Nel proseguire la mia riflessione su quella che è stata la vera evoluzione del nuoto in epoca moderna, ritengo opportuno questa volta riprendere in mano una definizione basilare dell’allenamento stesso.

Nelle puntate precedenti abbiamo illustrato come la fisiologia tradizionale costruita partendo da altre discipline non è sbagliata, ma nel nuoto deve trovare un’applicazione differente, più realista e legata alla situazione reale della competizione; tutto questo in termini di fonti energetiche realmente richieste e modalità d’impiego delle stesse.

Ci si è poi concentrati sui messaggi errati che arrivano spesso da molti studi scientifici che indicano la fisiologia come l’unico fattore coinvolto nei gesti tecnici dei veri sport, il nuoto in questo caso.

Infine l’importanza degli effetti differenti che una seduta di allenamento proposta a  un gruppo di atleti, anche omogeneo come livelli prestativi, può avere i più svariati effetti sugli atleti stessi, nulla di nuovo in letteratura, noto come carico interno, che va sempre valutato con attenzione e pone l’accento sull’individualizzazione del lavoro da proporre in acqua, ma anche a secco.

Sempre in termini di caratteristiche individuali si è parlato di come in virtù di una risposta del singolo all’allenamento, un allenatore non potrà mai presumere che un suo atleta per forza cambi in una direzione piuttosto che in un’altra le sue caratteristiche fisiologiche e condizionali perché quello è stato prescritto in un programma, in una seduta, in una serie di ripetizioni da effettuare.

Si è giunti alla conclusione che i modelli di allenamento ottimali ad alto livello, che hanno reso possibile l’ascesa del nuoto ai livelli di questi ultimi 6 anni, devono tenere conto di diversi fattori, che non potranno mai essere incorrelati, ma devono sempre viaggiare di pari passo.

In altre parole il fattore determinante, soprattutto ad alti livelli, è sempre l’allenamento e può condizionare fortemente, sia in positivo che in negativo.

Cambiano l’approccio, i contenuti, il modo di proporre l’allenamento, ma non cambia il ruolo dell’allenatore e il modo di definire l’allenamento stesso. Mi spiego meglio: voglio mettere in luce un concetto di allenamento, che non si appella ai soliti formalismi e alle solite definizioni da libri di testo, ma pone il cardine sulla figura dell’allenatore.

Mi è rimasta impressa una frase appresa durante un corso allenatori:

l’allenatore è colui che stimola l’organismo.

E ciò viene fatto a tutti i livelli, nel costruire un atleta prima e un nuotatore poi (da cui l’importanza di una programmazione pluriennale fatta di tappe precise e non forzate, si spera). Queste poche parole sono dirette e semplici da capire, e definiscono la figura che mette in atto il processo di allenamento.

Questo è l’unico aspetto che non è cambiato e rappresenta il vero “abc”, i cambiamenti che abbiamo descritto riguardano le restanti lettere dell’alfabeto!

Come non è cambiato l’essere umano e l’atleta inteso come macchina biologica. Se un organismo viene stimolato con varie intensità esso mette in atto una serie di processi chimici, e in tutti i casi vi è un prodotto finale a corredo dello sforzo compiuto dall’atleta: l’acido lattico (o lattato?).

Cambiano i personaggi appartenenti al mondo del nuoto, o dello sport più in generale, ma non questo fenomeno. Che si tratti dell’allenamento degli anni ’80 o dei giorni nostri, che sia un programma estensivo o ad alta intensità qual è la tendenza odierna, ma lui c’è sempre.

E questo è stato uno degli argomenti che sempre il prof. Brent Rushall ha sentito il bisogno di chiarire nel suo articolo sempre in relazione a quel famoso convegno organizzato dall’ASCA nel settembre 2009. Si tratta di un «termine utilizzato molto frequentemente dagli allenatori di nuoto, ma su di esso sono stati fatti numerosi errori d’interpretazione». I punti illustrati da Rushall su tale tematica in modo da provare a chiarire una volta per tutte la disinformazione presente in materia sono i seguenti.

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Acido lattico e Lattato

Sono due protagonisti dell’esercizio fisico, ma hanno ruoli e significati beni diversi.

