Filippo Magnini torna a nuotare?!

Il bi-campione del mondo dei 100 stile libero ha fatto sapere, tramite i suoi profili social, che rientrerà dal ritiro annunciato nel 2018 per provare a qualificarsi per la sua quinta olimpiade.

Dopo aver vinto la lotta legale con l’agenzia antidoping – dimostrando la sua estraneità a tutte le accuse – e dopo che la sua compagna ha dato alla luce la primogenita, il pesarese proverà a far parte della 4×100 stile che andrà a Tokyo2020one.

Che apporto può dare Filippo Magnini, che nel 2021 compirà 39 anni, ad un panorama così florido come quello dei 100 stile libero italiani?

Saprà confrontarsi, nonostante l’assenza dalle competizioni di due anni, con atleti molto più giovani di lui e già capaci di risultati importanti?

Forse dare uno sguardo alla sua storia ci può dire qualcosa di più anche sul futuro.

Filippo Magnini fino al 2007

Anche Magnini è stato un giovane dei 100 stile libero, ma con un percorso decisamente diverso da quello di molti altri.

Nell’estate del 2003, quando in un tentativo isolato agli Assoluti di Riccione batte per la prima volta il record italiano dei 100 stile (portandolo a 49”19), ha 21 anni e alle spalle una carriera giovanile da ranista.

Non è da molto che si è buttato nella Gara Regina, e ai Mondiali di Barcellona 2003, i primi della sua lunga carriera, ci è andato solo come staffettista, nuotando all’esordio 49”41 in prima frazione nella batteria della 4x100 stile. Il 48”13 della finale, stavolta in quarta frazione, lo ha spinto a tentare l’assalto al record nazionale ma gli ha soprattutto conferito la sicurezza di essere uno degli stileliberisti emergenti d’Europa.

È un episodio chiave nella carriera del pesarese, costellata di momenti che, come questo, ne direzionano la strada e spesso ne segnano successi e insuccessi.

In 15 anni di competizioni internazionali, Filippo Magnini ha nuotato per 43 volte sotto i 49” nei 100 stile libero.

Nella prima parte della sua carriera, diciamo fino al 2007, il record del mondo è quel 47”84 di Pieter van den Hoogenband datato Sydney 2000, ma è anche vero che l’élite mondiale si aggira intorno ai 48”5 e che i titoli – mondiali ed olimpici – si vincono con 48 basso.

Alexander Popov ha vinto a Barcellona 2003 con 48”42, lo stesso VDH ha conquistato il suo bis olimpico ad Atene 2004 con 48”17, in una finale dove proprio Magnini si ferma al quinto posto con 48”99.

Tra il 2004 ed il 2007, Filippo Magnini partecipa a tre finali dei 100 stile tra Mondiali e Olimpiadi, vincendone due ed inserendosi come un vero e proprio “crack” nel panorama internazionale.

La rivoluzione da lui portata nell’interpretazione della Gara Regina è tanto semplice nella formulazione quanto complicata nell’applicazione: sfruttando le sue caratteristiche da 100-200ista, Magnini lascia sfogare i velocisti puri nel primo 50, per inserire le gambe ed aumentare la frequenza nella seconda vasca, nuotando un ritorno insostenibile per quasi tutti.

Nell’anno del primo titolo mondiale, quello di Montreal 2005, nuota quella che ad oggi possiamo definire la sua gara migliore: quinto al passaggio (23”14), ritorna unico sotto i 25” (24”98) e beffa tutti stabilendo il record dei campionati in 48”12.

Giusto per capirci, significa che nessun uomo aveva mai vinto il titolo mondiale con un tempo così veloce.

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Due anni dopo, la pressione del presentarsi da favorito unita alla difficoltà del doversi riconfermare a così alti livelli fanno nuotare a Magnini una finale mondiale meno arrembante ma non per questo meno efficace.

L’oro ex-aequo con Hayden è un capolavoro di gestione ed opportunismo: Magnini è addirittura settimo ai 50 (23”24), ma è veloce nel ritorno anche se non scende sotto i 25”. Non è un caso che l’unico più lesto di lui nel secondo 50 sia un altro 100-200ista, forse il migliore di sempre, Pieter van den Hoogenband (25”12).

Anche se la prestazione non è eccelsa – non è un sacrilegio dire che ci si aspettava da lui un sotto 48” – il bis d’oro sembra confermare un futuro brillante per il pesarese; purtroppo la storia è andata in un’altra direzione.

Filippo Magnini e i costumoni

L’avvento dei costumi in poliuretano stronca la carriera al vertice dei 100 stile di Filippo Magnini, che si ritrova dall’essere bi-campione del mondo a non riuscire più a qualificarsi per una finale mondiale né olimpica.

Nel 2008, dopo aver vinto due edizioni consecutive, è bronzo agli Europei di Eindhoven (48” 53), mentre alle Olimpiadi di Pechino è addirittura nono (48”11), primo escluso dalla finale, copione che si ripete anche l’anno successivo ai Mondiali di Roma 2009 (48”04).

Mentre i tempi dei suoi rivali scendono vertiginosamente sotto i 48 secondi, Magnini non trae lo stesso beneficio di galleggiamento e si vede superare dai quei Cielo, Bernard, Bousquet e Nystrand che fino all’anno precedente gli rimanevano in scia.

Il suo personale nei 100 stile migliora di solo 8 centesimi rispetto a quel 48”12 del 2005, mentre per i podi che contano ci vuole, ormai, un tempo vicino ai 47” netti.

Non senza polemiche ed amarezza, il biennio dei costumoni mette in un certo senso fine alla carriera solista di Magnini, perlomeno ad altissimi livelli, lasciando però spazio ad una fase non meno interessante della sua vita agonistica.

