A cosa somiglia l’ultimo giorno di SuperOlimpiadi?

Forse all’ultimo giorno di scuola, quando un sentimento misto tra eccitazione e nostalgia ti morde lo stomaco e ti fa sognare l’estate. O forse all’ultimo giorno di vacanze, quando la malinconia prende il sopravvento e dobbiamo lasciarci alle spalle amicizie ed amori appena assaporati. O forse alla fine del weekend, quella domenica sera durante la quale, immancabilmente, ci si interroga su quanto la nostra vita ci appartenga veramente.

Il Commissioner si siede e saluta, sembra che stasera non voglia parlare. Se non fosse per la penombra che lo avvolge, giurerei di aver visto una lacrima rigare il suo volto. Ma poi una cosa ce la dice: “Questa sera niente fronzoli, niente ospiti ne super inserti visivi. Solo le SuperOlimpiadi nel loro immenso splendore”.

Si parte con le semifinali dei 50 stile libero maschi, gara che vede impegnato anche Andrea Vergani, per il quale l’ingresso in finale sarà possibile solo attraverso una prestazione miracolosa. Le due serie sono tiratissime, l’acqua si fa rovente intorno agli atleti e le esclusioni sono questioni di centesimi.

Ad uscire, grandissimi nomi come Nathan Adrian, Amaury Leveax ed Anthony Ervin, che si rivolge al pubblico con il saluto del surfista ed il sorriso di chi sa di avere due ori olimpici al collo. Anche Vergani se ne va sereno, abbracciato a Bruno Fratus, entrambi consapevoli di aver partecipato a qualcosa di storico.

Qui i nomi, pesanti, dei qualificati: Bernard Alain, Bousquet Frédérick, Bovell George III, Callus Ashley, Dressel Caeleb, Manaudou Florent, Proud Benjamin, Cielo Filho César.

C’è la finale degli 800 stile donne, che per noi significa Simona Quadarella. All’ingresso, la nostra campionessa saluta con la mano e ci regala uno dei suoi splendidi sorrisi, mentre accanto a lei Katie Ledecky sembra arrabbiata col mondo intero.

Nemmeno il tempo di prendere confidenza con l’acqua, che l’americana mette un paio di secondi tra sé ed il gruppo delle inseguitrici. Per rendere meglio l’idea della sua impresa, posso dirvi che ai 200 passa in 1’59”42, ai 400 in 4’01”98 (sarebbe il 12° tempo al mondo nella distanza) e che il suo vantaggio cresce inesorabilmente ad ogni parziale. Oltre a strizzarmi gli occhi per la gara della Ledecky, mi gaso anche per la lotta al podio, che vede impegnate praticamente tutte le altre nuotatrici della finale. Li Binjie è protagonista della prima parte di gara, ma la cinese molla la presa verso metà e lascia il passo al terzetto composto da Adlington, Wang e Quadarella.

Simona perde qualcosina dopo ogni virata, ma nella nuotata riesce spesso a rimettersi davanti alle altre. A 50 metri dalla fine è seconda, ma i due decimi di vantaggio che ha sulla coppia di inseguitrici non bastano. Lo sprint finale premia l’inglese, con la Wang che agguanta il bronzo, mentre i centesimi che relegano la Quadarella ai piedi del podio sono 35. Un vero peccato, ma Simona è già pronta a reagire: “La prossima volta non finirà così”.

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La seconda finale di oggi vede protagoniste di nuovo le donne, stavolta impegnate nei 200 misti.

Le otto entrano a testa bassa, per disputarsi quella che sarà l’ultima medaglia femminile di queste SuperOlimpiadi. La favorita è Katinka Hosszú, occhialini scuri e cappuccio in testa, mentre più sorridente accanto a lei sembra Stepphanie Rice.

Dopo il delfino, Hosszú guida di un centesimo su O’Connor e Rice, con Kukors staccata di poco più. Il dorso premia la Iron Lady, che tenta lo strappo decisivo ma le inseguitrici non demordono. Dopo la rana, l’ungherese ha un margine di quasi sei decimi sulla Kukors, che a stile sembra averne nettamente di più. La statunitense insidia la Hosszú da vicino, in un modo che non siamo abituati a vedere negli ultimi anni.

La gara si decide al tocco finale e per soli 3 centesimi Katinka riesce a spuntarla ed aggiudicarsi il secondo oro di questa SuperOlimpiade. “Che fatica”, commenta la vincitrice “ma penso proprio di essermela meritata”.

