E allora bisogna risalire e, se serve, calarsi nuovamente in quell’acqua amica dalla quale si è stati lontani per troppo tempo.

È così che un campione torna a essere tale, stringendo al petto non una medaglia, bensì un’altra vita.

Domani ci sarà bel tempo è l’autobiografia dell’ex nuotatore azzurro di Federico Vanelli che ha saputo trasformare una diagnosi drammatica in un atto di puro altruismo e valore civile.

Più che una semplice biografia sportiva, il libro si presenta come un momento di riflessione profonda: un’opera che intreccia il racconto agonistico, la caduta psicologica e la rinascita etica, muovendosi tra la cronaca di una carriera spezzata e la tensione di chi, ogni giorno, deve reimparare a respirare fuori dall’acqua.

Il libro è disponibile dal 25 febbraio in libreria e negli store online, abbiamo fatto un chiaccherata con Federico per farci raccontare meglio questo progetto e la sua vita di oggi.

Partiamo dal titolo, “Domani ci sarà bel tempo”. Che cosa significa?

Un giorno, nell’estate del 2021, ero a passeggio con Bucky (il suo pitbull, NdR) e guardando il cielo ho scorto dei nuvoloni che promettevano pioggia. Mi sono detto: “guarda, domani ci sarà bel tempo”, e questa frase è diventata il mio mantra. Ho capito che il bello o il brutto tempo sono solo una nostra scelta, tutto dipende dalla prospettiva con cui guardiamo le cose che ci accadono.

Stai portando il tuo libro, e quindi la tua storia, in giro per le presentazioni. Come sta andando?

Direi che è un periodo positivamente stressante, perchè alla gioia accosto una certa insicurezza, l’agitazione del non sapere bene cosa aspettarmi da ogni presentazione. Parlare della mia storia davanti a persone che non conosco è sempre come mettermi a nudo, ma cerco di concentrarmi sul messaggio che voglio veicolare, quello della rinascita.

Parlaci del momento in cui hai purtroppo capito che non avresti potuto più gareggiare:

Tre mesi dopo la prima diagnosi ho realizzato che avevo un problema serio che, in qualche modo mi precludeva il futuro che stavo costruendo con tanta dedizione. Non si trattava solamente di non poter più gareggiare a nessun livello, e quindi mandare in fumo tutti gli sforzi di anni di allenamenti, ma anche di rinunciare alla carriera nei reparti speciali della Polizia, il mio grande sogno per il futuro post sportivo. È stata una discesa a picco verso la depressione. A 30 anni mi sono ritrovato con niente in mano e con il futuro distrutto. Avevo paura anche solo a respirare, e tutto è complicato descrivere cosa in quei momenti sia successo.

Il fattore di aiuto psicologico, di cui parli anche nel tuo libro, è stato determinante per la risalita.

Uno dei messaggi che mi sta più a cuore è che tutti, sportivi e non, non devono aver paura di chiedere aiuto in un momento di difficoltà. Spesso tendiamo a sentirci meno forti se ricorriamo all’aiuto di un professionista, ma non c’è niente di più falso. Nel mio caso è stato importantissimo, così come scrivere questo libro mi ha aiutato a vedere la mia storia in terza persona , con il distacco necessario per rielaborarla e capire finalmente cosa davvero mi era successo, come ho reagito e come mi sono ripreso.

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Quanto ti ha lasciato il nuoto, come attività e disciplina, nella tua vita di oggi?

Sono riuscito, parole della mia psicoterapeuta, ad applicare tutto ciò che lo sport mi ha lasciato nella mio percorso di risalita dalla depressione. Quell’atteggiamento di tenacia, di resistenza alla fatica, che sei costretto ad avere se vuoi raggiungere risultati sportivi è lo stesso che, in certi periodi molto negativi, mi ha portato anche solo a tirarmi su dal letto. È una forza che mi è venuta in aiuto nel momento del bisogno, che ho saputo tirar fuori anche grazie all’ausilio di chi mi ha aiutato nel mio percorso.

Due anni fa hai salvato un bambino che stava per annegare nell’Adda. Un fatto eccezionale che sembra la metafora perfetta della risalita.

