Non sono molti gli allenatori che, all’età di 37 anni, hanno guidato un proprio atleta alla vittoria di due ori Mondiali.

Matteo Giunta ha iniziato ad allenare Federica Pellegrini in un momento cruciale della sua carriera, quando la stileliberista aveva 26 anni e veniva dal biennio 2012-2013, forse il meno positivo della sua incredibile vita agonistica.

Dopo essere stato assistant coach alla ADN Swim Project, ed aver contribuito nel 2012 all’argento olimpico dei 100 farfalla Evgenij Korotyškin, Matteo è diventato preparatore atletico e vice allenatore del gruppo di Philippe Lucas, dal quale ha ereditato la guida di Federica nel 2014. La scelta di stazionare a Verona, vera casa sportiva della Pellegrini, e di puntare tutto sulla preparazione dei 200, abbandonando definitivamente i 400, sono state cruciali per il rilancio della carriera della campionessa di Spinea.

Il loro sodalizio sportivo è valso, tra le altre cose, un argento a Kazan 2015, un quarto posto a Rio 2016 e 2 ori Mondiali consecutivi, prima a Budapest 2017 e poi a Gwangju 2019, titoli vinti da Federica rispettivamente a 29 e 31 anni. Ed ora sta portando verso la quinta esperienza a cinque cerchi.

In un momento particolare della storia mondiale, sportiva e non, abbiamo parlato con lui di passato, presente e, soprattutto, futuro.

Come state affrontando la situazione coronavirus?

Per fortuna ci è permesso di nuotare, come a tutti gli atleti di interesse nazionale, presso il nostro impianto, quindi non è cambiato molto per quanto ci riguarda. L’unica cosa è che la piscina è deserta e anche per le strade, fortunatamente, si vede meno gente in giro, sperando che il tutto si risolva per il meglio.

Cosa cambia nella preparazione verso gli Assoluti, che sono al momento annullati?

Io vado avanti come se ci fossero gli Assoluti. Se ci sarà data la possibilità, stiamo cercando una gara fuori dall’Italia per sostituire, almeno in parte, l’appuntamento di Riccione. Ritengo che la gara sia una parte fondamentale dell’allenamento, soprattutto per certi atleti che hanno bisogno di sentire l’adrenalina e la tensione delle competizioni.
Altrimenti, non dovesse esserci questa possibilità, organizzerò una prova tempi a porte chiuse, come abbiamo già fatto in altri momenti della preparazione. So benissimo che non è la stessa cosa, ma è meglio di niente. Noi allenatori abbiamo bisogno di avere dei feedback su quanto fatto, sapere se la direzione presa è quella giusta o se bisogna correggere qualcosa.

Com’è andato il collegiale a Fort Lauderdale?

Benissimo, ormai negli States siamo di casa. Le strutture alberghiere, le location e gli impianti che abbiamo scelto si sono rivelati, come sempre, all’altezza delle nostre esigenze.

Nell’anno olimpico è molto importante andare sul sicuro ed evitare di avere sorprese spiacevoli. Con il senno di poi, forse sarebbe stato meglio stare ancora un po’ là…

Parliamo di Federica. Ricordo di averla vista ad un trofeo giovanile, intorno al 2003, e già si parlava di lei come di un fenomeno destinato a grandi cose. Spesso una pressione del genere ha schiacciato gli atleti, soprattutto i più giovani, ma non lei.

Alla base c’è stata sicuramente una grandissima forza di volontà, sorretta dal grande amore che lei ha per questo sport. Che significa, anche, fare tutto ciò che è necessario per arrivare ai tuoi obiettivi e i tuoi sogni.

Lei ha sempre visto l’allenamento come qualcosa di positivo, senza mai subirlo passivamente ma vivendolo come un mezzo per raggiungere il suo scopo.

Questo le ha permesso di non demoralizzarsi mai, nemmeno nei momenti negativi, e di superare lo sconforto iniziale pensando che, alla fine dei conti, il nuoto è tutto quello che ha sempre desiderato fare nella vita.

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È anche per questo che, dopo 17 anni, stiamo ancora parlando di lei come una delle migliori al mondo.

La pressione mediatica che ha dovuto subire fin da giovanissima non le ha di certo facilitato la vita. Sono sicuro che, se i contorni mediatici di molte situazioni nella sua carriera fossero stati meno pesanti, per lei sarebbe stato meno complicato gestire il tutto. In Italia facciamo presto ad osannare o affossare qualcuno ed è un modo sbagliato di raccontare lo sport.

