Nonostante la decisione, da noi pienamente condivisa, di rinviare le Olimpiadi di Tokyo2020 al 2021 continuiamo a proporvi l’appuntamento settimanale con l’edizione speciale della nostra rubrica statistica. In questa decima puntata analizziamo la specialità dei 200 misti che vede l’Italia fra le 10 Nazioni che hanno conquistato un’oro grazie alla vittoria di Massimiliano Rosolino a Sydney2000.

SwimStats Tokyo2020 Special ci racconterà la storia di ognuna delle gare olimpiche del nuoto, partendo dagli albori fino ai giorni nostri. Scopriremo i protagonisti di ogni specialità, le curiosità che contraddistinguono ogni stile e distanza e i favoriti per la prossima XXXII Olimpiade di Tokyo2020.

Siete pronti per questo viaggio nella storia del nuoto? Andiamo…

I 200 misti fanno parte del programma olimpico da undici edizioni: inseriti nel 1968 sia al maschile che al femminile, hanno saltato le edizioni del 1976 e del 1980, anni nei quali si disputarono solo i 400 misti.

Il club dei campioni è quindi ristretto a 22 medaglie per colore e sono ben 10 le nazioni che hanno vinto almeno un oro in questa distanza. Tra queste, c’è anche l’Italia, grazie all’indimenticabile prestazione di Massimiliano Rosolino a Sydney 2000.

In una specialità che tutto sommato ha una storia giovane, gli Stati Uniti comandano comunque nella classifica generale, con un totale di 7 medaglie d’oro. Di queste, cinque vengono dal settore maschile e quattro soltanto dalla persona di Michael Phelps, che con l’oro di Rio 2016 ha stabilito il record di vittorie olimpiche nella stessa distanza. La seconda forza dei 200 misti è l’Ungheria, che ha tre ori maschili ed uno femminile.

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Gli States hanno atteso sette edizioni – e l’arrivo di Phelps – per ritornare sul gradino più alto del podio dei 200 misti, periodo nel quale l’Ungheria, grazia a Tamás Darnyi ed Attila Czene, ha infilato tre vittorie consecutive tra il 1988 ed il 1996. Per quattro volte, il campione olimpico ha migliorato il world record in finale anche se solo Gunnar Larsson, campione nel 1972, fu in grado di scendere di più di due secondi.

 

Nonostante siano stati oro in due delle prime tre edizioni, gli USA non vincono i 200 misti femminili dal 1984, edizione della doppietta 200-400 di Tracy Caulkins.

In questi 36 anni di digiuno statunitense (il periodo più lungo tra tutte le specialità olimpiche), questa gara è stata terreno di grandi specialiste, come l’ucraina Yana Kločkova, unica a riuscire nel bis (2000-2004), l’australianaStephanie Rice, che migliorò anche il record del mondo a Pechino 2008, e la campionessa in carica, Katinka Hosszú, grande protagonista a Rio 2016.

Per una strana ma significativa coincidenza, nelle ultime sei Olimpiadi – ovvero da Atlanta 1996 – la vincitrice dei 200 misti ha conquistato anche la distanza più lunga, quella dei 400.

La Curiosità

La scuola natatoria ungherese vanta una grande tradizione nel nuoto in piscina: dai pionieri delle origini fino ai giorni nostri, la terra magiara è stata patria di grandi atleti contraddistinti spesso da tecnica sopraffina oltre che dedizione totale allo sport ed all’allenamento. Chi può meglio rappresentare questa categoria se non il mitico Tamás Darnyi?

Prima dell’arrivo di Michael Phelps, il nativo di Budapest era considerato il mistista più forte e completo di sempre, capace di rimanere imbattuto nelle grandi competizioni per tutta la sua carriera. Il suo palmarès finale recita 4 ori olimpici, 4 mondiali e 6 europei, conditi da 6 record del mondo e dall’onore di essere stato il primo uomo a sfondare il muro dei 2 minuti proprio nei 200 misti.

Il suo viso, che sembrava segnato dalle fatiche degli allenamenti, nascondeva invece uno dei motivi scatenanti della sua forza di volontà. Fu in seguito ad un colpo subito da una palla di neve che il povero Tamas perse la vista dall’occhio sinistro, ma il recupero da questo incidente diede il via, nel 1985, alla sua storica striscia di imbattibilità in piscina.

 

Tokyo 2020

Per quanto visto in questi ultimi quattro anni, sembra improbabile che gli USA interrompano la loro striscia negativa nei 200 misti femminili, che dovrebbero essere la gara centrale dell’olimpiade di Katinka Hosszú. La campionessa in carica ha ultimamente ridotto il suo estenuante programma gare ma non ha mai abbandonato i 200 misti ed è rimasta imbattuta anche nei Mondiali, vinti sia nel 2017 che nel 2019. A Rio 2016 fu Siobhan-Marie O’Connor ad impensierirla da molto vicino, ma l’inglese è stata protagonista di un’involuzione tecnica che l’ha progressivamente allontanata dalle migliori. A Gwangju si è rivista Ye Shiwen, campionessa a Londra 2012, che è però ancora distante da quegli standard incredibili con i quali stupì il mondo otto anni fa. La cinese potrebbe ambire al podio, che le verrà conteso dalla canadese Sydney Pickrem e dalle giapponesi Ohashi e Omoto. L’americana più in forma sembra essere, per ora, Kathleen Baker, che però farà i Trials anche (e principalmente) nel dorso.

Tra i maschi la situazione è molto strana e per questo anche interessante. Il miglior specialista in circolazione è sicuramente Daya Seto, campione del mondo a Gwangju ed autore delle migliori prestazioni nel recente passato, oltre che punta di diamante della squadra di casa alle Olimpiadi 2020. Intorno al giapponese, le cose migliori le abbiamo viste dallo svizzero Jérémy Desplanches e dal cinese Wang Shun, ma non possiamo escludere a priori Mitchell Larkin, che però dovrà decidere se puntare tutto sui 200 dorso o tentare la doppia sfida. Un po’ in ribasso le quotazioni di Chase Kalisz, chiamato a riscattarsi dopo un biennio in ombra nel quale ha decisamente subito la pesante etichetta di “nuovo Phelps”. Resta infine una domanda: cosa farà Ryan Lochte?