Troppo spesso l’allenamento del nuoto è stato ridotto ad andature calcolate sulla base del differenziale dei tempi gara delle distanze dei 100 e dei 200. Sulla base del tempo ricavato in questo modo venivano stilati i tempi di percorrenza di serie da 50, da 100 e così via; utilizzate per allenamenti classificati come “aerobici” piuttosto che “anaerobici”.

Sicuramente un approccio che permette di avere una previsione iniziale per la stesura di un programma di allenamento, ma che risulta alla lunga troppo astratto e poco qualitativo perché non declinato sui singoli stili.

Com’è facilmente intuibile gli stili che per primi si scontrano con questo problema sono proprio le due nuotate artistiche: la rana e il delfino.

Da un punto di vista pratico il problema con cui ci si scontra in allenamento è il seguente: non riuscire a svolgere una sessione di allenamento coerente con le cosiddette “andature” e con il risultato finale di una fatica eccessiva e una qualità del lavoro svolto piuttosto scadente. Per creare un programma di lavoro coerente e con una qualità adeguata a queste specialità occorre capire perfettamente l’effetto delle differenti velocità (legate quindi a delle andature) sulla nuotata e sulla fatica, pertanto come interagiscono in quel caso specifico gli aspetti bioenergetici e biomeccanici. Ed infine come reagisce e risponde l’atleta in questi termini alle velocità stesse.

Uno studio effettuato alcuni anni fa da un gruppo di ricercatori portoghesi – disponibile qui: Relationships Between Energetic, Stroke Determinants, and Velocity in Butterfly – ha fatto luce da un punto di vista quantitativo su questo aspetto, per quanto riguarda la nuotata a delfino.

Lo scopo di questo studio era identificare la relazione tra le variabili bioenergetiche e biomeccaniche relativamente alla nuotata a delfino per un set di velocità differenti. Già in passato erano stati fatti alcuni studi sulla variazione dei parametri a velocità differenti, ma rivolta soprattutto allo stile libero.

Il delfino è lo stile che presenta il costo energetico più elevato, seguito dalla rana, dal dorso, e infine dallo stile libero. Alcuni nuotatori di livello internazionale sono stati sottoposti a un test incrementale su una serie da 200 aumentando la velocità ogni ripetizione per arrivare fino all’esaurimento. Il dispendio energetico totale è stato calcolato in funzione del VO2 netto misurato (trasformato poi in equivalente metabolico secondo i modelli noti) e dei valori del lattato, inteso come differenza di valori rilevati tra due ripetizioni nuotate durante il test.

Sono state ricavate le velocità di percorrenza e il costo energetico è stato ricavato dividendo il dispendio energetico ricavato in precedenza per la velocità.

Dopodiché sono stati ricavati dalle video analisi i seguenti parametri biomeccanici: la velocità di nuotata, la frequenza di bracciata. Sulla base di queste due grandezze sono state calcolate l’ampiezza intesa come il rapporto tra la velocità e la frequenza e infine l’indice di nuotata (noto ai più come stroke index) definito come il prodotto tra la velocità e l’ampiezza.

In base a questi dati sperimentali sono stati ricavati 3 modelli per esprimere la correlazione tra costo energetico (E) e velocità (V): lineare (E-V), quadratico (E-V2) e cubico (E-V3). Il presente studio supporta la teoria che ci sia una stretta connessione tra i parametri bioenergetici e biomeccanici determinanti della prestazione, in questo caso nella nuotata a delfino.

I due modelli di maggiore interesse sono quello lineare, ma soprattutto quello esponenziale, mentre nel caso del modello quadratico non sono stati trovati coefficienti di correlazione significativi.

I valori di correlazione più alti ottenuti con l’approccio lineare sono dovuti a una maggiore efficienza associata con valori medi di velocità e con una concomitante riduzione della fluttuazione della velocità intra-ciclica del centro di massa dei i nuotatori.

Partendo da una relazione esponenziale, è possibile effettuare una linearizzazione basata su un’analisi infinitesimale in un intervallo ridotto di velocità; in questo caso l’approccio lineare potrebbe presentare un andamento migliore.

