Il 21 febbraio 2020 veniva ufficializzato il primo caso di coronavirus in Italia, nella cittadina di Codogno, in provincia di Lodi.

È passato poco più di un mese da quel venerdì pomeriggio nel quale ancora in molti parlavano di “poco più che un’influenza” e nel frattempo l’Italia ha acquisito il triste primato di epicentro europeo di quella che, parola dell’OMS, è ufficialmente una pandemia.

Il mondo dello sport, in particolare quello degli impianti natatori, è stato tra i primi a fermarsi, con le piscine che hanno chiuso già da fine febbraio, a partire dalla Lombardia e poi in tutta Italia, prima al pubblico e poi, via via, anche agli atleti.

Alla data attuale restano veramente pochi i professionisti che hanno ricevuto il nulla osta per continuare ad allenarsi e sembra che la chiusura totale sia molto vicina anche per loro. Sono le procedure per arginare i contatti e contenere la diffusione del virus, le stesse che hanno portato l’Italia ad una interruzione quasi completa di tutte le attività e all’obbligo di restare in casa per tutti i cittadini.

Come avvenuto per l’opinione pubblica mondiale, anche nello sport c’è stata una crescente consapevolezza della gravità della situazione. Gli eventi sportivi, come ad esempio le partite di calcio, si sono prima disputati a porte chiuse, per poi essere rimandati a data da destinarsi o addirittura annullati.

In quest’ultima categoria ci sono gli Assoluti di nuoto, che avrebbero dovuto disputarsi a Riccione nella scorsa settimana e qualificare, almeno nelle intenzioni, la grande maggioranza della squadra azzurra per le Olimpiadi di Tokyo 2020. Col passare dei giorni, tuttavia, la preoccupazione degli atleti e degli addetti ai lavori si è spostata da “quando recupereremo gli eventi che qualificano alle Olimpiadi” a “quando e se faremo le Olimpiadi”.

Ma in un mondo nel quale gli Europei di calcio sono stati rinviati così come gli Europei di nuoto, i Gran Premi di Formula 1 annullati, i Giri di ciclismo sono in bilico, nel quale una nazione intera come il Canada ha già deciso di non partecipare alle Olimpiadi (qualora si facessero nel 2020) e nel quale anche l’Australia sembra d’accordo, il Comitato Olimpico Internazionale non ha ancora deciso cosa fare con le Olimpiadi.

È notizia di oggi che il CIO si dichiara “molto preoccupato per l’impossibilità manifestata da molti comitati nazionali di proseguire nella preparazione dei propri atleti per un evento così tanto atteso”. Nonostante ciò, però, il CIO conferma che la cancellazione di Tokyo 2020 “non è nell’agenda” e che ci sarà una decisione entro le prossime quattro settimane.

Frasi che, invece che tranquillizzare, non fanno che aumentare l’insicurezza e la paura.

In questi giorni moltissimi atleti e tecnici si sono espressi in merito alla situazione, ed anche in questo caso la preoccupazione è ragionevolmente aumentata con il passare delle ore. Se Stefano Morini, Marco Pedoja e Matteo Giunta, da noi raggiunti per primi ad inizio marzo, si dicevano ancora giustamente fiduciosi, le dichiarazioni si sono fatte sempre meno positive. Visto l’andamento globale, è comprendibile che il discorso si sia spostato sulla tutela della salute di tutti noi, atleti compresi, piuttosto che sul fare o meno i Giochi.

Il CIO però continua a ripetere che le Olimpiadi non sono “una semplice partita di calcio” (sport che comunque sta cercando la prima data possibile per riaprire le competizioni ed evitare il fallimento di molte aziende, Champions League compresa) ponendo l’accento sul fattore economico ma camuffandolo per “tutela del sogno di moti atleti”.

Quella di Tokyo 2020 è una macchina organizzativa che ha speso 12.6 miliardi di dollari in strutture più altri 9 per lavori collegati, contro i 7.3 preventivati alla vigilia (il top fu Pechino 2008 con 48 miliardi complessivi). Nel caso di un annullamento, il Giappone perderebbe più di 30 miliardi in turismo ed il CIO quasi 5 miliardi di diritti TV, il vero incasso per il comitato internazionale ed il vero problema da risolvere. Lo slot estivo è fondamentale per avere tutto l’interesse dei broadcaster mondiali, che in quei mesi sono spogli di qualsiasi altro impegno. Rimandare all’autunno significherebbe sovrapporsi con moltissimi altri eventi già super pagati, dalla Champions League ai campionati di calcio, dalla NFL alla NBA, e perdere anche in attenzione da parte del resto dei media e del consumatore finale.