Il ritmo calzante della manifestazione ci porta alla finale dei 50 stile, la più veloce ed incerta del programma. I tre francesi finalisti entrano per mano, e devo dire che vedere Manaudou accanto a Bernard, entrambi al top della loro forma, fa leggermente impressione. Il più serio sembra Proud, che scruta accanto a sé Caeleb Dressel intento nel suo rituale pre-gara. Non so se è un’illusione ottica dovuta alla mia prospettiva, ma il balzo dell’americano è talmente alto che i suoi piedi sembrano superare la testa dell’inglese.

Nonostante spesso sia nettamente il migliore in partenza, stavolta Dressel ha dei rivali degni come Cesar Cielo, che non ci mette molto a prendere il comando della situazione. Nel proseguire della gara, Frederick Bousquet ha l’azione più fluida, mentre Dressel sembra arrancare stretto nella morsa dei due “gommati”. La linea dei contendenti è quasi perfetta ed il gruppo sembra arrivare tutto insieme, tanto che ci vuole il replay per capire, anche ad occhio nudo, che Cielo è riuscito nell’impresa di fare la doppietta più ambita delle SuperOlimpiadi, 50 e 100 stile libero.

Con le mani rivolte al cielo, il brasiliano saluta l’Onnipotente e manda baci a tutti gli spettatori, senza tuttavia risucire a trattenere le lacrime. Bousquet, secondo, stringe la mano a Dressel, terzo.

Non c’è nessuno più deluso di Florent Manaudou, partito sicuro di vincere ed uscito dalla finale con un pugno di mosche. Toccherebbe a lui parlare con la stampa, ma la testa bassa e l’asciugamano riposto sul capo sono segnali abbastanza eloquenti.

Siamo così giunti all’ultima finale, quella che consegna l’oro nei 200 misti maschili, probabilmente messa come main event anche perché (come trapelato in alcune indiscrezioni) il favorito d’obbligo, Michael Phelps, dovrebbe ricevere la palma di miglior atleta della storia. Parla il Commissioner: “Chiudiamo col botto ma ricordatevi: alle SuperOlimpiadi nulla è come sembra”.

L’ovazione del pubblico è elevatissima e sembra che per ogni contendente ci sia una fazione in tribuna. C’è chi inneggia all’eroe hipster László Cseh, c’è la torcida brasiliana per Thiago Pereira e ci sono i giapponesi che si inchinano a Seto ed Hagino. Gli americani, 4 in totale, entrano separatamente, anche se gli atteggiamenti sono molto differenti tra loro. Kalisz e Shanteau si danno l’high-five e sorridono a favor di telecamera, Phelps e Lochte sembrano scesi dalla Luna per conquistare il nostro mondo.

La gara accontenta un po’ tutti: Seto è fulmineo nella partenza a delfino, ma Lochte si riprende il vantaggio e vira in testa dopo la frazione a dorso, seguito a ruota da Pereira. Dopo la rana si rifà sotto Hagino, ma è Phelps a recuperare con più veemenza durante lo stile libero. Il Kid di Baltimora mette nel mirino Ryan Lochte ed il sorpasso sembra scritto nel futuro.

Ma a pochi metri dalla fine, le parole del commissioner risuonano nell’arena “Nulla è come sembra…”

Ryan Lochte batte l’eterno rivale sul suo campo preferito, quel 200 misti dove Phelps ha vinto 4 ori olimpici consecutivi ma dove si è fatto sfuggire l’oro più prestigioso, quello SuperOlimpico.

L’ultima parola è la sua:

Tokyo 2020one… ci sto pensando.

Quindi, cosa sono state le SuperOlimpiadi? Un sogno visionario o una visione onirica, un racconto del nuoto che vogliamo o la speranza di un nuoto che ci meritiamo?

Di sicuro è stato un viaggio lungo e sorprendente, pieno di grandi colpi di scena e di avvenimenti incredibili, di giornate entusiasmanti e di attimi intensi.

Dal canto mio, ho provato a raccontarvelo con gli stessi occhi ammirati e disincantati con i quali l’ho visto e se c’è una cosa che spero di avervi trasmesso è la passione per il nuoto.

Uno sport che ti fa trascorrere ore ed ore in acqua, solo con te stesso, e che per questo ti stimola la fantasia. Quella stessa immaginazione che, ora, mi fa pensare che non ci sia nulla di più fantastico che un sano ritorno alla normalità.