Dopo la sentenza del TAS di venerdì 28 febbraio, che ha sancito la squalifica sportiva di Sun Yang per 8 anni, il mondo del nuoto – e non solo – ha in diversi modi voluto far sapere la sua su quello che in molti definiscono il più grande scandalo sportivo-giudiziario nella storia recente delle piscine.

Alcune reazioni erano inevitabili, altre sono state esagerate ed altre ancora talmente strane da risultare contraddittorie. Molti atleti di primo livello hanno affidato, come è ormai consuetudine, i loro pensieri ai social, altri sono stati stimolati dalla stampa per rilasciare un’opinione su un caso che, nonostante trovi la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica in accordo, ha spesso diviso, anche nei modi.

Il primo a parlare, poche ore dopo la pubblicazione della sentenza, è stato proprio Sun Yang, che ha affidato al social cinese Weibo i suoi pensieri.

Ho appena finito di allenarmi e ho sempre creduto nella mia innocenza.

Sono scioccato (…) Combatterò fino alla fine per difendere i miei diritti ed i miei interessi.

È proprio sulla piattaforma cinese che il nuotatore trova il maggior numero di consensi, forte dei 30 e più milioni di followers e del suo status di atleta più famoso in patria. C’è chi si dice sconvolto, chi grida al complotto internazionale, chi spera che ci sia la possibilità di vederlo nuotare ancora, magari già a Tokyo, grazie al ricorso alla Corte Suprema che Sun stesso ha dichiarato di voler presentare.

In questi giorni, poi, migliaia di nuovi profili sono stati aperti su Twitter e la loro provenienza orientale è chiara dai toni con i quali difendono lo stileliberista ora condannato. Non è chiaro, invece, se si tratti di troll oppure ci sia, come sembra, in corso una specie di class action organizzata proprio a partire da Weibo per “invadere” il social americano con commenti a favore di Sun Yang.

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In occidente, al contrario, il mondo sportivo e del nuoto fa fronte comune nel condannare il cinese come e anche più di quanto non abbia fatto la giustizia sportiva.

Come era prevedibile, viste le premesse storiche di rivalità tra le due nazionali, alcune delle reazioni più pesanti sono arrivate dall’Australia, grande accusatrice dei cinesi e dei loro metodi di sospetto doping di stato già dal lontano 1994.

Per rendere l’idea, la prima pagina sportiva del Daily Telegraph australiano titolava, la mattina della sentenza, un trionfale “Drug cheat”.

Uno dei primi australiani ad esprimere la propria gioia non è stato nemmeno un nuotatore: si tratta di Andrew Bogut, già cestista NBA dei Golden State Warriors, che durante i mondiali di Gwangju si era espresso contro il nuotatore cinese. Il suo tweet del 28 febbraio è tanto sbrigativo quanto offensivo, e riporta la notizia della squalifica di Sun accompagnata dalle lettere Nslm, abbreviazione di un pesante insulto cinese traducibile con Your mother died.

Non è mancato all’appello Mack Horton, che a Gwangju aveva dato il via alla protesta rifiutandosi di salire sul podio che lo vedeva sconfitto da Sun Yang. Il campione olimpico dei 400 è stato però tra i meno violenti nell’approccio alla notizia, e ha dichiarato che “proseguo per la mia strada, guardo avanti e continuo a lottare per lo sport pulito. Non ne faccio una questione di persone o bandiere.”

In generale, tutta la stampa occidentale ed in particolare anglosassone si è schierata con decisione contro il cinese, assumendo a volte toni polemici anche nei confronti della FINA. In questo senso l’autorevole The Guardian, attraverso la penna di Andy Bull, cita le amicizie interessate tra Sun, inteso probabilmente non solo come persona ma come entourage, ed i vertici della FINA nelle figure del Presidente Julio Maglione e dell’amministratore delegato Marculescu. Il pezzo si chiude con un sarcastico “L’unica cosa trasparente di come la FINA sta gestendo questo mondo, è il colore dell’acqua”, frase citata su Twitter anche da Adam Peaty, mai docile quando si tratta di criticare la politica del nuoto.