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Per questo motivo da Losanna stanno tenendo duro, rimandando la decisione e continuando a predicare positività. Arriverà però un momento nel quale sarà impossibile ignorare la voce degli atleti che già in questi giorni si sta facendo, mai come prima, unanime e forte.

Basta fare un giro sui social network per imbattersi in campioni mondiali che fanno addominali in salotto, che alzano bottiglie d’acqua come pesi, che costruiscono fantocci da colpire con il fioretto, che saltano la corda in pochi metri quadri di giardino. Il tentativo, ben accetto, di sdrammatizzare nasconde una situazione che invece è davvero pesante. Ci sono sport, come il nuoto, nel quale non c’è niente di più importante delle Olimpiadi, nel quale ci si prepara per quattro anni solo per arrivare con la forma giusta al momento giusto, nel quale ci si sveglia ogni mattina pensando che quello stadio, quell’arena, quella piscina, saranno il coronamento di un sogno che vale una vita.

Per non parlare dell’indotto che questi sport hanno nel periodo post olimpico, quando le iscrizioni ad attività di nicchia registrano un picco in corrispondenza con la vittoria di una medaglia. Questo lungo periodo di inattività sta mettendo a dura prova il sostentamento dell’intero mondo sportivo, con buona pace del sogno di migliaia di atleti.

Un sogno che, parlando soltanto del lato sportivo, rischia fortemente di svanire qualsiasi sia lo scenario futuro. Se i Giochi si facessero nelle date prestabilite, si rischierebbe il boicottaggio di diverse nazioni ed anche tra i presenti ci sarebbe un’immensa disparità di condizioni, tra chi si è riuscito comunque ad allenare a chi invece ha perso tutto rimanendo fermo per un mese o più.

Il rischio sarebbe quello di avere delle Olimpiadi monche, peggio di quelle di Mosca 1980 o Los Angeles 1984 e di consegnare delle medaglie senza aver dato a tutti le stesse opportunità di preparazione.

Se invece si decidesse per un rinvio entro il 2020, ci sarebbe il già citato problema di diritti televisivi, oltre ad un’innegabile diminuzione dell’attenzione. Sydney 2000 si fece a settembre, Tokyo 1964 ad ottobre (ed erano altri tempi), ma quelle date ci sembrano molto ottimistiche per prevedere una risoluzione della pandemia paritaria in tutto il globo. Svolgerle in inverno sarebbe, francamente, impossibile, visto che molti eventi si disputano all’aperto.

Resta l’opzione rinvio di un anno, che sembra attualmente la più caldeggiata da atleti ed addetti ai lavori. In questo modo sarebbe possibile garantire la parità di preparazione per tutti, con le varie prove di qualificazione semplicemente spostate di 12 mesi e, magari, la sicurezza di partecipazione per chi aveva già raggiunto l’obiettivo (come, nel nuoto, Panziera, Quadarella, Martinenghi e Paltrineiri, qualificatisi a dicembre 2019). Questa alternativa non sarebbe la preferita da politica ed economia, visto che i bilanci di quest’anno chiuderebbero con un forte deficit che, nel caso specifico del Giappone, sarebbe addirittura di qualche punto percentuale di PIL.

In qualunque modo si decida poi, ci saranno contenti e scontenti.

Penso ad esempio a chi si vedrà sfumare il sogno per un infortunio che magari quest’anno non aveva o a chi quest’anno è infortunato e l’anno prossimo sarà guarito. Oppure a chi sta resistendo nonostante l’età avanzata e l’anno prossimo si vedrà schiere di ragazzini pronti a superarlo oppure a chi avrà un anno in più di allenamenti per potenziarsi ed essere più competitivo.

Sono discorsi che, di fronte ad un problema che sta mettendo in ginocchio l’Italia ed il mondo intero, valgono poco e forse sono anche inopportuni, ma che ciascun atleta sta sicuramente facendo nel proprio piccolo, visto anche l’enorme quantità di tempo libero che si ritrova a disposizione.

In questa precisa fase storica, ognuno di noi (atleti, addetti ai lavori, investitori, semplici appassionati) vorrebbe che il CIO si pronunciasse in un modo diverso, forse il più attinente alla propria situazione personale. Non è facile decidere così come non è semplice accettare le decisioni, ma questo periodo così drammaticamente fuori dal tempo ci dovrebbe aiutare innanzitutto a mettere in ordine le nostre priorità.

Come ha detto giustamente Bruno Fratus leggi QUI l’intervista: “Tutto questo è molto più grande di me e dei miei obiettivi personali”.

Foto: Tokyo2020 | Facebook