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Swim Stats, FINA World Cup: numeri e considerazioni

Swim Stats, FINA World Cup: numeri e considerazioni

If swimming is still not a professional sport, then that is a reflection of the work FINA has been doing for the past few decades (…) I strongly believe that swimming can be a real professional sport, but for that we need to break the sport’s previous decades long mentality, which is based on the idea: everyone is equal, but among equals there should be more equals.

Con queste parole, Katinka Hosszú si rivolgeva alla FINA nel giugno del 2017 in una lunga lettera aperta (la trovate qui), nella quale chiedeva maggior rispetto per la categoria degli atleti alla federazione internazionale, rea di aver tarpato le ali alla Iron Lady (ed agli altri nuotatori professionisti) con l’introduzione di nuove regole nella World Cup, limitando di fatto le possibilità di competizione e di guadagno agli atleti stessi.

Da diversi anni, infatti, si parla di come rendere il nuoto una disciplina più appetibile per sponsor, televisioni e media in generale, oltre che una stabile fonte di guadagno per gli atleti élite. L’obiettivo principale è quello di portare le piscine al grande pubblico anche lontano dagli eventi classici (Europei, Mondiali ed Olimpiadi), molto seguiti ma limitati ad una decina di giorni l’anno tra inverno ed estate. Questo per arrivare anche ad una maggiore visibilità per i nuotatori e quindi a migliori possibilità di sponsorizzazioni e di guadagni.

La FINA World Cup – che in questi giorni si conclude con l’ultima tappa del 2018 – dovrebbe, almeno in parte, sopperire a queste lacune ma provoca, tra appassionati ed addetti ai lavori, sensazioni miste. C’è infatti chi la ama e partecipa ogni anno con convinzione (Hosszú ma non solo), ma si tratta pur sempre di una minoranza di atleti. Il grosso del gruppo preferisce dedicarsi alla preparazione delle varie rassegne nazionali e delle più importanti manifestazioni continentali ed iridate.

La principale motivazione di questa scelta è spesso tecnica: per preparare bene due eventi all’anno nel nuoto servono costanza d’allenamento e mancanza di infortuni, fattori che sono già difficili da mantenere evitando di gareggiare troppo. La World Cup, anche se raggruppata in mesi perlopiù “morti” come settembre, ottobre e novembre, si svolge nel periodo dell’anno nel quale gli atleti mettono più fieno in cascina, tra collegiali in altura e ritiri con le proprie nazionali. Rinunciare a questo tipo di preparazione classica comporta un rischio soprattutto per i nuotatori che preferiscono rimanere nella loro comfort zone.

Ma allora la Hosszú e Le Clos? La Sjöström e Morozov?

Sono sempre tra i protagonisti della World Cup ed anche dei grandi eventi canonici perché sono superuomini e superdonne?

La risposta è ovviamente no: oltre ad avere un innegabile talento ed una sana predisposizione alla competizione, gli atleti che partecipano con costanza alle tappe di Coppa del Mondo impostano stagione e preparazione come un tutt’uno, sfruttando anche la gara come momento allenante. Di sicuro non è così semplice come dirlo, ma funziona e ce lo dimostrano i risultati.

Il secondo motivo per il quale la World Cup non ha ancora la totalità dei consensi è economico: nonostante un incremento sostanziale del Prize Money nel corso degli anni (dal 2017 ci sono un totale di circa 2 milioni di dollari di montepremi), per la maggioranza dei nuotatori il gioco non vale la candela. Le trasferte transoceaniche hanno un costo che, se non coperto accuratamente dagli sponsor, rischia di pesare come un macigno sul groppone dell’atleta, soprattutto se poi i soldi non dovessero rientrare dalle vittorie.

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Riassumiamo brevemente il calcolo dei punteggi e quindi dei premi.

La World Cup è divisa in 3 cluster – in Italia si chiamerebbero gironi – ognuno composto da 2-3 tappe geograficamente vicine. Il vincitore della classifica a punti di ogni cluster si aggiudica 50 mila dollari, mentre il vincitore della classifica finale se ne aggiudica altri 150 mila (100 mila fino al 2016).

Significa che, se vinci classifica finale e tre gironi, ti porti a casa 300 mila dollari (250 mila in precedenza, come fatto da Hosszú nel 2015 e 2016) più circa altri 40/50 mila dati dai podi nelle singole gare (1500 il primo, 1000 il secondo e 500 il terzo).

In sostanza, il bottino grosso lo fanno i primi tre: se non si ha la certezza di poter competere per quelle posizioni, meglio restare a casa ed allenarsi.

Molto deve essere ancora fatto per cercare di aumentare visibilità e monetizzazione del nuoto e renderlo uno sport professionistico a tutto tondo. In questa ottica, ad esempio, un evento come l’Energy for Swim 2018 si proponeva di interpretare le gare in un modo nuovo, più spettacolare e più vendibile al grande pubblico, sullo stile di quanto fatto a Roma nel 2017.

Molti atleti di livello mondiale avevano dato la disponibilità per partecipare alla tappa di Torino, il 20-21 dicembre, organizzata dalla FIN, ma la FINA ha deciso di mettere un veto definitivo sulla manifestazione, costringendo di fatto la FIN a cancellarla.

Apprendo con estremo disappunto che la Energy for Standard 2018 non si farà per ragioni politiche” scrive Adam Peaty sui social, credo fermamente che gli atleti siano il cuore dello sport e che debbano assolutamente essere coinvolti in certe decisioni.

Il fenomeno inglese avrebbe dovuto essere una delle star a Torino, insieme a Simone Manuel, Ryan Murphy, Michael Andrews, Chad Le Clos e anche Federica Pellegrini, che avrebbe dovuto nuotare i 200 stile contro Sarah Sjöström.

Tutti erano stati avvertiti dalla FINA che avrebbero potuto incorrere in una squalifica, ma nessuno aveva rinunciato alla partecipazione.

“Sembra chiaro che la FINA voglia mantenere una posizione dominante” scrive Paolo Barelli, presidente della FIN, in un duro comunicato, “sta usando il suo potere per ridurre al minimo le competizioni ma così facendo riduce anche le possibilità di guadagno dei nuotatori”.

Peaty si fa portavoce del pensiero della categoria atleti: “Questa decisone è sbagliata ed invece che fermarci ci darà la carica per continuare”. Una lotta interna che non fa che allungare la strada verso il professionismo.

Foto copertina: Fabio Cetti | Corsia4

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Luca Soligo

BIO Appassionato di sport, analizzatore di numeri e statistiche, raccoglitore di curiosità. Nato, cresciuto e peggiorato in piscina. In una parola: Fattidinuoto.

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