Negli ultimi dieci anni abbiamo sempre più sentito parlare dell’USRPT: Ultra-Short-Race-Pace-Traning. Una nuova metodologia di allenamento apparsa per la prima volta nel 2011 con i primi articoli del prof Brent Rushall.

Il cardine della sua metodologia è stato senz’altro quello dell’evidenza scientifica. Prima di introdurre la sua metodologia ha infatti evidenziato come purtroppo ancora oggi il modo dello sport, nuoto in questo caso, in termini di metodologia di allenamento era ancora troppo basato sulle miscredenze e non sulle evidenze scientifiche.

Da qui la necessità di sostenere un approccio evidence-based.

La sua metodologia è stata trattata in un articolo precedente – Un sistema di allenamento singolare: Michael Andrew spiega il metodo USRPT – con la testimonianza dell’allenatore Peter Andrew, probabilmente il più attratto da questo tipo di lavoro piuttosto estremo che esclude a priori tutto ciò che non è specifico rispetto al gesto e alla velocità di gara.

Tale metodo è stato coniato nell’acronimo ormai sulla bocca di tutti.

Recentemente è uscito uno studio sul “Journal of Sport Medicine” dove viene non dico contestato questo tipo di allenamento, ma ne vengono affrontati alcuni limiti, se considerato a se stante.

Dal punto di vista metodologico, l’USRPT è tutto basato sul metodo dell’Overload, o sovraccarico.

Il principio del sovraccarico è un principio chiave dell’allenamento ed è spesso visto come un prerequisito per migliorare la performance. Rushall suggerisce che quando un nuotatore subisce uno stimolo di allenamento che provoca tensione, il corpo riorganizzerà le sue capacità in modo che la prossima esposizione allo stesso stimolo di allenamento produca meno sforzo. L’adattamento avviene attraverso uno sviluppo graduale delle capacità richieste per tollerare lo stimolo dell’allenamento.

Un altro punto di forza dell’USRPT è il principio dell’individualità, nel senso che sembra essere un allenamento accomodante ai bisogni individuali del singolo nuotatore, in quanto le andature e i recuperi sono prestabiliti in base ai record personali, e viene adottata la modalità “fault and stop”, ovvero di interrompere la serie per una ripetizione al primo e al secondo fallimento, e completamente al terzo, tutti eventi soggettivi: in altre parole una forma di allenamento autoregolante.

Con autoregolazione si intende la possibilità di poter variare il set di allenamento sul campo in base allo stato di forma giornaliero dell’atleta in modo da somministrare il carico interno effettivo e non rimanere ostaggi del carico esterno. Un esempio di allenamento autoregolante avviene in palestra nell’allenamento della potenza, misurando la stessa in modo indiretta con un accelerometro, se non si raggiungono certi valori si riduce il carico. Questo aspetto è molto interessante.

Una contestazione di forma che viene fatta al metodo USRPT, è di basarsi sì sul supporto scientifico, ma di avere una letteratura scientifica giudicata di parte e non revisionata, ma queste sono discussioni tra scienziati. L’unico riscontro scientifico sperimentale fornito da Rushall è solo su un nuotatore americano Michael Andrew appunto (allenato dal padre), e non viene condotto alcuno studio statistico su una popolazione di atleti, come viene fatto solitamente nelle ricerche scientifiche.

Un altro punto che ha fatto sgranare gli occhi agli altri studiosi, e come Rushall abbia sconsigliato qualsiasi forma di allenamento tradizionale, non solo le nuotate a basse intensità, ma anche qualsiasi forma di allenamento di resistenza e di forza a secco e tutte le esercitazioni tecniche. Sono invece tutti aspetti fondamentali, e che dovrebbero costituire i cardini dell’allenamento giovanile per evitare la specializzazione precoce, diverso è ovviamente per gli atleti di alto livello.

Infatti viene citato uno studio compiuto su giovani nuotatori, dove viene loro proposto un programma prettamente basato sull’HIT per 7 settimane. Al termine di esse le loro performance non risultavano né peggiorate, né migliorate, questo per confermare l’importanza dell’allenamento a intensità moderate per l’attività giovanile. Infatti affinché sia produttivo e per avere effetti positivi un allenamento di intensità elevata deve essere ben assimilato.

