28 gennaio 1966, Brema: una data e un luogo che ogni nuotatore ha nel cuore e ogni futuro nuotatore avrà.

Il ricordo dei “Caduti di Brema” in questa intervista realizzata per celebrare l’uscita del docu-film “Tra le onde, nel cielo”, nato da un’idea di Francesco Zarzana uscito il 28 gennaio 2016 in occasione del 50° anniversario della tragedia che ha colpito il mondo del nuoto

di Gianna De Santis

Alzi la mano chi sa perchè la Coppa Caduti di Brema – campionato a squadre – si chiama così.

Nuotatori o no sono davvero in pochi a conoscere la storia dei sette ragazzi, un allenatore e un cronista Rai morti nel 1966. Ed è questo il motivo per cui Francesco Zarzana, giornalista, scrittore e autore teatrale già da qualche anno ha deciso di dedicare tempo a questa tragedia del nuoto, prima raccontandola con il libro “L’ultima braccciata” e ora con il documentario “Tra le onde, nel cielo”, uscito in occasione del 50° anniversario.

La tragedia di Brema può essere definita la Superga del nuoto, ma avvenuta lontana dai riflettori del mondo a differenza di quanto accaduto per il Torino Calcio. Eppure porta con sé storie incredibili, un gioco con il destino che nessuno scrittore avrebbe saputo inventare meglio.

LA STORIA

Era il 28 gennaio del 1966 quando sette nuotatori della Nazionale italiana, il loro allenatore Piero Costoli e il cronista Rai Nico Sapio morirono in Germania in un disastro aereo. Il velivolo della compagnia Lufthansa precipitò in fase di atterraggio a Brema, ma quei ragazzi non dovevano essere lì. Morirono infatti per un ritardo di 12 minuti che li costrinse a prendere un altro volo e non il loro, che invece arrivò a destinazione senza problemi. Tra l’altro per la prima volta il meeting a cui dovevano partecipare sarebbe andato in eurovisione e solo i migliori azzurri avrebbero preso parte alla manifestazione internazionale.

Ma chi erano quei giovani? Daniela Samuele 17enne di Milano, Carmen Longo 19enne di Bologna, Amedeo Chimisso 20 anni di Venezia, Sergio De Gregorio 20 anni di Roma, Luciana Massenzi 21 anni di Roma, Bruno Bianchi 23enne originario di Trieste ma che viveva a Torino, Chiaffredo “Dino” Rora 21enne di Torino.

Per ognuno di loro c’è una storia da raccontare, un aneddotto da scoprire e da far venire alla luce. Alla loro memoria è dedicata la Coppa Caduti di Brema.

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Come è nata la voglia di raccontare questa tragedia e l’idea del docu-film?

Tutto è cominciato nel 2011, essendo un giornalista sono molto curioso. Come nuotatore mi è capitato di gareggiare in passato nella Coppa Caduti di Brema e come commissario di pallanuoto sono ancora nell’ambiente ma non sapevo molto di questa storia.

Quando è accaduta la tragedia avevo pochi mesi, e il fatto l’ho saputo intorno ai 12-13 anni. Ora che sono cresciuto ho voluto approfondire. Ho cominciato così a fare ricerche in tutta Italia e ho incontrato le famiglie dei ragazzi. Il mio intento è sempre stato quello di raccontare non solo la vita sportiva ma anche di mettere in risalto l’aspetto umano di questa vicenda.

È un dovere quello che sento di voler compiere con questo film, il documentario servirà a ricordare i ragazzi, a restituirgli una memoria popolare. Ma sarà diverso dal libro, che ha mosso qualcosa e ha incuriosito, ma ora devo per forza prendere un’altra strada, ma l’importante è che arrivi il messaggio.

Come hanno accolto i familiari dei ragazzi questa idea di raccontare le loro storie?

Mi hanno aperto il cuore, e grazie a quello che mi hanno raccontato, con le interviste che ho realizzato a parenti ed ex compagni li abbiamo in un certo senso riportati in vita. Hanno capito subito che entravo nelle loro vite con le migliori intenzioni.

Ci siamo fatti delle chiacchierate commoventi, intense. Ed è davvero toccante quando andiamo nelle scuole a raccontare le storie di questi atleti, storie che sono prima di tutto personali e che hanno lasciato un segno.

Per esempio sul quaderno di Carmen Longo c’era un verso di Saffo “Tu giacerai morta, né più alcuna memoria rimarrà di te”. Strano trovarlo scritto proprio dopo la sua morte, quasi profetico.

A chi è indirizzato il documentario?

Io vorrei parlare a tutti, non voglio che sia un prodotto di settore, vorrei che arrivasse a più persone possibili, che abbia una eco vasta. Vorrei che il racconto della vita di questi ragazzi ne onori la memoria e la tramandi alle nuove generazioni, e che diventino amici come lo sono per me.

Sono stati dimenticati troppo in fretta, è giusto restituirgli il loro spazio tra i campioni del nostro paese. Mi piacerebbe che fossero anche gli stessi allenatori, in qualità di educatori, a portare i loro ragazzi a conoscenza di questa tragedia. Anzi io li sgrido quando li incontro, perchè se portano i giovani a una manifestazione che si chiama “Caduti di Brema” devono spiegare da cosa prende il nome. Così come tante piscine sparse per l’Italia sono intitolate a loro ma nessuno sa il perchè di quel nome.

Cosa raccontarono i tg dell’epoca?

Non ne parlarono molto, soprattutto perchè i ragazzi non dovevano essere su quell’aereo, a Francoforte persero la coincidenza. La versione ufficiale fu quella che a causare il disastro aereo fu il maltempo, ma ora che ho raccolto un po’ di documentazione onestamente credo che la versione reale sia un’altra.

Il maltempo è stata una componente ma non la causa. Da alcune testimonianze pare che le luci dell’aeroporto non funzionassero bene, la pista era probabilmente buia, e così sembra che l’aereo nel tentare l’atterraggio risalì di colpo, ma il motore prese fuoco. Un testimone, un cameriere italiano che lavorava lì in zona, riferì infatti di un’esplosione in cielo e non a terra. E c’è anche un pilota di un piccolo aereo che era atterrato poco prima, che avrebbe segnalato in una telefonata, poi negata, che le luci non funzionavano in maniera corretta.

Il ’66 per la vicinanza con la seconda Guerra Mondiale era un periodo ancora molto particolare. Le famiglie comunque furono risarcite, quello che questi nuovi documenti provano è che magari si può dare una lettura diversa a quanto finora c’è stato raccontato.

L’idea del docu-film è quella di dare voce anche a chi si è salvato da quella tragedia, di intervistare amici e familiari delle vittime, insieme a questo una parte con attori che recitano e raccontano la storia.

Un film dinamico e con qualche immagine dell’epoca, come i filmati Rai che mostrano un Pasolini disperato per la vicenda e poi un articolo di Dino Buzzati sul Festival di Sanremo che si teneva in quei giorni e che in una frase dice:

“una gara di nuoto in un paese che non sa stare a galla non era così interessante”.