investimento iniziale.

Dall’altro la FINA, alla quale va riconosciuto il merito di organizzare le grandi manifestazioni mondiali – quelle che di fatto ci fanno innamorare di questo sport – e di regolare tutta l’attività istituzionale, senza la quale nulla esisterebbe; ma che ha il demerito di essere rimasta un po’ troppo a guardare, di aver spinto i grandi personaggi che lei stessa aveva creato a cercare soluzioni altrove, non ascoltando le richieste o rispondendo tardivamente ed in modo non appropriato.

In mezzo ci sono gli atleti, non ancora abbastanza consapevoli delle possibilità individuali e di movimento, spesso costretti ad adeguarsi alle situazioni che trovano sulla propria strada ed ancora incerti sulle reali possibilità che questa mini-rivoluzione potrebbe portare loro.

Lo scontro iniziale tra le parti era inevitabile, come inevitabile la prima pace apparente ed un periodo di studio, agevolato dall’imminente appuntamento olimpico.

Per il bene del nuoto, dovremmo augurarci che si arrivi, prima che sia troppo tardi, ad un punto di incontro, dove la FINA continui il suo lavoro di ente garante dello standard di qualità e la ISL si concentri solamente sul proprio prodotto, provando a compiere in toto la missione che si è prefissata alla sua nascita.

Ma molto dipenderà dalle prossime mosse.

About The Author

Luca Soligo

Appassionato di sport, analizzatore di numeri e statistiche, raccoglitore di curiosità. Nato, cresciuto e peggiorato in piscina. In una parola: Fattidinuoto.

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