Massimiliano Di Mito, in arte Max, è pronto per una nuova avventura.

Non è una novità per il coach modenese quella di girare su e giù per l’Italia. Questa volta il suo cammino incontra l’Abruzzo e in particolare il progetto SDS (specialisti dello Sport con sede a L’Aquila), del quale sarà il nuovo head coach.

Schietto e sincero come sempre, senza peli sulla lingua, ci ha spiegato come è nata questa nuova avventura con un occhio anche sullo stato di “salute” della movimento italiano e un tuffo nel passato!

Ciao, Max! Stai per intraprendere un nuovo percorso alla SDS: come è nata questa collaborazione?

In realtà è nata in mondo casuale. Mi ha telefonato Cristiano Carpente, presidente della Federazione Nuoto Abruzzo, chiedendomi un eventuale disponibilità a creare una sorta di progetto regionale, che coinvolga diverse società e soprattutto tanti giovani allenatori con un percorso di crescita unitario.

Quali sono quindi gli obbiettivi principali di questo “matrimonio”?

Obbiettivi in termini di risultati non ce ne siamo posti. Il principale è quello di far crescere il movimento natatorio dell’Abruzzo, che vede tantissimi giovani atleti specialmente della categoria Ragazzi. Margini per lavorare ce ne sono parecchi, e questo progetto avrà la durata minima di 3-4 anni. Poi strada facendo si vedrà anche se usciranno atleti di spicco.

A proposito dunque di atleti, c’è già qualcuno di particolarmente promettente?

I ragazzi al momento li ho visti una sola volta, sono tutti molto giovani e qualcuno ha già partecipato bene ai Criteria e ai Campionati Italiani Assoluti. Sicuramente c’è qualche atleta di spicco rispetto agli altri, ma l’obbiettivo iniziale resta quello di far crescere non solo gli atleti ma soprattutto gli allenatori.

Credi che dunque le collaborazioni tra più società, come avviene anche per la SDS, siano la chiave giusta per aiutare le piccole realtà (e dunque gli atleti) ad emergere?

Sì, sono d’accordo. Ho diverse esperienze precedenti di questo tipo, su tutti quello con la DDS, che aveva una centralità a Milano con molte società satellite. Se ben gestito questo tipo di collaborazioni sono un momento di crescita importate per tutti. Ripeto, DDS è stata una realtà grandiosa e difficilmente ripetibile, mentre ad oggi il gruppo più importate è quello dell’Aniene, che però ha possibilità soprattutto economiche diverse. Quello che farò a L’Aquila è proprio quello di collante tra i giovani allenatori, di guida per riuscire nel breve tempo a portare atleti a piazzamenti importanti a livello assoluto.

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Un compito che spetta all’head coach, una figura che in Italia non è ancora così popolare.

L’Italia è troppo governata dalle invidie, dal protagonismo di allenatori che spesso arrivati a un certo momento disconosco quello che hanno fatto prima. Il mio progetto è sempre volto a rendere indipendenti gli allenatori che seguo, farli crescere, cercando di fargli evitare gli errori che da soli indubbiamente avrebbero commesso oltre a spiegargli anche come poter rimediare. Non fornisco gli allenamenti giorno per giorno, ma sarò in stretto contatto con tutti loro quotidianamente per stimolarli e aiutarli nel ragionamento.

Se alla SDS avrai il ruolo di chioccia di questi giovani coach, che ne pensi invece della formazione degli allenatori italiani? E che differenze con quelli degli altri paesi?

I tecnici, per quello che è il mio riscontro, sono preparati. Il problema è quello di voler dare spazio ai giovani allenatori. Mi spiego: in altre realtà, come negli Stati Uniti per esempio, i giovani coach vengono supportati e fatti crescere con calma, affiancati agli head coach e gli vengono forniti tutti i mezzi per migliorare.

In Italia purtroppo, quando un tecnico giovane ottiene risultati di rilievo scattano i piani per portargli via gli atleti. Crescere per un giovane allenatore non è facile, io stesso ho dovuto combattere per farmi spazio. Bisognerebbe investire non solo sugli atleti ma anche sui tecnici.

Un punto fermo del ruolo dell’allenatore è sicuramente la metodologia. Tu che hai lavorato con Paolo Penso, cosa ci puoi dire della figura del metodologo, che non sembra troppo considerato dalle società italiane e dalla Federazione?

