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Training Lab, speciale Gwangju2019 | L’analisi tecnica del mondiale

Training Lab, speciale Gwangju2019 | L’analisi tecnica del mondiale

Un altro Campionato del mondo in vasca lunga è appena terminato e, come tutte l’edizioni preolimpiche, ha già delineato un quadro ben preciso in alcune specialità, come allo stesso tempo mostra molte carte ancora da scoprire in altre.

Di sicuro è stato un campionato dove soprattutto il settore maschile ha mostrato i muscoli, e ci ha insegnato ulteriormente il concetto di nuoto moderno. Un concetto semplice, in quanto si tratta di ottimizzare al massimo tutto il lavoro con l’unico obiettivo di nuotare il più veloce possibile l’intera gara.

Semplice, ma estremamente difficile da mettere in pratica, soprattutto quando proviamo ad allungare la distanza di gara.

Questo approccio all’allenamento focalizzato ai dettagli e ai particolari tecnici era già iniziato negli anni novanta, con l’introduzione delle prove dei 50 metri in tutti gli stili. Tali discipline avevano appunto fatto concentrare la lente d’ingrandimento su tutto una serie di aspetti esclusivamente tecnici e, in virtù della distanza ridotta, avevano concesso una sorta di deroga su tutti gli altri aspetti dell’allenamento fino ad allora ritenuti imprescindibili, come il volume di lavoro e l’allenamento della resistenza generale e degli altri prerequisiti.

Oggi siamo nel 2019, e a distanza di più di vent’anni possiamo dire di aver visto in questi ultimi Campionati Mondiali l’estensione di questo concetto fino alle prove dei 200 metri. Per rendere possibile tali prestazioni, l’evoluzione è stata notevole ed è avvenuta in molti aspetti dell’allenamento, in quanto vista la complessità di alcune discipline, non sarebbe più possibile trascurare certi settori dell’allenamento.

In sintesi per esprimere un concetto semplice il percorso è diventato estremamente difficile e molto lungo in quanto per avere un prodotto finito (inteso come atleta di alto livello) come quello che vediamo oggi i tempi di lavorazione sono molto lunghi e soprattutto devono essere precisi in ogni fase di lavorazione, che non può essere sostituita da altre o abbreviata. Per raggiungere tali livelli infatti è sempre più vincolante e imprescindibile il concetto di sviluppo dell’atleta a lungo termine.

Tornando alla realtà espressa in vasca sempre banale dire che l’espressione massima del nuoto moderno al momento sono stati il ranista inglese Adam Peaty e il delfinista-stileliberista statunitense Caeleb Dressel. È banale se ci fermiamo al cronometro forse, ma non altrettanto se proviamo a estrarre una serie di aspetti osservati nelle loro prove.

Iniziando con il ranista britannico, è molto utile confrontare due sue prestazioni nei 100 rana agli estremi degli ultimi 5 anni: la prima risale all’aprile 2015 con 57”92 (prima barriera abbattuta quella dei 58 secondi) e 27”1 di passaggio a metà gara; la seconda ovviamente quella in terra coreana con 56”88 e 26”7 ai 50 metri. Se andiamo a confrontare i due video facilmente reperibili in rete, anche a occhio nudo si riesce ad effettuare un’analisi biomeccanica che non lascia dubbi!

Da un numero di bracciate complessive che è diminuito, a un costo energetico che è stato ottimizzato, per concludere con un indice di coordinazione decisamente incrementato. Senza fare calcoli e scomodare formule matematiche Peaty nel 2015 presentava una rana già ottima soprattutto come gambata e chiaramente come trazione delle braccia, ma un po’ povera di coordinazione dovuta a uno scarso sfruttamento della schiena, il che portava a una certa verticalità quindi a un maggiore attrito.

Oggi ha mantenuto le stesse caratteristiche inserendo un maggior lavoro con il bacino e con la schiena in modo da avere una maggiore fluidità (tradotta in un assetto con il bacino più alto, ma senza verticalizzare con la schiena) e avere più stabile il passaggio sotto i 27 secondi, per poter avere la progressione finale che abbiamo visto. Già da due anni a questa parte impostava la gara in quel modo (con una serie di ulteriori record del mondo), in Corea è stato perfetto e ha spostato i limiti della rana su livelli almeno paragonabili a quanto fatto a suo tempo da Phelps nei misti.

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Quando si parla di avere un passaggio forte, ma stabile ecco che l’americano Dressel ci ha mostrato con il suo delfino un altro concetto fondamentale sull’efficienza della nuotata: la decontrazione muscolare.