Spesso mi sono trovato a chiedermi come facesse a gestire tutto quello che le capitava addosso, ma poi mi sono reso conto che era solo grazie alla sua grande forza interiore. Nel 2018, dopo l’Europeo di Glasgow, ho sentito dei commenti che un’atleta come lei non si sarebbe mai meritata, soprattutto l’anno dopo aver vinto l’ennesimo titolo mondiale. È per situazioni simili a questa che spesso ci capita di bruciare dei giovani di belle speranze che, loro malgrado, non riescono a gestire una pressione così elevata.

Possiamo dire che insieme alla sua crescita come atleta ci sia stata anche una tua grande crescita come allenatore.

Credo che uno dei più grandi errori che un tecnico possa fare è quello di sentirsi arrivato, non mettersi più in discussione. Nessuno ha la verità in tasca. Nel confronto giornaliero con gli atleti, soprattutto quelli di grande livello, si attinge la linfa vitale per crescere e migliorarsi.

Ho imparato molto nell’osservare ed ascoltare un’atleta come Federica che, a differenza degli altri, non ha quasi mai potuto vivere la propria vita sportiva in maniera normale perché sempre sotto i riflettori, sempre chiamata a dimostrare di essere la numero uno. Di mio, sono uno molto tranquillo, tendo a non fasciarmi la testa con problemi che non sono ancora importanti. All’inizio ripetevo che certe situazioni non mi interessavano ma, col tempo, ho iniziato anch’io a subirle ed è lì che sono cresciuto.

Anche dopo l’ennesimo mondiale vinto l’anno scorso, nell’apice della mia carriera da tecnico, sento di dover imparare molto. Il nostro lavoro è sempre misurato da medaglie e risultati, ma la realtà è che il bravo coach è quello che riesce a far esprimere ai suoi atleti il massimo potenziale. Anche se poi non finisce sulle pagine dei giornali perché non ha avuto l’opportunità, come ho avuto io, di allenare atleti di grandissimo livello.

Ledecky, Titmus, Haughey. Chi altro per Tokyo 2020?

Non lo dico per scaramanzia, ma a Tokyo i 200 stile libero saranno una delle gare con il più alto valore tecnico in assoluto. Dopo la finale mostruosa di Gwangju, con 4 atlete da 1’54”, alle Olimpiadi ce ne potrebbero essere addirittura 8 su quei tempi, che significa un livello assurdo. Per ora non ci voglio pensare, voglio solo cercare di preparare al meglio la gara, portare Federica al top della sua forma nel momento giusto e guadagnarci un posto in quelle 8 corsie. Poi ce la giochiamo alla pari con tutte.

Anche perché abbiamo visto, scaramanzie a parte, che Federica in quelle occasioni spesso e volentieri sa fare la differenza

Dopo il mondiale dell’anno scorso ci siamo parlati ed abbiamo deciso di fare un ultimo anno soprattutto per divertirci. I risultati che ha ottenuto nelle ultime tre stagioni sono stati eccezionali, incredibili, già oltre ogni più rosea aspettativa.

In questo momento stiamo cercando di goderci il viaggio verso questa eventuale quinta olimpiade che già, di per sé, è una cosa storica.

Parliamo di futuro del nuoto. Sono un grande fan della ISL, mi è sembrato un bel modo per dare al nostro sport una possibile evoluzione. Credi che possa durare nel tempo?

È stato qualcosa che ha fatto bene a questo sport e che può creare una nuova prospettiva, per far sì che non ci siano solo Europei, Mondiali, Olimpiadi e poco altro. Una delle cose più interessanti è quella di poter vedere lungo tutta la stagione delle sfide tra atleti che altrimenti si sarebbero scontrati solo una volta l’anno, creando così un bacino di appassionati più grande. L’obiettivo finale è quello di dare al nuoto una dimensione più ampia, quella che si merita, anche se non è facile.

Abbiamo avuto la fortuna di aver un filantropo (Konstantin Grigorishin, NdA) che, per una volta, ha deciso di non puntare sulla solita squadra di calcio ma sul nostro sport, perché è un vero appassionato. È un visionario, ha delle idee davvero innovative e spero che non si stanchi, che questa cosa possa funzionare sempre di più. Il nuoto è bellissimo, ma per fare il salto di qualità deve provare ad uscire dalla sua nicchia e farsi amare anche dal grande pubblico.

Intervista del 10 marzo 2020

Foto: Fabio Cetti | Corsia4