A Tokyo 2020one faranno il loro debutto nel programma olimpico del nuoto gli 800 maschili, i 1500 femminili e la staffetta 4×100 mista mista, portando il totale di gare in vasca a 35 – alle quali vanno aggiunte le 10 km in acque libere.

Secondo Jessica Danielle, opinionista del NY Times, sono troppe

L’autrice del blog Player Perspective eliminerebbe dal programma le gare da 100 metri – tranne i 100 stile – e i 200 misti, in modo da ridurre a 18 il numero degli eventi totali in piscina.

Con meno gare, gli atleti sarebbero costretti a concentrarsi su una sola specialità e questo aumenterebbe la competitività e anche il valore della medaglia conquistata.

Si tratta di un punto di vista forse estremo ma condiviso da molti opinionisti, che tendono a sottolineare come il nuoto sia l’unico sport nel quale un atleta può competere anche in sette o otto eventi in una sola Olimpiade. Se prendiamo come esempio i Giochi di Rio 2016, dietro a Michael Phelps (6 medaglie totali) e Katie Ledecky (5), ci sono diversi atleti a quota 4, tra i quali l’unica ad aver portato a casa il bottino senza staffette è Katinka Hosszú.

I nuotatori sarebbero quindi avvantaggiati rispetto ai colleghi degli altri sport perché hanno la possibilità di vincere molte più medaglie olimpiche di chiunque altro.

Per portare un paragone molto utilizzato, Usain Bolt, ha vinto un totale di 8 ori olimpici in tre edizioni, lo stesso numero di vittorie che Michael Phelps ha ottenuto in una sola Olimpiade, a Pechino 2008. È evidente come la multi-specializzazione nel nuoto sia meno complicata che nell’atletica leggera.

Un dorsista di talento potrebbe competere tranquillamente in 2 gare individuali più una staffetta (e magari provare anche i 200 misti), mentre un saltatore con l’asta non sarà mai competitivo anche nel salto in alto e un centometrista potrà provare a fare i 200, ma difficilmente si cimenterà nei 400 o nei 110 ostacoli.

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Grazie anche a questa particolarità, Phelps è di gran lunga l’atleta olimpico più medagliato nella storia, ma la classifica generale è meno densa di nuotatori di quanto, seguendo questo ragionamento, si possa pensare. Per incontrarne altri, infatti, bisogna uscire dalla top 5, dove troviamo – a quota 12 – Lochte, Thompson e Torres insieme ad altri ginnasti e canottieri.

Uno dei grandi fraintendimenti del discorso è probabilmente dovuto alla straordinarietà che rappresenta Michael Phleps non solo nel nuoto ma nello sport in generale. Per vincere i suoi 8 ori di Pechino, Phelps ha dovuto scendere in acqua la bellezza di 17 volte, battendo sistematicamente atleti che invece hanno gareggiato – Čavić, ad esempio – solo 4 volte.

Non tutti i nuotatori sono Phelps, naturalmente: un dominatore del dorso come Aaron Peirsol ha un totale di 5 ori staffette comprese, distribuiti su tre edizioni olimpiche, lo stesso numero di titoli di un mostro sacro come Ian Thorpe. Anche Ryan Lochte, che ha tentato ripetutamente di espandere il suo programma proprio sulla scia dell’amico-rivale, ha raccolto “solo” 6 ori totali ai Giochi.

Sono numeri straordinari, che pongono tutti questi nuotatori nella top 10 all time del medagliere olimpico natatorio, ma che sembrano irrisori se confrontati con quelli di Phelps, che è stato un fenomeno probabilmente irripetibile per rendimento e continuità.

Far parte della Nazionale americana certamente aiuta, e non è un caso che gli 8 atleti che possono vantare 10 o più medaglie olimpiche nel nuoto sono tutti statunitensi.

Pulendo la classifica dalle staffette, si nota ancor più la straordinarietà di Phelps, in testa da solo con 13 ori individuali e seguito da lontanissimo da Krisztina Egerszegi (a quota 5).

Anche un mito come Mark Spitz, che con l’impresa di Monaco 1972 ha ispirato proprio le gesta di Phelps, ha “solo” 4 titoli individuali su 9 totali.

Anche se non impossibile, è difficile pensare che Phelps o Lochte avrebbero abbondantemente migliorato i propri tempi se si fossero concentrati su una sola gara. A testimonianza di ciò c’è la longevità dei record del mondo di 200 (Lochte) e 400 (Phelps) misti, che resistono entrambi da più di 10 anni, ottenuti in un periodo nel quale entrambi affrontavano programmi gare olimpici e mondiali tutt’altro che semplici.

Bisogna infine sottolineare come, nonostante sia possibile partecipare e preparare più eventi in piscina, ci siano molti più specialisti di gare singole (o al massimo di stili) che polivalenti, e che atleti come Katie Ledecky e Caeleb Dressel, che sono ancora mosche bianche nel panorama internazionale, spesso debbano scontrarsi con avversari specializzati in una sola delle gare del loro programma.

La Ledecky potrebbe, se dovesse confermare gli ori di Rio 2016 ed aggiungere quello dei 1500, raggiungere quota 10 titoli, posizionandosi dietro a Phelps nella graduatoria all-time, ma stiamo comunque parlando di un’impresa che, per quanto pronosticabile, è di difficilissima realizzazione. Dressel, se aggiungesse alla sua già intensa settimana olimpica anche i 200 stile, potrebbe lanciarsi in un complicato tentativo di emulazione di Phelps – 50-100-200 stile, 100 farfalla e 4 staffette – ma con molte meno possibilità di fare l’en-plein di quante non ne avesse il Baltimore’s Kid nel 2008.

Che un certo tipo di nuotatori abbia più possibilità di giocarsi una medaglia olimpica è un dato di fatto, ma questo non rende certo il loro lavoro più semplice rispetto a quello di un qualunque altro atleta, né sminuisce in alcun modo il valore di ogni singola medaglia conquistata.

In conclusione, per dirla con le parole di Rowdy Gaines, olimpionico e commentatore della NBC, su Swimming World

Nel nuoto non ci sono altri eventi importanti come le Olimpiadi, e il fatto che i nuotatori competano in più gare non li rende certo atleti meno forti.

Sono sempre i migliori nuotatori del mondo.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4