Uno stile come la rana, oltre ad aver rappresentato per certi versi una delle massime espressioni dell’evoluzione del nuoto moderno, è da sempre il tipo di nuotata più ambigua da interpretare, caratteristica che lo rende probabilmente lo stile più singolare.

Questo perché è lo stile che ci riserva sempre le sorprese maggiori in termini di variabilità della prestazione, sia nel miglioramento che nel peggioramento della stessa.

Ciò che ho deciso di condividere in questo articolo è proprio uno studio di alcuni ricercatori inglesi, ormai dei primi anni 2000: The effects of changing pace on metabolism and stroke characteristics during high-speed breaststroke swimming.

Questa ricerca ha affrontato in maniera scientifica per la prima volta proprio la natura multifattoriale di una prestazione sportiva competitiva come quella di una gara nello stile rana. Ciò significa che le prestazioni individuali di un singolo atleta generalmente differiscono, anche a distanza di poco tempo.

In particolare, è stato affrontato tale argomento riferito al format di una manifestazione internazionale dove il programma prevede tre performance da affrontare nell’arco di due giorni. Solitamente l’obiettivo degli atleti è chiaramente di lasciare la loro prestazione migliore per la finale e risparmiare energie nelle due precedenti.

Conviene veramente tale strategia?

In questo studio sono stati testati diversi nuotatori in tre differenti modalità di prestazione, riproducendo così esattamente una progressione simile a quella di un’ipotetica gara internazionale. È stato così loro richiesto di eseguire delle prove gara sui 200 metri rispettivamente al 98%, 100% e 102% del loro massimo potenziale disponibile. E in corrispondenza delle loro prove sono state effettuate le rilevazioni sia biomeccaniche (frequenza e ampiezza di bracciata) che metaboliche (lattato ematico e quoziente respiratorio).

Solo in questo modo è stato possibile spiegare secondo delle evidenze scientifiche le differenti strategie di nuotata e poter valutare in modo oggettivo la loro efficacia.

Da una prima analisi le risposte metaboliche sono risultate simili nelle prestazioni al 98% e al 100%, e decisamente maggiori nel caso della prestazione sovra massimale al 102%. Questo perché nella prestazione ad intensità più elevata, anche dal punto di vista biomeccanico si è osservato un significativo aumento della frequenza di bracciata, indice di una maggiore spesa energetica.

Alla fine di ogni prova, non c’erano differenze significative per quanto riguarda la risposta della frequenza cardiaca, e ciò suggerisce che le risposte stesse sono sempre risultate massimali in questo punto. Invece è stata osservata una somiglianza della risposta della frequenza cardiaca ai 100 metri per le prove al 100% e al 102%, suggeriscono che la cinetica della frequenza cardiaca era operante quasi al massimo durante la prova al 100%, quindi nessun ulteriore aumento è stato osservato nel caso del 102% nonostante il ritmo iniziale più veloce.

Per quanto riguarda la prova effettuate al 98%, invece la frequenza cardiaca è aumentata a partire da metà della prova stessa per raggiungere il massimale solo alla fine.

In termini di lattato ematico e di quoziente respiratorio il test al 102% ha mostrato nettamente i valori più elevati. Questo risultato apre una forte riflessione: suggerisce che un piccolo aumento dell’intensità dell’esercizio, con un livello di partenza già elevato, può avere un impatto significativo sulla concentrazione di lattato nel muscolo e successivamente sulla prestazione.

Infatti, il bassissimo rendimento meccanico della nuotata a rana, stimata solamente intorno al 5-6%, tre volte inferiore a quella della nuotata a stile libero, lascia intendere che una piccola variazione di ritmo di tale nuotata ad alta velocità risulta decisamente costoso in termini di dispendio energetico.

D’altronde, in altre ricerche è stato osservata una cinetica di accumulo del lattato decisamente più rapida all’inizio di una prova a rana condotta con una strategia a ritmo positivo (prima metà della prova decisamente più veloce) rispetto a una prova a ritmo regolare prova. Questo risultato potrebbe essere dovuto a un reclutamento elevato di fibre muscolari glicolitiche veloci o all’attivazione a un livello decisamente superiore delle stesse, risultante dalla necessità di una maggiore produzione di forza per riuscire a superare una resistenza crescente.