Quindi, una spiegazione ipotetica è che per una gamma ridotta di velocità, come nei dati attuali, l’approccio lineare potrebbe adattarsi meglio. Tuttavia, per uno spettro di velocità più elevato, il modello più adatto è quello esponenziale. Per lo studio della correlazione tra costo energetico e velocità, confrontando l’approccio lineare con quello esponenziale, si sono osservati valori medi più alti per il coefficiente di correlazione nello studio presente.

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Tuttavia, per avere una visione più ampia diversi autori hanno utilizzato il modello esponenziale per lo studio della correlazione medesima.

Secondo questi autori, risulta più coerente il modello che vuole il costo energetico funzione del cubo della velocità.

Il motivo principale riguarda l’identificazione della potenza esterna con il dispendio energetico e con l’ipotesi che il primo sia il prodotto tra la velocità di nuoto e la resistenza all’avanzamento (correlato con il quadrato della velocità). L’aumento dell’energia totale è dovuto alla necessità di superare tale resistenza, che è correlato all’aumento di velocità.

Inoltre, l’incremento della spesa energetica sembra essere dovuto non solo ad un aumento del VO2, ma anche dalle concentrazioni di lattato ematico. Quest’ultimo abbiamo imparato a conoscerlo come un marker metabolico relativo al consumo energetico prima che una scoria. Nel presente studio il costo energetico è incrementato significativamente insieme all’aumento della frequenza e dell’indice di nuotata, durante tutta la serie di test.

Soprattutto nella nuotata a delfino (anche nella rana in modo verosimile), c’è un’elevata variazione intraciclica nell’impulso risultante medio. Questa variazione risulta dalle ampie fasi di accelerazione e decelerazione all’interno di un ciclo. Quindi, se il nuotatore esegue un maggior numero di cicli in una data distanza, il fabbisogno energetico totale necessario all’accelerazione del corpo aumenterà.

Di conseguenza, c’era una relazione significativa tra frequenza e costo energetico. Il significativo aumento della spesa energetica associato all’aumento dell’indice di nuotata è spiegato dal fatto che tale indice è il prodotto di velocità e ampiezza. Quindi, l’incremento dell’energia richiesta potrebbe essere giustificato, principalmente, per l’incremento della velocità e non per il comportamento dell’ampiezza. Quindi, sarebbe più appropriato studiare la relazione tra costo energetico e indice di nuotata a una data velocità. La diminuzione in ampiezza, a quanto pare, potrebbe essere associata all’accumulo di lattato ematico e altri metaboliti anaerobici.

In conclusione:

  1. il costo energetico aumenta in modo significativo con l’aumento della frequenza e dell’indice di nuotata;
  2. La tendenza era a una diminuzione del costo energetico con l’aumento dell’ampiezza;
  3. Attraverso i test effettuati, c’è stato un aumento della velocità, principalmente dovuto all’aumento della frequenza e al mantenimento dell’ampiezza costante.

Perciò, i nuotatori di alto livello, ma anche di livelli inferiori, dovrebbero essere incoraggiati ad analizzare le relazioni tra velocità, frequenza e ampiezza individualmente per rilevare il punto di deflessione dell’ampiezza in funzione della velocità di nuoto.

Questo serve a determinare le intensità appropriate di allenamento per riuscire a migliorare ulteriormente il costo energetico.

Quest’ultima frase può sembrare un po’ ambigua senza un’ulteriore considerazione: migliorare il costo energetico non vuol dire spendere di meno, ma spendere anche di più, ma in modo migliore e ottimale.

L’evoluzione dei record mondiali è figlia di questo approccio, così come le intensità ottimali di allenamento non sono andature, ma una combinazione di quei fattori appena citati in precedenza.

Un approccio all’allenamento del genere era già stato pubblicato dal grande studioso americano David Pendergast, che avevamo illustrato precedentemente in questa rubrica al seguente link: Paradigmi di allenamento del nuoto: un esempio pratico

Foto: Fabio Cetti | Corsia4