“Ricordo benissimo che a Sydney c’era nell’aria la sensazione che qualcosa di eccezionale stesse per accadere, che una nuova generazione di atleti maschi stesse per emergere.

Ognuno di loro era eccitato, talentuoso e focalizzato sull’opportunità di gareggiare per la prima volta nella vita ad altissimi livelli.

Guardarli allenarsi ai collegiali per poi nuotare nei meeting era uno spasso. Si poteva toccare con mano il cambiamento che stava per avvenire nel Team USA.”

Bob Bowman

Con queste parole, Bob Bowman ricorda il periodo appena precedente alle Olimpiadi di Sydney, un evento che ha in qualche modo rappresentato l’inizio di una nuova era per la nazionale americana di nuoto.

Swimming World li chiama i “sei di Sydney”, ovvero i teenagers che nel 2000 hanno passato le forche caudine dei Trials ed hanno contributo a scrivere la storia del nuoto americano.

Mai prima di allora si era presentato, alle soglie del grande nuoto, un gruppo così peculiare e coeso di atleti, accomunati ai tempi solo dalla giovane età ma destinati, come gli eventi ci hanno poi rivelato, ad avere una lunga e vincente carriera sportiva.

In principio erano otto

I Trials, appunto, sono il vero primo momento rivelatore per i sei di Sydney, il meeting selettivo per antonomasia, dove è quantomeno inusuale trovare una così elevata quantità di giovani già capaci di qualificarsi per le Olimpiadi.

Indianapolis, dal 9 al 16 agosto del 2000, ci sono in palio 26 pass individuali per rappresentare Team USA alle Olimpiadi australiane e ben nove di questi andranno a dei teenagers.

Sono Erik Vendt, 19 anni, che si qualifica nei 1500 (con il record nazionale) e nei 400 misti (alle spalle del veterano Tom Dolan); Klete Keller, 18 anni, autore del record nazionale nei 400 stile; Aaron Peirsol, 17 anni, secondo nei 200 dorso dietro a Lenny Krayzelburg; Ian Crocker, 18 anni da compiere, primo nei 100 farfalla; Anthony Ervin, 19 anni, secondo a 4 centesimi da Gary Hall Jr nei 50 stile; Michael Phelps, 15 anni, secondo nei 200 farfalla e più giovane atleta americano qualificatosi per le Olimpiadi dal 1932.

A questo gruppo, rinominato successivamente i sei di Sydney, vanno aggiunti Kyle Salyards e Pat Calhoun, 19 anni, qualificati rispettivamente nei 200 e 100 rana, ma non altrettanto influenti nella loro successiva carriera. I due ranisti vanno ricordati per aver preceduto ad Indianapolis Brendan Hansen, 19 anni, finito terzo in entrambe le gare – e quindi fuori dai Giochi – ma successivamente colonna portante del Team USA insieme ai coetanei sopra citati.

In una rappresentativa presieduta da veterani come Tom Dolan, Tom Malchow e Gary Hall Jr, i sei di Sydney hanno potuto inserirsi senza troppe pressioni ma hanno dimostrato, fin dalla loro prima esperienza Olimpica, il loro reale valore in acqua. Per nessuno dei sei ragazzi quello in Australia è stato un semplice viaggio premio, ma hanno al contrario dato il via, ognuno a suo modo, ad un’incredibile carriera internazionale.

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L’Olimpiade della rivelazione

Se è vero che a Sydney nessun teenager ha potuto contrastare l’immensa popolarità dell’idolo di casa Ian Thorpe, è altrettanto vero che i sei di Sydney arrivavano, al contrario del fuoriclasse australiano, ancora privi di qualsiasi esperienza internazionale di livello assoluto e quindi anche all’ombra dei favori del pronostico.

Il più in luce alla vigilia era Anthony Ervin, per il quale Gary Hall Jr prevedeva un futuro da star già dopo i trials.

Si capiva che aveva talento e che poteva puntare all’oro e sapevo che batterlo sarebbe stato difficile. Ai tempi, non aveva ben realizzato l’importanza delle Olimpiadi e questa incoscienza lo rendeva ancor più pericoloso.

Le parole di Hall Jr si rivelarono quanto mai profetiche ed Ervin finì per vincere i 50 stile a parimerito con lui oltre che far parte della 4x100 stile che finì al secondo posto (dietro l’Australia).

Nonostante la giovane età, anche gli altri si rivelarono abbastanza maturi da nuotare un’Olimpiade da protagonisti.

Erik Vendt, ad esempio, fu argento nei 400 misti, dietro il capitano Tom Dolan che confermò l’oro di Atlanta 1996 battendo anche il record del mondo. Vendt fece una gara straordinaria, rimontando gradualmente dalle ultime posizioni fino ad arrivare nella scia del connazionale, battendo il canadese Myden ed il nostro Alessio Boggiatto, che in batteria aveva nuotato il miglior tempo.

Anche Aaron Peirsol confermò la posizione dei trials aggiudicandosi l’argento nei 200 dorso dietro a Lenny Krayzelburg, padrone a Sydney di entrambe le distanze a pancia in su. Peirsol batté sul filo di lana l’australiano Matt Welsh, autore del record dell’Oceania e grande favorito – poi deluso – della vigilia.