Nel presente studio, la significativa frequenza e numero di cicli di bracciata maggiori nello studio del 102% rispetto allo studio al 98% indicherebbe che i partecipanti preferenzialmente elevato il loro numero di cicli piuttosto che la loro ampiezza per aumentare la velocità di nuotata. Questo probabilmente ha aumentato il reclutamento o l’attivazione delle fibre muscolari glicolitiche veloci. Ciò avrebbe aumentato la domanda energetica, dovuta al consumo più elevato dato dalle numerose accelerazioni durante un ciclo di bracciata, seguite da altrettante decelerazioni che avvengono durante la fase di recupero della gambata a rana, sua caratteristica intrinseca.

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Paradossalmente, nonostante il nuotatore abbia più opportunità di respirare, le risposte ventilatorie e della frequenza cardiaca sono risultate simili a quelle delle prove a intensità inferiore. Ciò suggerisce che il contributo energetico anaerobico è aumentato inevitabilmente per soddisfare la maggiore domanda di energia.

Il maggior apporto energetico anaerobico indicato nello studio della prestazione al 102% non era inaspettato, così come le fonti di energetiche aerobiche sono decisamente meno in grado di fornire l’energia richiesta per sostenere tali velocità di nuotata. Di conseguenza, le fonti di energia anaerobica diventano di primaria importanza per le specialità del nuoto che presentano una durata inferiore a 3 minuti.

La mancanza di differenze in termini di consumo di ossigeno post-esercizio e di frequenza cardiaca tra le due prove nel presente studio supporta tale assunzione.

È anche possibile che il maggiore reclutamento delle fibre veloci nelle prove 100% e 102% ha aumentato il consumo dell’ossigeno nell’esercizio e ha guidato la componente veloce del VO2 (e la cinetica della frequenza cardiaca) più rapidamente verso la capacità massima.

Sorprendentemente, la risposta del lattato ematico è stata simile tra lo studio al 98% e lo studio al 100%. Questo è dovuto al fatto che il minor numero di respirazioni durante la prova al 98% (a causa del minor numero di ciclo) potrebbe aver rallentato la costante di tempo per l’assorbimento di ossigeno nelle prime fasi dell’esercizio e ha portato a un simile tasso di accumulo del lattato alla prova del 100%.

Infatti, in un altro studio sono state confrontate saturazioni dell’ossigeno e dell’anidride carbonica nel sangue arterioso durante la nuotata a rana e correndo sia a livelli di lavoro sub-massimale che al massimo dell’intensità sono risultati simili.

Inoltre, le differenze non significative nel lattato ematico e nelle risposte cardiorespiratorie tra le prove al 98% e al 100% indicano proprio che non vi è una riduzione significativa del costo energetico per una anche se pur lieve riduzione di intensità (al contrario dell’aumento al 102% analizzato in precedenza). Ciò suggerisce che ci sarebbe da beneficiare ben poco di una leggera riduzione della velocità durante una competizione natatoria (ad esempio nelle batterie di qualificazione) per risparmiare energia.

È stato infine suggerito in altre ricerche che il cervello potrebbe essere il fattore chiave determinante della prestazione, poiché attraverso degli aggiustamenti omeostatici tenta di prevenire il fallimento di quei sistemi corporei influenzati dall’esercizio. Infatti, quegli individui che sono in grado di mantenere meglio omeostasi durante l’esercizio ad alta intensità allora possono resistere a sensazioni neurali accentuate dai diversi organi, i quali funzioneranno meglio.

Questi risultati suggeriscono che l’energia non è necessariamente conservata con una leggera riduzione della velocità di nuoto, in uno stile come la rana che presenta delle caratteristiche intrinseche che ne fanno una nuotata unica. Inoltre, viene confermata la necessità di metodologie di allenamento dedicate a questo stile, proprio per il fatto che se si vuole raggiungere gli standard prestativi di oggi, l’allenamento della rana deve abituare l’atleta a sostenere una spesa energetica elevata, e non all’economia del gesto, che non paga per i motivi che sono stati messi in evidenza.

Al fine di perseguire tale scopo è necessario prestare attenzione alla struttura delle serie di allenamento, e ai tempi di recupero nelle stesse. Pertanto, la filosofia di lavoro per un ranista non potrà che essere piuttosto divergente, in primis rispetto ai dorsisti e agli stileliberisti.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4