Ian Thorpe ha parlato: “Tutti nel mondo stanno nuotando i 200 stile nella maniera sbagliata”.

Intervenuto nel podcast dell’ex compagno di squadra Brett Hawke, il campione australiano ha detto la sua a proposito di un argomento del quale, indubbiamente, è un esperto.

Non puoi nuotare 150 metri piano e poi far diventare la gara uno sprint. Facendo così, limiti il tempo che potresti fare.

Secondo Thorpe, il modo giusto di nuotare un 200 stile è facendo il primo 100 nel modo più veloce possibile, per poi affrontare il finale di gara tentando di stringere i denti e di sopportare il dolore che gli ultimi 50, inevitabilmente, portano con sé.

Thorpe ha aggiunto che per nuotare un tempo vicino (o inferiore) all’1’44” bisogna virare ai 100 sotto i 51”, specificando che lui si poteva permettere di passare leggermente meno veloce (51”45 in occasione del world record del 2001, 1’44”06) solo perché era consapevole della sua abilità nella seconda metà gara, derivata dal fatto che fosse il più forte al mondo anche nei 400.

Come riporta Swimming World, l’ex campione olimpico è tuttora detentore della terza prestazione di sempre in tessuto, ottenuta diciannove anni fa in occasione dei Mondiali di Fukuoka. Escludendo quindi il biennio del poliuretano, solamente Michael Phelps a Melbourne 2007 (1’43”86) e Yannick Agnel a Londra 2012 (1’43”14) hanno nuotato più velocemente di Thorpe i 200 stile.

A confermare il concetto espresso dall’australiano c’è proprio la gara che è valsa ad Agnel l’oro olimpico: il francese è passato ai 100 in 50”56 (24”55 ai 50) ed è tornato in 52”50, risultando migliore anche dello stesso Thorpe, che a Fukuoka tornò in 52”61.

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Nessuno, negli ultimi dieci anni, è riuscito ad interpretare i 200 stile libero alla stessa altezza di Agnel, che è anche l’unico sceso sotto l’1’44” post 2010.

Se teniamo conto anche dei tempi “gommati”, Agnel detiene il terzo e Thorpe il quinto crono all time, con Paul Biedermann in testa grazie alla prestazione di Roma 2009.

Resta comunque incredibile come Thorpe, venti anni fa, riuscisse a nuotare tempi che, di fatto, gli sarebbero valsi l’oro in tutte le edizioni dei Mondiali dal 2011 al 2019, oltre che alle Olimpiadi di Rio 2016.

Da un lato c’è l’innegabile grandezza di un campione che fu dominatore dei suoi tempi e, per certi versi, anche precursore dei periodi d’oro arrivati successivamente, ma dall’altro c’è anche la sensazione che i 200 stile siano una tra le specialità maggiormente in stallo dell’ultimo decennio.

Dal 2010 ad oggi, solo 7 atleti hanno nuotato tempi sotto l’1’45”, Agnel, Lochte, Phelps, Biedermann, Park, Sun e Rapsys, con l’1’46” che è spesso il limite per accedere alle finali che contano.

Se pensiamo che Giorgio Lamberti, nel 1989, nuotava l’eccezionale 1’46”69 (rimasto record del mondo per 10 anni), è chiaro che la distanza non si sia nel frattempo così evoluta come altre. I motivi potrebbero essere molteplici, a partire dall’interpretazione della gara stessa.

Per nuotare un 200 stile come suggerisce Thorpe bisogna essere perfettamente consapevoli dei propri mezzi e confidenti che la seconda parte di gara non si trasformi in un’insormontabile fatica. Perfino Sun Yang, in occasione dell’1’44”39 di Budapest 2017, è arrivato a chiudere l’ultimo 50 vicino ai 27 secondi, a testimonianza del fatto che non è affatto semplice mantenere un certo ritmo, nemmeno per uno specialista più spostato verso il mezzofondo.

Ci sono poi i contesti nei quali avvengono le prestazioni, come ad esempio le finali che mettono in palio le medaglie, che speso possono influire e modificare la strategia dei nuotatori a seconda dell’andamento.

A Gwangju 2019, Clyde Lewis è passato in testa 50”73, perfettamente in linea con il consiglio del suo connazionale Thorpe, ma poi ha gradualmente ceduto finendo penultimo in 1’45”78. Proprio quella finale è un esempio visivo di incertezza, con gli atleti nell’ultima vasca quasi tutti sulla stessa linea a giocarsi il podio fino all’ultima bracciata. Da Rapsys, poi squalificato, che ha toccato in 1’44”65 a Kozma, ottavo in 1’45”90, passa poco più di un secondo.

Ci può essere infine anche una mancanza di talento, una povertà di grandissimi interpreti della specifica distanza, soprattutto negli ultimi anni. Da questo punto di vista, l’ultima finale davvero stellare è stata a Shanghai 2011, quando un mai così dominante Ryan Lochte sconfisse Michael Phelps (che ai 100 aveva virato in testa in 50”93), Paul Biedermann, Park Tae-Hwan e Yannick Agnel, tutti racchiusi in 55 centesimi e tutti scesi sotto l’1’45”.

Ad oggi il più forte interprete è di fatto Sun Yang, che ha vinto gli ultimi tre ori tra MondialiOlimpiadi ma che proviene comunque dal mezzofondo, insieme a Danas Rapsys, che solo per una falsa partenza non ha l’oro mondiale al collo. Chad Le Clos è forse l’interprete migliore della teoria di Thorpe, e nei 200 stile di Rio 2016 ha provato la tattica d’attacco, con un passaggio ai 100 in 50”36. Il terzo ed il quarto 50, tuttavia, sono stati di minor intensità, entrambi sopra i 27 secondi, gli sono bastati per raccogliere un ottimo argento ma non per battere Sun Yang e nemmeno per scendere sotto l’1’45” (1’45”20).

Dietro di loro ci sono alcuni ottimi ed altri buoni interpreti che, tuttavia, non hanno ancora raggiunto l’eccellenza assoluta, che stando anche a quanto ha detto Thorpe, significa entrare nel club degli 1’44.

Resta comunque il fatto che i 200 stile libero sono una delle gare più insidiose sia dal punto di vista tattico che da quello della preparazione, anche perché comprendono diversi elementi che solamente i grandi campioni riescono a sintetizzare. Da oggi hanno anche un consiglio in più, quello di Ian Thorpe.

Cosa direbbe, invece, la più grande interprete di sempre di questa distanza al femminile?

Federica Pellegrini ha nel terzo e quarto 50 la sua arma letale, quella progressione che solitamente chiude le gare senza dare possibilità di ripresa alle avversarie. È anche vero, tuttavia, che negli anni Fede ha puntato al miglioramento della velocità di base per non essere così distante dalle primissime nella prima parte di gara e poter sferrare l’attacco finale da più vicino. Nella finale di Gwangju 2019, in occasione del suo miglior crono in tessuto, ha nuotato anche il suo miglior primo 50 (27”05) e 100 (56”10) di sempre in una finale mondiale, mantenendo comunque una marcia in più nel terzo (29”22) e quarto (28”90) parziale, in entrambi i casi i migliori rispetto a tutte le avversarie.

Foto: olympics.com