Anche gli stimoli di allenamento a intensità bassa e moderata (LIT e MIT) sono ritenuti fondamentali per lo sviluppo a lungo termine di un atleta, è vero che non danno alcun contributo alla performance finale di gara, ma creano i presupposti per svolgere gli allenamenti ad alta intensità mirati alla costruzione della gara. Danno un grosso contributo nell’accelerazione dei processi di recupero (nell’allenamento ad alta intensità appunto) e nel miglioramento della composizione corporea contribuendo ad adattare le varie strutture muscolo-scheletriche per i lavori più intensi evitando il rischio infortunio.

Un altro punto su cui vale la pena porre l’accento, e vale per l’HIT, l’USRPT e tutti gli altri allenamenti applicati al nuoto è quello relativo ai veri determinanti della performance natatoria: l’ampiezza e la frequenza di bracciata e l’indice di nuotata, spesso vengono riscontrati i miglioramenti di alcuni parametri metabolici, ma non per forza di quelli effettivamente determinanti la prestazione.

Inoltre essendo la tecnica di nuoto molto complessa e molto organizzata, spesso è indispensabile ricorrere a esercizi ad andature ben inferiori a quella di gara, o che ricorrono al frazionamento della nuotata (esclusione di alcuni movimenti). Tutte forme di allenamento ritenute da Rushall non specifiche e quindi non utili al miglioramento della performance.

Cosa resta di questa ISL2020? 5 lati positivi per ricordarla

Si può dire tutto della International Swimming League 2020 tranne che ci abbia lasciato totalmente indifferenti. Grazie anche al fatto che la pandemia ci ha tolto qualsiasi alternativa, nel mondo del nuoto abbiamo di fatto parlato per due mesi solo di ISL, sia nel...

Un po’ di (punti) FINA nella ISL2020: la TOP10 della Finale di Budapest

Avete ancora gli occhi dilatati e il battito accelerato per le luci psichedeliche della finale ISL? Siete pronti a partire e virare come Dressel, non appena la vostra piscina riaprirà? Niente di meglio che un po' di punteggi FINA, per riabituarsi alla grigia...

ISL2020 | Il primo Global Swimming Forum, Corsia4 c’è!

Cosa ha reso la International Swimming League così interessante e diversa dal solito? Molte cose, alcune delle quali approfondiremo nelle prossime settimane. Ma una cosa è certa: ha unito intorno al nuoto appassionati da ogni parte del mondo come pochi altri eventi...

ISL2020 | Finale “mondiale” di Dressel e Cali Condors

I Cali Condors di Caeleb Dressel hanno dominato la finale dell’edizione 2020 della Interntional Swimming League, battendo i campioni uscenti Energy Standard al termine della seconda edizione della lega professionistica che, senza alcun dubbio, ha ravvivato l’autunno...

ISL2020 | Chi vince? Tutti i pronostici di Corsia4

Diciamoci la verità: se sei arrivato fin qui nel seguire la International Swimming League (e intendo seguirla nelle sue regole, non guardare semplicemente i risultati il giorno dopo su internet) un’idea te la sei già fatta. Hai imparato a capire quali team sono più...

Tokyo2020one, proposta di integrazione della Nazionale

Sentito il parere favorevole della Direzione Tecnica delle Squadre Nazionali, il direttore tecnico Cesare Butini proporrà al prossimo Consiglio Federale la qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo dei nuotatori: Federico Burdisso, Martina Rita Caramignoli, Gabriele...

L’USRPT da questo punto di vista sostiene in ogni caso l’allenamento delle priorità variabili (VPT): seppur mantenendo sempre la nuotata completa, in ogni serie di USRPT si pone un obiettivo tecnico su cui concentrarsi (ad esempio rompere la superficie dell’acqua mantenendo la testa sempre rivolta in basso nella nuotata a rana). Oppure nella stessa serie alternare ripetizioni nuotate con la nuova tecnica obiettivo, e ripetizioni nuotate con la vecchia tecnica. Per tali ragioni anche l’USRPT contiene dei principi coerenti per l’apprendimento della tecnica, anche se forse con alcune limitazioni.

