Grazie ai suoi trionfi in vasca negli anni ’90 – 23 medaglie internazionali, 2 ori olimpici, 11 record del mondo – Kieren Perkins si era guadagnato il soprannome di big fish, appellativo che, letto ironicamente a 30 anni di distanza, contiene uno spoiler sul suo futuro professionale.

Lo scorso 7 novembre, infatti, Perkins è diventato il presidente di Swimming Australia, la Federazione di nuoto australiana, della quale ora è a tutti gli effetti il “pesce grosso”.

Il mio più grande desiderio è mantenere il nuoto come lo sport olimpico principale per l’Australia. Sento di dover dare tanto a questo sport, dal quale ho ricevuto tanto nella vita.

La sua carriera politica, inaugurata con questa affermazione, inizia a meno di un anno da quella che sarà, per molti versi, l’Olimpiade più attesa e allo stesso tempo complicata della storia recente e nella quale la nazionale di down under è chiamata, come sempre, al compito di meritarsi in patria l’appellativo di rappresentante dello sport nazionale.

A Rio 2016, l’Australia del nuoto ha chiuso il medagliere al secondo posto – dietro agli USA – con 10 medaglie, 3 ori 3 argenti e 4 bronzi, confermando il numero di podi ottenuti a Londra 2012 ma migliorandone il colore. Non si tratta, tuttavia, di dati pienamente soddisfacenti per gli standard degli aussie: per avere un metro di paragone, l’Australia ha ottenuto 18 medaglie a Sydney 2000, 15 ad Atene 2004 e ben 20 a Pechino 2008, che è stata l’edizione più proficua della storia.

Per andare sotto alle 10 medaglie, bisogna tornare a Barcellona 1992, quando i podi furono 9, con 1 oro 3 argenti e 5 bronzi.

Quell’oro è stato vinto proprio da Kieren Perkins nei 1500 stile.

La pressione

Già allora, all’età di 19 anni, Perkins ha dimostrato di avere un’ottima dimestichezza con i ruoli pesanti, quelli caratterizzati da un certo carico di pressione: era favorito della vigilia, recordman del mondo della distanza e dato in patria come oro sicuro, nonostante l’anno prima, ai mondiali di Perth, avesse perso per 22 centesimi dal tedesco Hoffman.

I suoi miglioramenti esponenziali – è passato in due stagioni da 14’58” dei Giochi del Commonwealth 1991 a 14’48” dei Trials del marzo 1992 – mischiati con la passione tutta australiana per i 1500, avevano portato l’hype nei suoi confronti a livelli elevatissimi. In patria, era visto come l’erede naturale di mostri sacri come Boy Charlton, Muray Rose, John Konrads e Stephen Holland, tutti detentori del world record del miglio in vasca: perdere per lui non era un’opzione, nemmeno dopo che, pochi giorni prima dei 1500 di Barcellona, si è dovuto accontentare dell’argento nei 400 stile, nei quali è arrivato 16 centesimi dietro al russo Evgeny Sadovyi.

Ma se la finale di Barcellona è stata una cavalcata abbastanza tranquilla verso il successo, non si può dire lo stesso del percorso che lo ha portato alla conferma di Atlanta 1996. Anche in questo caso, Perkins ha dimostrato di saper reggere una pressione che, se possibile, era anche superiore a quella di quattro anni prima. Da campione olimpico e mondiale in carica, ha quasi mancato la qualificazione per Atlanta, ed è stato battuto ai trials da quello che lui stesso ha definito “il più grande rivale della mia carriera”, Daniel Kowalski.

Lo stato di forma di Perkins ai Giochi era talmente scadente che sembrerebbe stata fino all’ultimo in bilico la sua partecipazione. Nelle batterie è andato talmente male da rischiare, per soli 23 centesimi, un’eliminazione che avrebbe avuto del clamoroso. In finale, però, è riuscito nell’impresa di vincere dalla corsia 8, scendendo (unico del parterre) sotto i 15 minuti e rifilando 6 second al connazionale favorito.

Una reazione d’orgoglio? Probabilmente sì, sorretta però da una capacità quasi innata di reggere i momenti critici e di saper dominare le emozioni, spingendo le situazioni di tensione a suo favore come solo un pesce grosso sa fare. Qualità che in politica potrebbero tornargli utili.

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La rivalità con Grant Hackett

Un’altra caratteristica di Perkins, che potrebbe risultare altrettanto importante nel suo nuovo ruolo, è la propensione alla diplomazia, al cercare di dare una spiegazione logica alle sue scelte senza mai trascendere.

Quando, dopo quasi tre anni di inattività, ha annunciato la sua partecipazione all’Olimpiade di casa di Sydney 2000, qualche giornalista gli ha chiesto come mai avesse deciso di perdere la sua imbattibilità olimpica nei 1500, dando per scontato che la vittoria sarebbe andata all’allora giovane ed emergente Grant Hackett.

C’era chi credeva in una mia sconfitta a Barcellona 92, perché mi dovrei stupire che ci sia chi lo pensa adesso?

Se arriverò secondo, sarà comunque una medaglia in più per l’Australia.

Si tratta chiaramente di parole pronunciate da chi, con due ori olimpici e tre record del mondo in tasca, non ha nulla da dimostrare, ma sappiamo quanto ai grandi campioni non piaccia perdere, mai. In questo caso, Perkins aveva anche altri buoni motivi per cercare di non farsi battere dal rampante Hackett. Il futuro dominatore del mezzofondo aveva già la fama, poi ampiamente confermata negli anni, di essere un discreto attaccabrighe, ed aveva già dichiarato di non apprezzare molto l’esperto Perkins.

È stato il rivale di mio fratello Craig nelle gare scolastiche, è ovvio che io voglia batterlo. Nella nostra famiglia, quella con Perkins è una rivalità molto sentita.

Nonostante abbia recentemente ammesso che “battere Perkins mi faceva paura, era come andare contro l’Australia intera che tifava per un suo terzo oro nei 1500”, Hackett deve aver provato un certo piacere nel dare cinque secondi di distacco in finale ad un mito australiano, davanti ad una folla in delirio che tifava chiaramente per una vittoria di Kieren.

Il sorriso di Perkins sul podio di Sydney, mentre abbraccia Hackett e mostra la sua medaglia d’argento ai fotografi, non lascia trasparire nessuna amarezza né invidia, ma solo una grande soddisfazione ed un’incredibile sicurezza nei propri mezzi: è chiaro come, in quella foto, il pesce grosso dei tre sul podio sia Perkins, nonostante non abbia la medaglia d’oro.

Rivisto oggi, la sua capacità di stare al centro della scena senza affanni, in modo naturale e spontaneo, sembra il perfetto preludio ad una carriera politica.

Come ha dichiarato a Brett Hawke in un’intervista recente (qui il VIDEO) in quel momento della sua vita – aveva 28 anni, 2 figli ed era riconosciuto come uno dei più forti sportivi australiani – raggiungere la finale olimpica era già stata un’impresa.

In quel preciso momento, con l’ennesima medaglia al collo ed una generazione di giovani pronta a prendere il suo posto in piscina, Perkins aveva capito che la sua storia come nuotatore era finita, dimostrando una volta di più sicurezza nei propri mezzi oltre che una eccezionale capacità di leggere la situazione.

Sarà altrettanto bravo a leggere le questioni politiche nel suo nuovo ruolo?

Foto copertina: Pinterest / Swimming Australia