Sicuramente è molto importante il lavoro che ha fatto Paolo come docente ai corsi di allenatore. C’è chi sceglie di avere una figura come il metodologo all’interno della propria struttura e chi no. Sono sicuramente più presenti nelle Nazionali, ma è una figura particolare e io credo che la metodologia è una cosa, ma gestire gli atleti emotivamente è un’altra.

Adattare la metodologia all’atleta non è facile, non sono computer. Sono più le volte che devi cambiare strada, per quello credo che altrettanto importante sia l’aspetto mentale ed emotivo.

Sono due tecniche che insieme si completano ma assolutamente diverse l’una dall’altra.

Metodologia e aspetto emotivo che sicuramente ti hanno permesso di lanciare in orbita un altro baby prodigio dopo Federica Pellegrini ovvero Benedetta Pilato. Come hai fatto a gestire e rispettare in entrambi i casi le rispettive tappe di crescita?

Con Federica ho fatto nello stesso modo che ho fatto con Benedetta. Certo con delle differenze: Federica l’allenavo nel quotidiano mentre Benedetta aveva un preparatore atletico mio amico che seguiva le mie indicazioni oltre ovviamente a Vito D’Onghia che l’allenava tutti i giorni. Io ero comunque presente e riuscivo a seguirla con più facilità.

Diciamo che il suo percorso è stato l’evoluzione del percorso di Federica, anche se a gradienti di forza e capacità fisiche Benedetta è superiore. Ma hanno strutture fisiche differenti e lo si vede anche dal tipo di distanze per le quali sono predisposte. Con Benedetta è stato fatto un lavoro mirato ai 50 per portarla ai Mondiali, dato che sui 100 aveva un background ancora troppo povero. Non è stato comunque tralasciato il discorso, dato che a fine stagione ha nuotato il record italiano Ragazze di 1’08”21 ma per sognare l’Olimpiade dovrà scendere sull’ 1’06” a livello di Martina Carraro e Arianna Castiglioni. Abbiamo tre atlete che si giocano il pass olimpico.

Benedetta il prossimo anno non sarà più con me, e credo che debba continuare a lavorare per puntare subito a Tokyo, non come molti che pensano che la sua Olimpiade sarà quella del 2024. È la filosofia di prendere tutto quello che si può raccogliere, la stessa che ci ha portati a questi Mondiali, quando alcuni pensavano che era meglio prepararsi per EuroJunior e Mondiali Junior.

Un grazie lo dobbiamo anche alla Federazione e al CT Cesare Butini che ha permesso a Benedetta di scendere in Corea con l’ultimo gruppo, restando lontana da casa il meno tempo possibile e non farle sentire troppo il contesto internazionale.

Se Benedetta Pilato è all’inizio della sua avventura, chi non smette di stupirci è Federica Pellegrini. Tu che l’hai vista iniziare, ti aspettavi una longevità così vincente da parte sua?

Non puoi mai sapere. Certo una carriera così è incredibile.

Mi indispettisco quando sento qualcuno, parlo anche di tecnici, dire che altre atlete per esempio Katinka Hosszú hanno avuto carriere migliori. Sono passati quasi vent’anni e Federica ha sempre vinto medaglie, sempre nella stessa gara. Quando nel corso delle stagioni si è spostata su altre gare, lo ha fatto solo per prendere fiato.

Dal mio punto di vista è la più grande nuotatrice italiana di sempre e non solo, anche sportiva italiana di tutti i tempi, la più giovane a salire su un podio olimpico. Credo che a Gwangju abbia fatto la sua miglior gara di sempre, meglio ancora che a Roma. Per formare un atleta di livello assoluto ci vogliono dieci anni. Una volta al vertice solitamente resta 2-3 anni al top mondiale, poi deve imparare a gestirsi. Per questo mi stupisco di come Federica, a 30 anni, abbia nuotato il suo secondo miglior crono assoluto di 1’54”21!

Fede ha grandi doti mentali, non ce né un’altra come lei. Al momento della sua vittoria in Corea ho scritto a Giunta, dicendogli che ho pianto di più per questa volta che quando è salita sul podio ad Atene!

Insomma, dalle parole di Max Di Mito trapela tutto l‘amore per la sua professione e per il mondo del nuoto, oltre che l’indubbia esperienza e le grandissime capacità tecniche.

Un mix che, questa volta, sarà goduto tutto dal gruppo abruzzese SDS! In bocca al lupo!

NdR: Max in questa stagione manterrà la sua sede in Puglia come DT della Adriatika Nuoto di Galatone (Lecce).

Foto: Max Di Mito