Molto spesso c’è stato un tentativo di assimilare l’USRPT all’HIT: è bene stare molto attenti riguardo a tale similitudine!

Nella metodologia tradizionale di allenamento del nuoto sono stati considerati HIT tutte le tipologie di lavoro con produzioni di lattato superiori alla soglia anaerobica (o meglio oltre le 4 mmol/L è non è la stessa cosa!). Si tratta di lavori metabolicamente noti, mentre per l’USRPT è stato difficoltoso chiarire sin da subito il vero impiego energetico di un lavoro formulato in quel modo (ripetizioni a ritmo di gara su distanze corte rispetto alla lunghezza della gara e tempi di recupero bassi).

È stata effettuata un’analisi pratica di una serie 20×25 al passo dei 100 metri con recupero pari a 20 secondi. Dai valori di lattato e frequenza cardiaca misurati si evince che si tratta di un allenamento ad alta intensità secondo un HIT definito come in precedenza. In realtà questa affermazione non è del tutto corretta da un punto di vista metodologico. Infatti tutti i protocolli di HIT disponibili in letteratura sono relativi ad adattamenti generali (enzimatici glicolitici, ossidativi, ormonali etc.), e non specifici!

Mentre l’USRPT è un allenamento altamente specifico alla gara. Le misure di lattato sono importanti, ma non per assimilare l’allenamento, ma come marker per valutarne il carico interno e di conseguenza ottimizzare il recupero, la vera chiave degli adattamenti.

In realtà l’USRPT dal punto di vista metabolico è un allenamento ibrido, perché riproduce il modello della performance, e proprio per questo motivo va considerato tale, e va saputo collocare nel programma di lavoro, altrimenti può condizionare in maniera negativa.

Abbiamo precedentemente trattato uno studio da parte del professore David Pendergast, il quale illustra un esempio di metodologia di allenamento già evidence-based, ma dove i prerequisiti di gara vengono allenati in modo preciso.

Un allenamento simile all’USRPT viene proposto nella fase finalizzante, dove viene ben spiegato l’importanza di serie di passo gara con recupero basso, in modo da far lavorare i metabolismi in maniera sinergica, come avviene in gara.

L’invito è quindi considerare le applicazioni dell’USRPT con molta cautela, gli autori suggeriscono che tale metodo è sì un metodo, ma non a sé stante, che quindi deve essere incorporato in una periodizzazione di allenamento che include differenti stimoli di lavoro e diversi metodi. Di sicuro oggi l’allenamento di altissimo livello è fuori discussione essere basato su intensità elevate, praticamente ogni giorno della settimana, ma per mantenere l’allenabilità dell’atleta è necessario variare i carichi di lavoro continuamente.

Quindi l’ideale è inserire assolutamente l’USRPT, ma per sfruttare gli effetti residui di altri blocchi di lavoro, come viene formulato nella teoria della periodizzazione a blocchi da Vladimir Issurin.

Per quanto riguarda l’applicazione pratica, quindi da parte degli allenatori, nulla vieta di utilizzarla, ma come tutte le armi a doppio taglio, è fondamentale conoscere bene la fisiologia per caratterizzare questa metodologia, altrimenti rimane solo una serie scritta su carta dagli effetti non controllabili.

Per questo motivo la teoria è fondamentale, anche solo con il fine di supportare la pratica, altrimenti l’allenatore diventa troppo vulnerabile e rischia di prendere tutto per buono con il rischio di non prevedere degli errori prevedibili.

Questo per rafforzare il concetto di come una metodologia vincente vista almeno come un programma annuale, è data dal contributo di differenti metodologie applicate in diversi periodi, anche piuttosto diverse tra loro.

Non esiste quindi una metodologia, ma tante metodologie che fanno la Metodologia!

Foto: Fabio Cetti | Corsia4