Klete Keller si aggiudicò il bronzo nei 400 stile, la gara di Ian Thorpe e del suo oro davanti alla delirante folla di casa. In una finale epica, dove Massimiliano Rosolino conquistò l’argento con il record europeo, Keller mise la mano davanti ad Emiliano Brembilla negandogli la medaglia per un solo centesimo di secondo, in quello che è uno dei più grandi rimpianti del nuoto olimpico italiano. Keller conquistò anche l’argento, sempre dietro all’Australia, nella staffetta 4x200, dove nuotò l’ultima frazione riuscendo a toccare appena prima (per soli 6 centesimi) di un rientrante van den Hoogenband, autore di una frazione interna da 1’44”88.

Niente medaglie individuali per Ian Crocker, quarto nei 100 farfalla per 22 centesimi ed autore del record americano, e per Michael Phelps, quinto nei 200 farfalla vinti da Tom Malchow. Ma se Crocker fu titolare nella staffetta 4x100 mista che conquistò l’oro con il record del mondo, fu solamente Phelps a tornare a casa da Sydney senza essere salito sul podio.

Bowman non la vede come una cosa negativa:

Ricordo Sydney come una delle esperienze più belle della nostra carriera, tornammo a cassa con ancora più fame e voglia di allenarci. Sapevamo entrambi che sarebbe stato solo l’inizio e che le sue potenzialità erano infinite.

Scrissi su un foglietto “WR Austin”, e la primavera successiva Michael fece il suo primo record del mondo proprio ad Austin. Sydney ci diede consapevolezza.

To make the team

Proprio la consapevolezza sembra essere la dote principale che l’Olimpiade del 2000 ha conferito a quel gruppo di teenagers.

Lo dicono le loro carriere, ognuna molto peculiare ma tutte accomunate da un successo duraturo e da una centralità fondamentale nel progetto Team USA. Quest’ultimo aspetto è da ritenersi fondamentale proprio per come gli americani intendono il nuoto, cioè molto più sport di squadra di come lo vediamo noi.

Si tratta di una mentalità che deriva dal College e dalle gare NCAA – e che in parte la ISL sta cercando di ricreare su scala globale – ma che è fortemente radicata anche in Nazionale, dove make the Team (qualificarsi ai trials per rappresentare gli USA ai mondiali o alle Olimpiadi) è già visto come un successo tale da essere il coronamento di una carriera.

Da questo punto di vista, la conferma arriva dalla longevità agonistica dei sei di Sydney. Erik Vendt, Ian Crocker, Aaron Peirsol e Klete Keller hanno tutti gareggiato e vinto medaglie in tre olimpiadi, fino a Pechino 2008, mentre Anthony Ervin e Michael Phelps sono arrivati addirittura fino a Rio 2016 (il primo saltando Atene e Pechino) stabilendo entrambi incredibili record di longevità. Inoltre, ognuno dei sei di Sydney ha preso parte a staffette olimpiche vincitrici di medaglie d’oro, entrando ancor di più nel cuore degli americani e della Nazionale.

Carriere magnifiche

Anche se con apici differenti dovuti perlopiù alle rispettive caratteristiche natatorie, i sei di Sydney hanno avuto carriere di livello altissimo, ricche di medaglie e soddisfazioni.

Il più giovane del gruppo, Michael Phelps, dopo aver mancato la medaglia in Australia è diventato l’atleta olimpico più vincente di sempre, polverizzando ogni genere di record nel nuoto e non solo. Quello che a Sydney sembrava più promettente, Anthony Ervin, decise presto che il nuoto non era il suo unico interesse nella vita e lasciò le vasche nel 2003, dopo aver vinto due ori a Fukuoka 2001. Dopo il suo rientro, è diventato il campione olimpico individuale più vecchio di sempre e anche l’unico ad aver vinto la stessa gara Olimpica (i 50 stile) a 16 anni di distanza dalla prima volta.

Aaron Peirsol è stato punto di riferimento e dominatore del dorso per quasi un decennio, periodo nel quale ha portato a casa un totale di 10 ori mondiali e 5 olimpici. Ian Crocker è stato campione e recordman del mondo dei 100 farfalla oltre che protagonista in diverse occasioni della 4x100 mista. Klete Keller ed Erik Vendt hanno confermato ad Atene 2004 la medaglia individuale vinta a Sydney 2000 (rispettivamente bronzo nei 400 stile ed argento nei 400 misti), ed hanno poi fatto parte in diverse occasioni della 4x200, condividendo l’oro del 2008 a Pechino.

Intorno a loro, Team USA ha costruito una nazionale che ha avuto altri interpreti di livello in certi casi anche più elevato – penso a Brendan Hansen ma soprattutto a Ryan Lochte – ma che ha mantenuto nei sei di Sydney il suo cuore pulsante o core, per dirlo all’americana, ed anche grazie al loro apporto ha solidificato i successi della nazionale. Il grande ricambio generazionale e l’enorme quantità di talento che arriva costantemente a livelli altissimi sono fattori che ci rendono impossibile individuare il prossimo nucleo di nuotatori di questo genere, se mai ci sarà. Certo è che i sei di Sydney hanno scritto una storia sportiva di incredibile successo.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4