La penultima giornata di questo fantastico viaggio chiamato SuperOlimpiadi è forse la più attesa, perché ospita quella che è da sempre riconosciuta come la gara regina del programma, i 100 stile libero.

Se vincere un oro olimpico ti consegna alla storia del nuoto e vincerlo nei 100 stile ti manda nella leggenda, immaginatevi cosa può voler dire vincerlo alle SuperOlimpiadi.

Il Commissioner ci dà il benvenuto dalla sua classica penombra, per dirci che “oggi è la nostra grande festa, il nostro giorno più importante, quello che ci consegnerà al mito dello sport”.

Dopo lo stacco musicale, il capo del progetto ha un annuncio da fare:

Per l’occasione, abbiamo pensato di chiamare tra il pubblico tutti i più grandi interpreti dei 100 stile della storia che non saranno impegnati in acqua. Fate un bell’applauso ai Re ed alle Regine della vasca!

Uno dopo l’altro, appaiono Matt Biondi, Don Schollander, Pieter van den Hoogenband, i testimonial superolimpici Duke “The Big Khauna” Kahanamoku e Mark Spitz, lo Zar Aleksander Popov, Jim Montgomery, il pioniere Alfred Hajos, “Re Magno” Filippo Magnini ed infine Johnny “Tarzan” Weissmuller, che si esibisce in una breve ma intensa nuotata.

Una tribunetta accanto alla vasca li ospita tutti, vestiti in giacca e cravatta, a discutere su chi sia il più forte della storia. Rowdy Gaines lascia improvvisamente il commento per raggiungere i colleghi, mentre entrano le Regine della gara regina.

Davanti a tutte la testimonial Enith Brigitha, seguita da Dawn Fraser, Shane Gould, Inge De Bruijn, Ethelda Bleibtey e Fanny Durack con la tuta dell’Australasia.

L’emozione sale e l’ingresso delle semifinaliste è già un calderone di nomi incredibilmente interessanti. Passano quattro australiane e due statunitensi, eliminate le olandesi Kromowidjojo e Heemskerk, quest’ultima nona e delusissima insieme a Pernille Blume. Anche l’olimpionica Penny Oleksiak è fuori ma ride: “Grande gara, grandissimi tempi. Per fortuna, quando torno a casa, ho in bacheca l’oro olimpico da guardarmi.”

Qualificate le seguenti campionissime: Campbell Bronte, Campbell Cate, Comerford Mallory, Manuel Simone, Mckeon Emma, Sjöström Sarah, Steffen Britta, Trickett Lisbeth.

Tocca ai sedici maschi giocarsi il posto nella finale più storica della storia. Ci sono sei americani e quattro australiani, un brasiliano, un canadese e cinque europei, tutti determinati allo stesso modo ma tutti consapevoli che la finale sarà soltanto per otto di loro. Incredibilmente, cinque americani su sei vengono eliminati, mentre quattro australiani su cinque passano il turno.

Michael Phelps è visibilmente deluso per aver mancato l’ultima possibilità della sua SuperOlimpiade: “Tornerò, perché io torno sempre, e sarò più forte di prima”.

Con quattro presenze in finale, l’Australia è la più quotata per il trionfo, se non altro per una questione statistica: Bernard Alain, Bousquet Frédérick, Chalmers Kyle, Cielo Filho César, Dressel Caeleb, Magnussen James, McEvoy Cameron, Sullivan Eamon.

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Dalla tribunetta, i grandi del passato applaudono mentre è già ora di super finale femminile.

La più concentrata sembra Simone Manuel, che sfrutta la sua velocità di base per passare in testa al 50 in 24”81, praticamente insieme a Sarah Sjöström (24”83).

La vasca della verità mette in luce tutta la versatilità ed il talento della svedese, che stacca nettamente le altre per involarsi verso il trionfo. Il tempo, 51”71, è incredibile, così come la serratissima gara per il podio: l’argento va a Cate Campbell (52”03), il bronzo alla Manuel (52”04) mentre Britta Steffen chiude quarta (52”05), tutte separate da un solo centesimo di secondo.

Sarah Sjöström esce dalla vasca e saluta il pubblico, poi sale sulla tribunetta e viene abbracciata dalla schiera di leggende che la portano in trionfo. È lei la Regina delle SuperOlimpiadi.

La tensione si taglia con il coltello. Gli otto uomini che stanno per confrontarsi e decidere, attraverso la vasca, chi è il Re delle SuperOlimpiadi, sono schierati davanti ai blocchi di parenza.

C’è chi si schiaffeggia sonoramente il petto, chi si esprime in un salto in alto da fermo degno di un saltatore olimpico, chi si sciacqua la bocca con l’acqua e poi la sputa: ognuno ha il suo rituale ma nessuno scherza più.

Al via, Dressel è come sempre il più reattivo, ma stavolta la differenza col resto del gruppo non è così evidente come in altre occasioni. Cesar Cielo è al suo livello, e il passaggio lo vede in testa, seppur di pochi centesimi, davanti proprio all’americano. Dietro, Bousquet e Bernard si stanno contendendo la terza piazza, ma già all’uscita della virata il resto del gruppo sembra rientrare su di loro.

Gli australiani si involano come una flotta sui rivali, e spalleggiandosi l’uno con l’altro sembrano determinati a conquistare le posizioni di testa. L’acqua si fa bianca, gli stili sempre meno belli e sempre più potenti, le gambe danno tutto quello che rimane. È una lotta furibonda ma nobilissima, una tenzone d’altri tempi su un campo di battaglia straordinario, una volata senza respiro verso la gloria eterna.

24 centesimi: questo il distacco tra il vincitore e l’ottavo, tra il Re e l’ultimo suddito, tra il festante ed il deluso.

Il nuoto è uno sport bellissimo ma a volte molto crudele. Il trono è di Cesar Cielo, un sovrano tanto imponente quanto fragile. Le sue lacrime da saudade si mischiano alla gioia, i colpi sul petto fanno coppia con gli abbracci, i pugni alzati con i segni della croce. I rivali si danno il cinque, nessuno se la prende, tutti sono insieme in un’immagine che passa alla storia del nuoto e delle SuperOlimpiadi. Nemmeno gli australiani, che con 8 finalisti su 16 tra maschi e femmine portano a casa zero ori, sembrano essere delusi.

Abbiamo fatto il pieno di emozioni e il medagliere, oggi più che mai, sembra una pallida sintesi di qualcosa che, davvero, va oltre alle parole che vi sto scrivendo.

Manca solo una giornata, tra sette giorni ci saluteremo e sarà bellissimo.