In ritardo di un anno esatto, a dispetto del momento storico particolare, ci troviamo a effettuare l’analisi tecnica di una delle ultime tappe della tratta Rio de Janeiro-Tokyo.

Non è molto sensato chiedersi dove eravamo rimasti, ma piuttosto dove siamo proiettati ora.

È innegabile e scontato dire che è stato un Campionato Assoluto diverso dagli altri con molti valori in campo ridimensionati rispetto al solito in più di una specialità, con l’aggiunta di diverse assenze importanti.

Come ha affermato il direttore tecnico Cesare Butini: «è mancata la normalità, ma è stato comunque un buon campionato», la VIDEO intervista a fine articolo.

Oserei dire che è stato in ogni caso un appuntamento agonistico che non ci permette certo di fare un’analisi accurata dello stato di salute del nuoto italiano nella sua interezza, ma che ci ha fornito interessanti spunti di riflessione in chiave presente e futura.

Il primo argomento di discussione si chiama Thomas Ceccon. Il veneto ha messo in mostra tutta la sua poliedricità e, rispetto ad appuntamenti passati, ha scoperto le sue carte vincenti tutte insieme, ad eccezione dei misti.

Nei 100 dorso, disciplina che gli ha garantito la qualificazione olimpica, ha mostrato tutti gli ingredienti del nuoto moderno, in primis le fasi subacquee. Tali situazioni gli hanno permesso di collegare le fasi nuotate in maniera ottimale, garantendo frequenza e ampiezza ottimale in tutta la gara senza mai dover forzare in modo eccessivo. Ho deciso di metter in evidenza questo aspetto per spiegare meglio come l’obiettivo del nuotare sotto la superficie dell’acqua deve essere di riuscire a guadagnare più velocità possibile.

Ricordiamo che al momento dell’ingresso in acqua dopo il tuffo è possibile raggiungere velocità pari al triplo di quella della nuotata in superficie, ed essa tenderà inevitabilmente a diminuire durante la subacquea fino a un punto in cui questa non è più funzionale. Non è sufficiente riuscire a fare i 15 metri pensando di aver svolto bene il compito e avere a posto la coscienza, ma vanno percorsi anch’essi nel minor tempo possibile, quindi alla velocità più alta possibile (tenendo conto della diminuzione inevitabile) in modo da porre un cardine importante sia su un passaggio veloce, che sul lancio di una chiusura di gara cedendo il meno possibile. Questo è il modo per garantire poi nelle fasi nuotate i cicli corretti (e dei parziali competitivi) scongiurando cali eccessivi nel finale di gara dovuti a una forzatura eccessiva del ritmo.

Dal dorso al delfino, probabilmente uno stile meno congeniale per questo atleta, ma che si rivela molto istruttivo per il percorso di crescita. Da sempre la nuotata a delfino è considerata la massima esaltazione del nuoto dal momento che è necessario applicare una forza elevata per sostenere il proprio corpo imparando a sfruttare tutta la muscolatura del tronco e a saper gestire i movimenti ondulatori sia nella nuotata che per le fasi subacquee, tanto per tornare al discorso di prima. Risultando così propedeutico al dorso, ma anche allo stile libero, sia per i motivi appena illustrati sia per il fatto che insegna a sopportare fatiche maggiori.

Sempre Ceccon ha dimostrato anche nei 100 stile libero di poter dire molto in futuro, dal momento che può coniugare al meglio tutti gli aspetti che abbiamo appena descritto sviluppati negli altri due stili. Seppur ha fatto il personale di 48”6 ha lasciato intendere di avere degli ampi margini, perché nella seconda parte di gara ha perso l’ampiezza ottimale della bracciata, ma è l’unico che riesce a portare nello stile libero le fasi subacquee dagli altri stili, già ampiamente dimostrato agli Assoluti estivi del 2018 quando fece segnare già 48”87.

Strano a dirsi, ma spesso gli stileliberisti che lasciano il segno, arrivano da altri stili. Gli stessi Michael Phelps e Ryan Lochte hanno insegnato ciò e anche lo stesso Caeleb Dressel nel delfino prima ancora che nello stile libero effettua già un passaggio sotto i 23”, target che purtroppo al momento non è stato raggiunto dai nostri puristi dello stile libero. In conclusione, quando si parla di Ceccon non si tratta solo di talento, ma di un gran lavoro svolto finora dai sui tecnici nell’ottica di un percorso di crescita continua secondo una visione tecnica con degli orizzonti ben aperti.