Il primo si forma a livello muscolare, mentre il secondo è presente a livello ematico ed è ciò che si riesce effettivamente a misurare con gli appositi apparecchi di test. Secondo Rushall «questa distinzione è molto importante perché gli effetti fisiologici sono ben differenti».

Lattacido e Anaerobico

Molto spesso l’errore più comune è stato nell’interpretazione «dell’aumento della produzione di lattato come proporzionale alla capacità dei muscoli di lavorare in modalità anaerobica». Niente di più sbagliato, perché prima di tutto nella realtà i muscoli non lavorano mai in assenza di ossigeno. Così come «risulta troppo semplicistica la teoria secondo la quale un aumento del lattato ematico è dovuto ad una limitazione della glicolisi anaerobica».
In realtà il lattato prodotto rappresenta un vero e proprio metabolita tra alcune sostanze energetiche (i glucidi soprattutto) e i prodotti finali del metabolismo stesso. In tal modo la sua produzione permette un’ottimizzazione dello scambio di sostanze nutrienti all’interno dei tessuti. Quindi per concludere la formazione del lattato è funzione dell’intensità dello stimolo muscolare, non della carenza di ossigeno.

Acido lattico e inibizione dell’esercizio

Come abbiamo illustrato al punto precedente il lattato non è un fenomeno negativo non è «responsabile di generare acidosi nel sangue e quindi causa di fatica». E non è neppure la vera causa d’inibizione dell’efficienza delle contrazioni muscolari.

Un altro luogo comune che si è venuto a creare negli anni riguardo al «dolore spesso descritto come l’effetto della produzione di acido lattico».

 

Al contrario il reale fastidio muscolare è causato da altri fattori quali il flusso glicolitico, l’accumulo di ioni idrogeno a livello cellulare con la conseguente alterazione del ph, e l’idrolisi dell’ATP.

Lattato e programmazione dell’allenamento

Negli anni uno dei parametri più considerati per la caratterizzazione dell’allenamento è stato battezzato con il nome di “Soglia Anaerobica”.

Nel suo articolo Rushall è stato molto critico anche su questo argomento. Il suo scetticismo è derivato principalmente dal fatto che questo parametro è stato considerato come un punto di rapida inversione, non tanto all’assurdità del passaggio aerobico/anaerobico, ma dalla considerazione della soglia stessa come un punto di lavoro dell’organismo nel quale l’ossigeno risulta insufficiente per supplire alla richieste energetiche e vengono mobilitate maggiormente le risorse che non richiedono ossigeno.

Questa considerazione non è supportata perché l’aumento del lattato è graduale e incrementale e quindi non è possibile caratterizzare questo stato con un valore di lattato costante e inoltre è un concetto totalmente slegato dalla performance natatoria perché «un valore di lattato misurato subito dopo una performance non fornisce alcuna informazione precisa su quanto accaduto nella performance in se».

Infine sempre basandosi sul principio dell’evidenza «la soglia anaerobica corrisponde ad una forma di lavoro non abbastanza intensa per fornire uno stimolo adeguato alla prestazione natatoria».

 

La linea suggerita da Rushall è sempre quella di una forma di allenamento molto più intensivo per avere un miglior incremento del VO2max, considerato molto più rilevante per la situazione di gara.

 

Quindi un programma di allenamento che metta l’atleta nella condizione di produrre lattato, ma ciò non va interpretato a sua volta come un allenamento prettamente anaerobico, nel senso da fare migliorare le capacità anaerobiche dell’atleta con il rischio di far divergere nuovamente l’allenamento in un altro allenamento fine a se stesso, esattamente come le intensità di lavoro eccessivamente blande contestate nelle precedenti puntate.

Il vero messaggio che si vuole mandare sull’allenamento moderno è il seguente:

l’intensità deve essere si elevata, ma prima di tutto adeguata, a centrare il bersaglio corretto nel migliore dei modi.

Articoli precedenti e Riferimenti - clicca per aprire

Evoluzione degli aspetti tecnici e condizionali nell’allenamento del nuoto

Evoluzione degli aspetti tecnici e condizionali nell’allenamento del nuoto – Parte II

 

Riferimenti

Rushall B. THE FUTURE OF SWIMMING: “MYTHS AND SCIENCE”;

An invited presentation on September 12, 2009 at the ASCA World Clinic 2009 held in Fort Lauderdale, Florida.