Nel medagliere Olimpico azzurro del nuoto in corsia, c’è un buco di otto anni. Per sei edizioni dei Giochi, da Seoul 1988 a Pechino 2008, l’Italia ha sempre portato a casa almeno un podio, a volte con edizioni clamorose (Sydney) altre con bilanci più deludenti; a Londra 2012 tutto quello che poteva andare male è andato male.

Le delusioni più amare sono arrivate da Federica Pellegrini, imbattuta per un quadriennio nei 200 stile e solo quinta (stesso risultato anche nei 400), e da Fabio Scozzoli, vice campione del mondo in carica dei 100 rana e settimo ai Giochi. Male anche i velocisti, con Dotto e Magnini al di sotto delle aspettative e la staffetta veloce che stecca la finale, finendo solo settima. Al termine della settimana olimpica, come spesso accade su suolo italiano, partono i processi ai colpevoli e le richieste di rifondazione del settore.

Per fortuna, però, qualcosa già si sta muovendo, ed i primi semi di rinascita si hanno già nell’ultimo giorno di gare a Londra.

Nella finale dei 1500, un giovanissimo mezzofondista, 18 anni da compiere, nuota spavaldo accanto ai grandi del momento, Sun Yang, Oussama Mellouli e Ryan Cochrane, arrivando quinto non così lontano dal podio. Si chiama Gregorio Paltrinieri e fa parte di un progetto che ha raggruppato alcuni dei migliori giovani talenti italiani al centro federale di Ostia, sotto la sapiente guida di uno dei tecnici più esperti del panorama nazionale, Stefano Morini. Insieme a Paltrinieri, si allena Gabriele Detti, anche lui classe 1994, che a Londra arriva tredicesimo nei 1500.

Nonostante entrambi siano molto promettenti nella maratona in vasca, i due compagni di allenamento hanno caratteristiche diverse: Paltrinieri è un fondista puro, dal ritmo costante e preciso, mentre Detti riesce ad abbinare alla resistenza una spiccata propensione per le distanze di mezzo, in particolare per gli 800, gara che però a Rio 2016 non è nel programma, e per i 400, nei quali arriva da campione europeo in carica.

Il 6 agosto, primo pomeriggio di gare, per la finale dei 400 stile si prospetta una vera e propria lotta. Al mattino, in batteria, Detti è terzo in 3’43”95, un tempo che sembra già vicino al suo limite. Davanti a lui, l’americano Dwyer e l’australiano Horton, dietro di lui il cinese Sun Yang: a meno di clamorosi parimerito, uno di questi atleti dovrà scendere dal podio olimpico.

Da una parte c’è Sun, campione olimpico e mondiale in carica, unico uomo ad avvicinarsi pericolosamente al world record di Biedermann (e Thorpe) dopo l’era costumoni, favorito assoluto della gara ma personaggio discusso e – per usare un eufemismo – poco apprezzato dai colleghi. Dall’altra c’è Mack Horton, talento emergente che continua la tradizione aussie nel mezzofondo, dalle opinioni spesso al veleno proprio nei confronti di Sun stesso. Poi c’è Dwyer, spesso protagonista in staffetta a in cerca della zampata individuale, e si sa quanto gli americani siano bravi a farsi trovare pronti al momento giusto nel posto giusto, soprattutto se si parla di Giochi Olimpici.

Accanto a loro c’è Detti, alla prima finale olimpica in carriera, che dallo sguardo concentrato sembra non subire eccessivamente la tensione pre-gara, quel macigno insostenibile che a volte ha schiacciato anche i più grandi atleti della storia.

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Ognuno dei nuotatori a centro vasca ha i suoi buoni motivi per sognare qualcosa di grande.

Nessuno di loro, però, ha fatto i conti con James Guy, giovane inglese in corsia 7, che cerca di spezzare la gara con un passaggio veloce, 1’50”23 ai 200. In realtà, nessuno si prende il rischio di andargli dietro, e così la sua nuotata, che prima era alta e propulsiva, si spegne nel terzo 100, facendolo inevitabilmente risucchiare dal gruppone.

Al giro di boa, Detti è ottavo, molto vicino al resto del gruppo, in una posizione che, date le sue caratteristiche, sembra favorevole per un eventuale rientro. Anche ai 300 la situazione dell’italiano non cambia, mentre davanti inizia a profilarsi lo scontro che deciderà la vittoria finale, con Sun, Dwyer e Horton che si muovono in sincrono per sferrare l’attacco definitivo.

Nell’ultimo 50, l’americano si stacca leggermente lasciando spazio ai rivali: Sun Yang sembra nella posizione migliore per inserire la marcia e bruciare anche Horton, bissando così l’oro di quattro anni prima. Inaspettatamente, lo sprint del cinese non è come al solito micidiale e non basta per piegare la resistenza dell’australiano, che difende la posizione con i denti e con le unghie, fino ad arrivare al tocco 13 centesimi prima del rivale.

Se valga di più il sorriso affannato di Horton, che respira a pieni polmoni il trionfo che vale una carriera, o il muso lungo di Sun Yang, battuto sul suo campo per la prima volta, decidetelo voi. Per l’Italia è molto più interessante quello che accade pochi attimi dopo.

Con un rientro fenomenale, aiutato da una frequenza di gambe e braccia nettamente superiore rispetto ai rivali, Gabriele Detti si innalza dalle retrovie e negli ultimi 30 metri risale fino a sorpassare anche Dwyer, conquistando così un bronzo – per come si stava mettendo la gara – inaspettato e bellissimo.

In un ipotetico parallelo con quanto successo sedici anni prima a Sydney, anche a Rio l’Italia apre i Giochi con una medaglia nei 400 stile uomini. Le gare sono completamente diverse ed i due atleti hanno poche somiglianze, sia a livello tecnico che nella tattica specifica, ma Gabriele Detti ha una grinta, una voglia di gareggiare ed una capacità di non mollare nei momenti cruciali che ricorda proprio quella di Massimiliano Rosolino.

La sua gioia rimbalza da Rio a Ostia fino a Livorno, per tornare nella tribuna brasiliana dove lo zio “Moro” osserva sornione in attesa della prossima zampata.