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Inutile dire che il delfino oggi più che mai è quasi alla base anche della nuotata a rana. Sarebbe riduttivo pensare subito alla rana delfinata con un’ondulazione del bacino molto presente come avveniva già molti anni fa. Piuttosto l’elemento oggi più importante è il riuscire ad effettuare la bracciata a rana replicando la bracciata a delfino fino alla fase di trazione compresa.

E devo dire che i nostri ranisti italiani sia maschi che femmine hanno dimostrato di essere all’avanguardia in questo tipo di nuotata a rana moderna. In questa occasione come non poter parlare di Benedetta Pilato. Una nuotata completa ed efficiente in tutte le sue fasi che abbiamo potuto apprezzare maggiormente nei 100 rana della sua prima qualificazione olimpica, un punto ancora più fondamentale per il suo percorso rispetto alla già sensazionale medaglia mondiale del 2019, ma sui 50.

Da un anno all’altro ha mostrato il netto miglioramento tecnico che le ha permesso di avere la frequenza corretta per chiudere bene la doppia distanza, ma partendo però da una velocità di base elevata, interpretando la gara secondo i canoni moderni che ho evidenziato a più riprese.

Ciò su cui voglio soffermarmi ora è il percorso di costruzione della gara secondo la vera sequenza corretta. Se prima ho messo in risalto la velocità subacquea ora voglio sottolineare l’importanza che ha l’allenamento mirato alla prima parte di gara.

La gara inizia dalla partenza non dal ritorno. Dico questo perché molto spesso si sente parlare di costruire una gara con un ritorno pari a un dato tempo, ma considerato come una parte isolata. Invece il concetto è diverso perché la gara va considerata in tutta la sua interezza: importantissimo allenare la chiusura della gara come la sua seconda parte, ma su una base precisa di un’andata. Sembrano concetti di una banalità disarmante, ma invece quello che accade spesso è il non dare pari dignità a tutte le fasi della gara; in questo caso specifico la velocità di base viene focalizzata solo nella fase di scarico, che però non può fare altro che finalizzare quanto costruito in precedenza. Tutto questo con un risultato finale che sarà sempre al di sotto delle vere potenzialità dell’atleta.

Almeno da questo punto di vista Benedetta Pilato sembra andare nella giusta direzione. Altra caratteristica che mi ha colpito di questa ragazza è che si tratta di un talento fisico, ma finalizzato nella tecnica, quest’ultima caratteristica tutt’altro che scontata.

Una delle cose più difficili è proprio sfruttare i mezzi fisici a disposizione per ricavare una propulsione in acqua efficiente, funzionale in modo che non venga annullata dall’attrito con l’acqua. Compito molto più difficile rispetto ad atleti definiti leggeri ed acquatici, ma con mezzi fisici inferiori.

Questi ultimi sono avvantaggiati almeno in partenza, ma se vogliono pensare di primeggiare a un certo livello la strada indicata è quella della crescita fisica, a titolo di esempio osservate le differenze in Michael Phelps da quando fece il primo record del mondo dei 200 delfino nel 2001 rispetto a quando scrisse la storia delle 8 medaglie d’oro a Pechino 2008. La crescita fisica non deve essere vista solo come preparazione atletica, ma come crescita generale passando per gare diverse, cosa che al momento non ho ancora visto fare alla nostra Pilato. Dico questo non per critica, ma proprio per affrontare una questione che a livello giovanile è spesso ricorrente: la specializzazione precoce.

Finora è evidente come il lavoro è stato corretto nel caso di Benedetta; si è partiti dalla velocità di base per migliorare la doppia distanza passando per un miglioramento tecnico come si è osservato. Bene, mi auguro che il tutto non si esaurisca a “lavorare sul ritorno dei 100”, ma che questa atleta possa scavare sempre più a fondo il suo ricco bagaglio fisico e motorio.

Per concludere la mia riflessione, l’allenamento giovanile deve esplorare, solo quello di vertice deve invece automatizzare.

Tale automatizzazione rappresenta lo step più delicato e perciò va eseguita nel momento giusto e nei modi giusti. La chiave delle prestazioni che vediamo oggi ai massimi livelli è proprio questa, ed è un’arma a doppio taglio, perché così come posso automatizzare il gesto corretto se non pongo il giusto controllo sull’allenamento rischio ancora di più di automatizzare il gesto sbagliato, non funzionale alla gara.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4