Filippo Magnini staffettista

Ridurre un nuotatore dal palmarès di Magnini alla definizione di staffettista è un reato, ma è indubbiamente nelle gare a squadra che il pesarese è riuscito a dare il meglio di sé con continuità lungo tutta la sua carriera. L’apporto di Magnini alle staffette italiane è impagabile da diversi punti di vista.

È stato innanzitutto un motivatore, sia da giovane arrembante – pensiamo al bronzo nella 4x200 di Atene 2004 – sia da esperto capitano negli anni finali della carriera, quando non ha mai smesso di metterci la faccia nel bene e, soprattutto, nel male (Londra 2012 docet).

Ma il contributo tecnico che Magnini ha dato alle staffette azzurre è forse ancor più rilevante, se pensiamo che dietro di lui sono cresciute almeno due generazioni di centometristi e che, grazie anche agli emuli del “Re Magno”, l’Italia ha potuto contare su di un’abbondanza di talenti che mai aveva avuto in precedenza.

Soprattutto nella 4x100 stile, Magnini ha sfoderato le prestazioni migliori della sua carriera, trascinando la staffetta azzurra in finale sia ai Mondiali che ai Giochi, e portando a casa due quarti posti olimpici (Atene e Pechino) e cinque finali mondiali con un argento (2007) ed un bronzo (2015).

Dando un’occhiata ai suoi parziali nelle staffette, si ha la sensazione che sia spesso riuscito ad esprimersi molto meglio nella gara a squadre rispetto che in quella individuale. Quel 46”84 della batteria di Pechino 2008, ad esempio, grida ampiamente vendetta.

Siamo quindi così sicuri che un atleta di questo genere, che ha dimostrato tenacia ed attaccamento alla squadra come pochi altri, sia completamente escluso dalla possibilità, anche a 39 anni, di qualificarsi per i Giochi?

L’impresa Tokyo 2020one

Partiamo con le brutte notizie, perlomeno dal punto di vista di chi si deve qualificare per Tokyo: la concorrenza nei 100 stile libero italiani è altissima. Alessandro Miressi, Santo Condorelli, Manuel Frigo, Alessandro Bori, Luca Dotto, Ivano Vendrame, Lorenzo Zazzeri, Thomas Ceccon: tutti nuotatori in attività capaci di nuotare sotto i 49”.

E non solo: ci sono una serie di altri atleti – alcuni dei quali giovanissimi – che viaggiano intorno ai 49” e che sono pronti per sfondare il limite, prima o poi. Magnini è sceso sotto i 49” per l’ultima volta nel 2017 (48”85 agli Assoluti), ed in staffetta l’ultimo sub 48” è datato Kazan 2015.

Di buono c’è che, tolto Alessandro Miressi, nessuno degli altri sembra avere il posto in squadra assicurato e che la lotta per strappare il pass olimpico si chiuderà, come spesso accade, al Sette Colli 2021.

Magnini preparerà solo questa gara e probabilmente limiterà il più possibile le uscite, tenendo tutto per le prove di qualificazione ufficiali, Assoluti Invernali, Estivi e (soprattutto) Sette Colli. Dovrà farsi trovare pronto al momento giusto e nel posto giusto, cosa che – come abbiamo visto – ha dimostrato ampiamente di saper fare in carriera.

La domanda finale è: quante vite può avere uno sportivo professionista?

I casi di longevità nel mondo dello sport sono ormai molto diffusi ed i fattori che spingono gli atleti a prolungare le proprie carriere altrettanto diversi tra loro. Si va dal talento puro che combatte col passare del tempo al campione che cede alla tentazione di monetizzare il più possibile in quello che, per molti, è l’unico lavoro della vita.

In questo spettro di possibilità troviamo alcuni dei più forti di sempre nelle rispettive discipline, come Roger Federer o Valentino Rossi, ma non mancano gli esempi nemmeno nel passato, da Valentina Vezzali a Josefa Idem. Ciò che accomuna tutti questi grandi nomi è la voglia di dimostrare qualcosa, che sia a sé stessi o al mondo intero poco importa. “Sono ancora il più forte”, “Posso vincere ancora”, “Mi manca solo quel trofeo” sono solo alcune delle frasi che giustificano la volontà di continuare ad essere sportivi professionisti anche ben oltre l’età che solitamente vede gli atleti ritirarsi.

C’è poi una casistica più particolare, quella dei ritorni, che è forse la più difficile da affrontare ed interpretare.

Certo, ci sono ritorni e ritorni: c’è chi si fa prender per la gola dagli ingaggi e ritorna, spesso anche in realtà meno competitive rispetto a quelle a cui era abituato, con risultati trascurabili. C’è invece chi ritorna con intenzioni più serie, per essere di nuovo sé stesso, con gli stessi obiettivi di quando aveva smesso la prima volta. Tuttavia, ad essere onesti, per quanto siano grandi gli sforzi ed infiniti i talenti, sono ben pochi gli atleti che sono riusciti nell’intento di tornare e non sembrare la versione sbiadita di sé stessi.

Nel nuoto, poi, sembra che i ritoni siano stregati anche per più grandi, e ce lo dicono i fallimenti di Mark Spitz ed Ian Thorpe, entrambi nemmeno qualificati nei loro estremi tentativi olimpici. Uno che ci è riuscito è Michael Phelps, che a Rio 2016 ha nuotato sui livelli che gli competevano anche prima del ritiro originario, quello di Londra 2012, ma si tratta di un caso pressoché isolato.

Filippo Magnini si sta tuffando in questo mare.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4