La International Swimming League è una delle novità più belle e chiacchierate degli ultimi anni.

L’avvento di questa nuova lega professionistica ha fatto parlare moltissimo, dividendo nettamente l’opinione di appassionati ed addetti ai lavori: c’è chi la ama e ci vede un possibile scenario positivo, anche a lungo termine, per il mondo del nuoto e chi la boccia totalmente, mettendone in luce le asincronie con quello che, da anni, siamo abituati a vedere quando si parla di gare in piscina.

Forse ascoltare l’opinione di uno dei protagonisti può aiutarci a capire meglio e magari apprezzare di più il progetto.

Fabio Scozzoli è stato tra i primissimi atleti a credere nella ISL, ha partecipato ormai quasi due anni fa ai meeting preliminari nei quali gli atleti hanno condiviso con l’organizzazione le prime idee del progetto ed ha nuotato nella stagione inaugurale.

Ora si trova a Budapest per partecipare alla seconda stagione, che si sta svolgendo alla Duna Aréna proprio in questi giorni.

Come si svolge la vita nella bolla della ISL?

Per noi ora non c’è posto più sicuro al mondo. Abbiamo fatto un tampone prima di partire, un altro appena arrivati e siamo rimasti in quarantena fino all’esito negativo, e poi un altro ancora il giorno successivo.

Ora ne facciamo uno ogni cinque giorni. Nessuno entra, nessuno esce dalla bolla.

Di giorno possiamo allenarci e fare qualche passeggiata all’aperto sempre sull’Isola Margherita. L’albergo è bellissimo e si mangia bene. Se non è rischio zero questo, poco ci manca.

Qual è stata la tua reazione la prima volta che ti hanno parlato del progetto ISL?

Sembrava una cosa dell’altro mondo, ma è quello che noi atleti abbiamo sempre voluto.

Per me, a 30 anni, è l’inizio di una nuova parte di carriera. Nel momento in cui già iniziavo a pensare al dopo, mi si è presentata questa opportunità ed è veramente bellissimo. È un peccato non avere 20 anni.

A vederla bene, per voi nuotatori è un vantaggio anche tecnico, oltre che economico:

Certo, perché nuotare ogni settimana con 8 dei più forti atleti al mondo è una cosa che non ci capita così spesso.

In questa parte dell’anno, ad esempio, facciamo sempre trofei di buon livello, come Bolzano, Genova e Massarosa, ma difficilmente c’è questa concentrazione di nuotatori così forti.

Gareggiare è una delle cose più allenanti che ci siano, oltre che divertenti, ed è un’opinione comune ormai di tutti gli atleti. Io ci vedo solo cose positive e spero che questo possa essere solo l’inizio.

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È un prodotto molto innovativo per noi europei, che ha diviso l’opinione tra i fans e gli addetti ai lavori, perché non è ciò a cui siamo abituati.

Mi rendo conto che è diverso rispetto a quello che abbiamo sempre visto ad eccezione della Coppa Brema, ma è anche molto eccitante. In America per esempio, grazie anche ad un commento molto più entusiasmante e al fatto che somiglia molto alle competizioni NCAA, è molto apprezzato.

Anche la questione dei tempi (che non vengono mostrati in diretta, ndr) è sicuramente migliorabile ma è un fatto di abitudine. La gara è sui punti e sulle squadre, i tempi vengono di conseguenza e, secondo me, presto arriveremo anche a mostrarli.

La Federnuoto aveva molti dubbi, soprattutto sanitari, che poi sono risultati errati:

È stato fatto un terrorismo psicologico sbagliato, perché i protocolli medici erano chiari fin da subito e scritti, nero su bianco.

Sarebbe bastato leggerli ed informarsi: è un metodo che ha già funzionato benissimo in NBA ed in Formula 1 e sta funzionando altrettanto bene anche qui.

C’è stato anche un discorso di lotta politica tra la FINA e la ISL, per il riconoscimento ufficiale delle gare. Forse i dubbi arrivano anche da questo.

Alcune federazioni, come British Swimming, hanno accolto questa novità positivamente, vedendoci una grande opportunità per i propri atleti, che vengono finalmente trattati come professionisti in tutto e per tutto. Altre invece sono state più scettiche, forse preoccupate dalla possibilità che la partecipazione dei nuotatori alla ISL possa diventare penalizzante per le competizioni nazionali.

La FIN è una federazione che ha fatto e sta facendo tanto per noi atleti, è organizzata benissimo, ma dovrebbe aprirsi di più a questa occasione, perché non deve temere nulla.

Con un roster al completo, voi Aqua Centurions avreste avuto molte più possibilità di passare il turno ed andare in semifinale.

Con tutti gli italiani saremmo ad un livello nettamente superiore, soprattutto in campo femminile, dove oltretutto ci mancano Federica Pellegrini e Stefania Pirozzi (che hanno contratto il Covid-19, ndr). Ora il nostro obiettivo e giocarcela con i team che sono al nostro livello come, nel prossimo match, i Toronto Titans.

Se potessi scegliere un atleta qualsiasi da un altro team?

Preferirei avere tutti i nostri, soprattutto gli italiani, e sarei già contento. Ma potendo pescare tra gli altri, prenderei Sarah Sjöström, che ci risolverebbe da sola tutte le lacune che abbiamo nel team femminile.

Tutti ci ricordiamo il calore del pubblico alla Scandone di Napoli, l’anno scorso. Quanto vi manca il pubblico?

In una gara come questa, molto. Tutti gli atleti sono rimasti impressionati dal calore del pubblico a Napoli ma anche a Londra, e credo che qui a Budapest, con i fans, sarebbe stato bellissimo.

C’è comunque un bel clima, possiamo assistere alle gare degli altri e tutti tifano per tutti, è divertente.

Sei ormai uno dei veterani della Nazionale italiana. Quali sono i momenti più belli, personale e da compagno di squadra, che hai vissuto in questi anni in azzurro?

Come compagno di squadra, ricordo con molto piacere la vittoria di Piero Codia nei 100 farfalla a Glasgow 2018, una cosa talmente inaspettata che siamo impazziti tutti.

Personalmente, invece, credo che l’oro europeo di Budapest 2010 nei 50 rana sia stato il più inatteso ed è quello che ricordo con più emozione.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4

Intervista realizzata in diretta Instagram il 22 ottobre 2020