Alle Olimpiadi di Sydney 2000, l’Australia è arrivata quarta nel medagliere ed ha vinto un totale di 58 medaglie – 16 ori, 25 argenti, 17 bronzi – delle quali 18 provenienti dal nuoto (5 ori, 9 argenti, 4 bronzi).

Significa che il 30% dei podi dei padroni di casa sono stati conquistati in piscina, al Sydney International Aquatic Centre, numeri che fanno del nuoto lo sport nettamente più importante per l’Australia ai Giochi casalinghi.

Nella terra down under il nuoto è uno degli sport nazionali, tanto che l’Australia si ritiene, per risultati e tradizione, la patria mondiale dello stile libero. In una eterna lotta con gli USA, che sono comunque inarrivabili sia per quantità che spesso anche per qualità, i dolphins (così si chiamano i nazionali australiani) sono venerati in patria come delle vere celebrità, e raggiungono spesso picchi di popolarità paragonabili a rugbisti o giocatori di football australiano. I trials olimpici, ad esempio, sono una delle manifestazioni più seguite in patria, vengono trasmessi dalla televisione nazionale e fanno numeri degni di uno show da prima serata.

Quando, il 24 settembre 1993, Sydney ha vinto lo spareggio per l’assegnazione delle Olimpiadi del 2000 battendo Pechino, la notizia viene accolta con piacere, soprattutto perché Melbourne aveva perso contro Atlanta quattro anni prima. In patria, si inizia a programmare l’organizzazione dell’evento e lo sguardo va subito al nuoto. Ai recenti Mondiali di Perth del 1991, l’Australia ha vinto 10 medaglie ed ha una buona base su cui costruire il futuro. Ai Mondiali successivi, quelli di Roma 1994, i podi diventano 11 (5 ori), e le star si chiamano Kieren Perkins e Samantha Riley.

La vera prova generale, però, avviene ai Mondiali del 1998, nuovamente organizzati a Perth. L’Australia si presenta da potenza e le medaglie diventano 19, con 7 ori. La nazionale è solida e piena di grandi nuotatori, alcuni eccezionali come Susie O’Neil, Grant Hackett, Michael Klim e Ian Thorpe.

Tutto è pronto per un’Olimpiade da protagonisti, tanto che il Sydney Morning Herald ipotizza che i dolphins possano portare a casa addirittura 10 ori, distribuendoli così: Ian Thorpe 200 e 400 stile, Grant Hackett 1500, Michael Klim 100 farfalla, Matt Welsh 100 dorso, Susie O’Neil 200 farfalla, Leisel Jones 100 rana, staffette maschi (tutte).

Il risultato finale di 18 medaglie è stato fino a quel punto la migliore prestazione di sempre per l’Australia olimpica (andrà meglio a Pechino, 20 medaglie), ma ha lasciato l’amaro in bocca a più di qualcuno, tanto che non sono mancati i processi per chi aveva disatteso le aspettative della vigilia. In particolare, i 5 ori vengono tuttora visti come un risultato meno roseo del previsto e molti dei 9 argenti sanno ancora di rimpianto.

Il più grande è stato indubbiamente quello di Susie O’Neil che, dopo aver vinto i 200 stile, si presentava da campionessa olimpica in carica nei 200 farfalla, in quella che sarebbe stata la sua ultima gara da professionista.

Come ha dichiarato in un’intervista dello scorso settembre, quella gara l’ha letteralmente perseguitata per tutta la vita, tanto che ha trovato il coraggio di riguardarne le immagini solo 19 anni più tardi.

In quell’occasione, visibilmente emozionata, ha confermato la delusione provata vent’anni fa.

Se solo potessi scambiare l’oro nei 200 stile con questo, lo farei.

Era la mia gara, io ero Madame Butterfly e non dovevo perderla. Non doveva finire così.

In Australia, ancora ricordano il suo viso sul podio, con l’argento olimpico al collo, come una delle fotografie più emotivamente pesanti della storia dello sport.

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Le aspettative erano altissime anche per Michael Klim, che in alcune gare era l’uomo da battere ma che è uscito dai Giochi con parecchi rimpianti. Uno su tutti i 100 farfalla, distanza nella quale si presentava da campione del mondo in carica e forte del world record, 51”81, ottenuto a dicembre 1999, ma dove ha dovuto accontentarsi dell’argento, battuto da Lars Frolander con un tempo superiore al suo limite (52”00 per lo svedese, 52”18 per Klim).