Nelle riprese subacquee si è potuto osservare come non solo durante il recupero della bracciata, ma anche nella fase di appoggio della bracciata successiva riesce a far decontrarre i dorsali nella fase di allungamento (eccentrica) in modo da accumulare tutta l’energia utile per la propulsione successiva senza dispersioni inutili. In questo modo ha potuto permettersi un passaggio addirittura da 22”8 nei 100 delfino e un ritorno da 26”6, sempre il più veloce della finale seppur presentando un lieve cedimento, inteso come una lieve perdita di ampiezza legata a un calo di forza, ma rimanendo fluido e in presa fino alla fine. Con questa sicurezza nello stile più costoso qual è il delfino, nei 100 stile libero ha trasportato solo questi concetti.

L’aspetto del nuoto moderno che è stato messo in luce in questa gara è da vedere nel tempo dei secondi 50 metri identico sia in semifinale che in finale: sempre 24”67! Sia con un passaggio più lento da 22”6 che nel caso del 22”2 del record mondiale sfiorato. Nel caso della seconda parte di gara l’essere in grado di mantenere quel tempo in diverse condizioni di fatica precedente è un altro aspetto che rivoluziona in concetto di passo gara: non è sufficiente riprodurre il parziale di gara in allenamento in termini assoluti, ma va invece fatto in termini relativi. Ovvero l’allenamento va orientato a nuotare si quel parziale, ma in modo sempre più efficiente, strutturando delle progressioni che portino a ridurre il numero di cicli di bracciata. In questo modo potrà essere trasportato all’interno dell’intera gara e collegato a un passaggio veloce idoneo ai requisiti internazionali di oggi.

Tale concetto e tali requisiti sono notevolmente amplificati nei 200, distanza ancora più complicata da gestire. A Gwangju lo si è visto in tutti gli stili, ovviamente a partire dall’ungherese Milak nel delfino e nella doppia distanza della rana e dello stile libero, specialità senza un leader indiscusso come l’ungherese, ma con una densità pazzesca raggiunta negli ultimi anni.

Nel caso dello stile libero una delle migliori sorprese (fino a un certo punto) riguarda proprio l’Italia con Filippo Megli, ha nuotato 1’45” per ben tre volte in una settimana, segno che nulla è stato lasciato al caso, esempio di allenamento moderno che anche da noi almeno in qualche realtà viene svolto. Nei 200 è sempre più evidente come certi nuovi schemi sono fondamentali.

Andando un po’ più nel dettaglio, se la richiesta per i 200 stile libero uomini è di un passaggio massimo di 51”8, è una parte di gara esattamente come l’altra che va riprodotta (come detto in precedenza per la mezza distanza) in tutte le fasi della preparazione. In passato invece soprattutto i 200, in quanto considerati una gara già lunga, venivano allenati con programmi ancora troppo generali incentrati sulla resistenza, e si pensava a far acquisire una maggiora brillantezza (intesa come velocità per la prima parte di gara) solo nello scarico finale.

Invece il tapering è la fase che deve far acquisire si una maggiore brillantezza fisica, ma riferita a tutte le capacità precedentemente sviluppate, se ciò non viene fatto nel periodo di preparazione vero e proprio, tali componenti non saranno mai stabili da poter essere sfruttate al massimo nella gara vera e propria.

Una riflessione finale sulla complessità nel preparare questo tipo di prestazioni riguarda il concetto di periodizzazione sia intesa come priorità negli eventi da preparare che come programmazione pluriennale.

Vista l’asticella che si alza sempre più in alto, sia per raggiungere certi livelli (nel caso degli atleti già ad alto livello) che per creare i presupposti per raggiungerli (nel caso del percorso giovanile) è fondamentale saper dare delle priorità ben precise e avere una visione orientata esclusivamente verso il vertice, in modo da non perdersi per strada.

È sempre più evidente come i picchi prestativi troppo ravvicinati e i falsi traguardi giovanili sono sempre più condizionanti in maniera negativa per raggiungere il vero vertice, che nel caso nel nuoto è la massima espressione dell’atleta in occasione dell’appuntamento olimpico.

Foto copertina: Fabio Cetti | Corsia4

About The Author

andreaciccone

Nell'ambiente del nuoto master da ormai 12 anni come atleta e consulente/allenatore per la stesura di programmi e valutazione di esercizi per l'improvement della tecnica. Sono in possesso dei brevetti di Allenatore di 1° livello e Assistente bagnanti. Dal 2010 al 2013 redattore per la testata giornalistica Solomagazine Nuoto dove ho creato la mia rubrica Al Cuore del Nuoto in cui ho avuto modo di trattare aspetti tecnici sia di biomeccanica che di fisiologia e metodologia dell'allenamento (incluse interviste ad allenatori). Nel 2011 partecipazione al progetto editoriale: "Manuale delle Tecniche di Salvamento" come autore di un capitolo che tratta l'area di fisiologia e metodologia dell'allenamento.

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