È successo il 20 luglio del 2024, mentre il 30 luglio del 2019 avevo ricevuto la diagnosi medica che metteva di fatto fine alla mia carriera sportiva. Niente accade per caso, e anche la coincidenza del periodo mi fa credere che sia stato in qualche modo la chiusura di un cerchio. In quell’episodio c’era tutto me stesso: l’Adda in condizioni agitate, proprio come le gare in acque libere, mi ha in qualche modo attratto, perchè sentivo che se non mi fossi tuffato, nonostante l’amico che era con me mi dicesse con forza di non farlo (conoscendo la mia situazione), l’avrei rimpianto per sempre, non me lo sarei perdonato.

In questo modo, oltre ad aver salvato una vita, hai potuto conoscere il Presidente Mattarella, persona da sempre molto attento allo sport e ai suoi valori. Com’è stato conoscerlo e ricever da lui l’onorificenza?

È stato proprio come lo vediamo sempre, delicato e gentile. C’è stato un momento, durante la premiazione, in cui mi si è avvicinato e mi ha detto: “Sono stato io a sceglierti”. Ero incredulo, emozionato: per me è stato semplicemente il coronamento della carriera, il momento in cui ho capito che tutto torna.

La tua vita lavorativa attuale è con la Polizia di Stato:

Si, ne vado molto fiero e sono molto grato alla Polizia. Lavoro al Terzo Reparto Mobile e ne gestisco la palestra. Lo sport è rimasto nella mia vita, lo faccio con passione e con molta dedizione.

Lo segui ancora il tuo sport, il nuoto in acque libere?

Le gare degli ultimi anni sono molto cambiate, si sono evolute in una certa direzione. Il nuoto nei bacini chiusi è molto diverso da quello in acque aperte, è più più veloce e televisivo e favorisce i grandi interpreti che provengono dalla vasca, come Gregorio Paltrinieri e Domenico Acerenza. Mi appassiono soprattutto quando in acqua c’è qualche mio ex compagno di allenamenti, per il quale ovviamente faccio sempre il tifo. Dopo un periodo di negazione totale, ora ho ricominciato a seguire il nuoto di fondo con la coda dell’occhio.

Siamo nei giorni dei Giochi di Milano-Cortina. Tu che hai vissuto l’emozione Olimpica da protagonista a Rio 2016, cosa si prova?

I Giochi Olimpici sono il sogno di ogni atleta, forse anche di chi lo nega. Anche solo partecipando, scrivi il tuo nome nella storia dello sport in maniera indelebile. È stato incredibile, emozionante e sfidante. La gara di fondo a Rio è stata una delle più emozionanti di sempre, con dieci atleti che si sono giocati il podio fino alla fine, in uno scenario bellissimo e imprevedibile come l’Oceano. Esserne stato protagonista mi rende ancora orgoglioso.

Federico Vanelli (Lodi, 1991) è un ex nuotatore di fondo, specialista delle gare in acque libere. Ha rappresentato l’Italia ai Giochi Olimpici di Rio 2016 e ha conquistato un oro a squadre e un argento nella 5 km ai Campionati Europei di Hoorn 2016, oltre a un bronzo mondiale nella staffetta mista a Budapest 2017. Nel 2019 è stato costretto al ritiro agonistico a causa di una cardiomiopatia di origine genetica. Oggi è Assistente Capo della Polizia di Stato. Nel 2025 è stato insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per aver salvato la vita a un bambino in pericolo nel fiume Adda.

SINOSSI LIBRO
Un cuore che fatica a contrarsi interrompe improvvisamente il ritmo delle giornate, dei programmi, dei sogni: della vita. È quello che accade a Federico Vanelli, nuotatore di fondo professionista all’apice della carriera, costretto ad abbandonare l’attività agonistica a causa di una diagnosi che spegne i riflettori su ogni futuro nello sport: cardiomiopatia. C’è un prima e un dopo in questa storia di caduta e rinascita, di depressione e passioni capaci di salvare. C’è Bucky, un pitbull nero che è un concentrato di potenza ed energia, c’è l’arte, e c’è l’amore, al quale Federico si affida, con il rischio di bruciarsi. Ma soprattutto c’è la terapia, l’autoconsapevolezza, la messa a nudo, la capacità di parlare con sé stessi. Grazie agli allenamenti che lo hanno plasmato, fatti di sacrifici, di lavoro sul corpo e disciplina, Federico sa che ciò che conta davvero è frutto di costanza e determinazione, di ascolto e capacità di affrontare il dolore. E allora bisogna risalire e, se serve, calarsi nuovamente in quell’acqua amica dalla quale si è stati lontani per troppo tempo. È così che un campione torna a essere tale, stringendo al petto non una medaglia, bensì un’altra vita.

Foto copertina: Fabio Cetti | Corsia4