Sulla stessa linea si è espresso anche Swimming World, il sito di nuoto più importante al mondo, che con il suo direttore Craig Lord si è spesso schierato contro la FINA ed i suoi metodi poco chiari. In uno degli ultimi aggiornamenti, Lord riporta anche dei tentativi – non andati a buon fine – della FINA di inserire tra i consulenti legali della Wada un suo ex avvocato, Richard Young, per tutelare i propri interessi.

Sempre tramite Swimming World, si apprende che anche la madre di Sun, Ming, ha detto la sua su Weibo, salvo poi eliminare il post poco dopo. Sembra che la donna, personaggio importante nella gestione della vita del figlio, abbia accusato la Federazione Cinese di non aver fornito l’assistenza legale adatta per affrontare al meglio il processo, che ricordiamo essere stato più volte interrotto – in maniera spesso tragicomica – per problemi di traduzione. Ming ha anche dichiarato che la Chinese Swimming Association avrebbe provato, nel caso di doping di Sun del 2014, a regolare la squalifica di tre mesi tra marzo ed ottobre, permettendo all’atleta di gareggiare ai Giochi Asiatici l’anno successivo (trovando però il no del nuotatore).

In Italia l’opinione più attesa era di sicuro quella di Gregorio Paltrinieri, grande amico di Mack Horton ma anche tra gli atleti più vicini – per quanto lo si possa essere – a Sun Yang, che spesso lo ha definito tra i suoi amici in piscina. Intervistato da Lia Capizzi per Sky Sport, l’olimpionico dei 1500 dice di non poter essere felice:

Se mi guardo indietro e ripenso a tutte le battaglie con lui sono triste. Era il campione che volevo battere a tutti i costi e sapere che ha barato non mi fa per niente esultare.

A La Gazzetta dello Sport, Gabriele Detti, che per ben tre volte tra mondiali ed olimpiadi è stato bronzo nei 400 stile dietro a Sun Yang, si è detto felice che ci sia stata una conclusione della vicenda ma “peccato che non sia retroattiva, sarei vicecampione del mondo dei 400. Va bene lo stesso, penso solo a me stesso.”

Anche l’ex mezzofondista azzurro Federico Colbertaldo si esprime, con un post su Facebook, reclamando simbolicamente le medaglie perse negli anni e trovando nei commenti la solidarietà del campione olimpico Oussama Mellouli. Proprio il tunisino era stato trovato positivo il 30 novembre 2006 all’anfetamina, subendo 18 mesi di squalifica con anche la cancellazione delle medaglie Mondiali conquistate (un bronzo negli 800 stile di Melbourne 2007 andò d’ufficio proprio a Colbertaldo).

Su questa linea anche Chad Le Clos, che su Twitter commenta la vicenda chiedendo alle istituzioni di ripensare anche ai risultati sportivi in qualche modo falsati da Sun Yang e Florian Wellbrock, che definisce strano il fatto che gli rimangano le medaglie vinte.

Quello di questi atleti è pensiero comune nell’opinione generale, che vorrebbe vedere la squalifica di 8 anni applicata a partire dalla notte di settembre 2018 nella quale sono successi i fatidici fatti, revocando così i risultati sportivi ottenuti successivamente.

Secondo il The Sydney Morning Herald, molti atleti sarebbero talmente contrariati da questa situazione da poter organizzare una nuova protesta contro la FINA. In particolare, sembrerebbe che solo una cancellazione dei risultati di Sun possa placare gli animi di molti, già in lotta con la federazione mondiale anche per i fatti relativi all’ISL.

La giustizia ci ha messo più di un anno a deliberare e, nel frattempo, Sun Yang ha nuotato e vinto titoli internazionali facendo storcere il naso a molti sul bordo vasca. La rabbia degli atleti che si sono visti battuti è comprensibile e moralmente legittima, anche se la sentenza recita chiaramente le motivazioni per le quali nessun titolo è stato tolto al cinese, che nel periodo strettamente prima e dopo quel controllo è stato esaminato ed è sempre risultato negativo.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4