C’è stato poi il paradossale arco narrativo dei 100 stile libero, dove non solo Klim era nella lista dei favoriti alla vigilia (argento a Perth dietro a Popov) ma dove ha stabilito il record del mondo in apertura di 4x100 stile il primo giorno dei Giochi, regalando di fatto l’oro all’Australia. Proprio quel 48”18 nuotato il 16 settembre davanti ad una folla esaltante è stato il punto più alto della sua Olimpiade (e forse della sua carriera) e, nonostante van den Hoogenband abbia migliorato il record nella semifinale della gara individuale, quel tempo sarebbe comunque bastato per vincere l’oro olimpico in finale. Klim invece si è fermato al quarto posto, deluso e fuori dal podio, battuto di 1 centesimo da Gary Hall Jr.

Un altro deluso da Sydney 2000 è stato Matt Welsh, anche se in questo caso le aspettative della stampa australiana andavano forse oltre a ciò che l’atleta poteva realmente dare.

È Walsh stesso a dirci che la sua Olimpiade è stata tutt’altro che un fallimento, almeno a suo modo di vedere:

Come posso dirmi insoddisfatto se ho nuotato due record dell’Oceania ed ho vinto due medaglie?

Nei 100 dorso, Welsh lotta fino alla fine con Lenny Krayzelburg, e gli finisce dietro di 35 centesimi, mentre nei 200 è bronzo, sempre dietro a Krayzelburg ed a 24 centesimi dall’argento di Peirsol.

Un’altra favorita della viglia era Leisel Jones, che si è dovuta accontentare dell’argento nei 100 rana, battuta dall’americana Megan Quann. Nonostante la Jones si prenderà la rivincita a Pechino 2008 proprio sull’americana, quella di Sydney rimane la delusione più grande della sua carriera:

Ad un certo punto della gara ho visualizzato il podio, l’inno e la bandiera. È stato in quel preciso momento che ho perso.

Forse è stato lo stesso problema di Ian Thorpe, il prodigio australiano che arrivava alle Olimpiadi di casa con tutti gli occhi puntati addosso e che ha dovuto lottare, oltre che con i rivali, anche con l’ansia ed i problemi personali.

Thorpe ha dichiarato che la vittoria nei 400 è l’highlight della sua carriera:

Avevo 17 anni e l’intera nazione sulle mie spalle, quella prima sera delle Olimpiadi di Sydney è stata magica.

In seguito, nonostante si presentasse al via della finale olimpica dei 200 stile con già due ori al collo, le pressioni su di lui erano ancora elevatissime, tanto da farlo barcollare.

Ero lì e guardavo la folla davanti a me, la piscina sembrava inghiottirmi.

Ma nonostante ciò, non si può certo dire che la sconfitta nei 200 stile sia arrivata totalmente per suoi demeriti.

La lotta con il miglior van den Hoogenband di sempre è stata ad armi pari, e in quell’occasione a spuntarla è stato l’olandese: entrambi sono scesi, nei vari turni, sotto il precedente limite mondiale ed entrambi hanno dato tutto in vasca. La sconfitta fu un problema più giornalistico che personale e lo stesso Thorpe ha spesso dichiarato che la rivalità con VDH lo ha migliorato come atleta e lo ha fatto crescere come persona.

Il ruolo della stampa e dei media in generale, in tutto questo, è stato determinante. Proprio come succede a tutti gli sport con aspettative elevate, quando i risultati non sono all’altezza le polemiche sono all’ordine del giorno.

Ma le 17mila persone al Sydney International Aquatic Centre, gli ori conquistati, le vittorie nelle staffette davanti agli USA – che, ad esempio, non avevano mai perso la 4x100 stile ai Giochi – la consacrazione di una generazione di fenomeni che ha segnato poi un’intera era del nuoto, sono i riconoscimenti più importanti, quelli che sono davvero rimasti nel tempo.

Possiamo quindi definire deludenti i risultati della spedizione Australiana a Sydney 2000?

Foto: Australian Geographic