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Nel profondo delle acque libere

Nel profondo delle acque libere

Le acque di Copacabana non saranno le prime ad essere proibitive per la qualità e per la pericolosità. Le donne e gli uomini del fondo lo sanno bene. Sono abituati. E di certo non sarà questo a fermare il sogno olimpico di questi atleti che ogni giorno nuotano in compagnia di sacrificio e determinazione, pazzia e voglia di equilibrio.

un’articolo scritto e pensato da Laura Binda.

Il tocco sullo piastra, l’urlo di gioia e l’inno sul podio sono infatti solo la punta di un enorme iceberg, la superficie visibile di un sogno realizzato. Sotto il pelo dell’acqua c’è molto di più: un abisso fatto di difficoltà quotidiane, sacrifici, rinunce e abitudini consolidate. Si chiamano anche Open Water ovvero acque libere, dove libertà in questo caso fa rima con solitudine: si è soli con sé stessi, con il proprio corpo ma soprattutto con la propria mente. 

Per capire cos’è questa gara con e contro sé stessi abbiamo parlato con alcuni di questi atleti e ci siamo fatti raccontare cosa davvero si nasconde sotto la superficie di quest’acqua sporca, il più delle volte, una disciplina poco televisiva ma di grande impatto emotivo.

Una gara di fondo dura dall’ora scarsa nei 5 km, alle 5 ore  nella 25 km. Mentre in quest’ultima conta resistere e andare avanti perché ti devasta, ti logora nella sua durata, sia nel corpo che a livello mentale, e tanti al termine devono passare un momento di totale apatia e svuotamento; nella distanza olimpica, la maratona di 10 km, è assolutamente vitale la strategia: 2 ore di assoluta concentrazione  in cui nulla deve essere lasciato al caso, fin dal momento in cui ti svegli la mattina.

Ma dentro quelle ore di gara ci stanno altre ore, giorni e mesi di lavoro, di sveglie all’alba e di chilometri nelle braccia e nelle gambe che nemmeno le nostre automobili forse si fanno: siamo intorno ai 130 km settimanali in periodo di carico, circa 22 al giorno. Senza dimenticare il lavoro in palestra. Un ritmo impegnativo che lascia poco spazio a tutto il resto come le uscite con gli amici: pochi, al di fuori dello stesso ambiente sportivo e soprattutto devono comprendere questo tipo di quotidianità.
È con questo carico sulle spalle che si affronta la giornata di una gara.

La sera si va a letto presto, cercando di dormire il più possibile, perché il riposo è sacro. Spesso non si dorme, spesso la mente inizia ad attivarsi. Spesso genera pensieri infiniti,  sulla gara sia chiaro! C’è chi per ingannare l’ansia non fa il pisolino pomeridiano del giorno precedente o chi si abitua in anticipo ad andare a letto presto. La borsa si prepara il giorno prima, mai la mattina stessa. Tutto deve essere in ordine:  costumi, cuffie, occhialini, il proprio rifornimento personale, etichettato e deciso a priori e con metodo, studiando anche quando, come e chi te lo rifornirà: mai improvvisare.

La colazione è importante ma si cerca di stare leggeri, qualcuno va di caffè, crostate, fette biscottate con la marmellata. La tensione sale sempre dallo stomaco.

L’arrivo sul campo di gara è accompagnato dalla musica del proprio mp3; il sound della playlist lo decide l’umore: Metal rock, “In the end” dei Linkin Park, “Beautiful Day” degli U2, Kaney West, Vasco tanto per citarne alcuni. Serve per caricarsi, rilassarsi e anche isolarsi da tutto il resto. Si studia il campo di gara, si ripercorrono i giri da fare, la traiettoria da seguire, gli avversari che incontrerai e le loro possibili strategie.  I contatti con il “mondo esterno” sono pochi e controllati, giusto per stemperare la tensione che dallo stomaco ha iniziato a risalire verso le braccia e a scendere verso le gambe.

Si ride e si scherza con i giudici della punzonatura per farsi scrivere i numeri un po’ più piccoli; quando non è possibile perché la gara è più importante e sono previsti i tatuaggi, inizi a pregare che una volta finito tutto siano semplici da togliere e non ti rimangano sulla pelle a dar fastidio.

Il costume stringe ma non costringe. Dopo tanti anni ci fai l’abitudine, meno ai quei 15/20 minuti in cui lo vesti. Si suda, si spendono energie preziose e così diventa la tua seconda pelle. Arriva il momento della vaselina e della crema solare. Entrambe o solo la prima, che è indispensabile per non ritrovarsi con escoriazioni che scavano la pelle e bruciano. Fresca al primo contatto, da mettere là dove il costume sfrega di più e in concentrazione elevata se l’acqua è di mare piuttosto che dolce. Anche in questo momento la mente non perde il suo obiettivo: la gara! Neanche nell’attimo in cui indossi i trasponder col microchip, ovvero un braccialetto per ogni polso che non devi perdere altrimenti ti squalificano.

Tutto è pronto.  Si arriva sul pontone della partenza, in gruppo ma già mentalmente da soli, e si attende che lo starter pronunci il fatidico “A posto”.

Arriva l’acqua, il tuo ambiente naturale, la tua amica di vita di ogni giorno. Le bracciate prendono forma e ritmo. Il respiro si fa controllato e la mente si chiude ermeticamente.

Dentro ci stai solo tu, la tua gara, la tua strategia, il tuo obiettivo finale. Il corpo lo prepari con l’allenamento, ma è la mente che ti tiene a galla, ti governa e ti porterà fino alla fine.

Tutto è in pieno controllo. Cerchi di arrivare per primo al rifornimento per prendere la tua razione di energia, che può essere calda come thè, caffè oppure anche fredda, coca cola, integratori vari. Il resto te lo tieni nel costume, sulla schiena o alle caviglie, facili e immediati da prendere.

Arrivano le botte e i calci, sul costato, sul petto, parti basse e faccia. Puoi rimetterci il naso ma vai avanti. Arrivano i crampi, dolorosi. Allora ti fermi o rallenti, metti il piede a martello, cerchi di fartelo passare e poi continui per la tua strada.

Vai di stomaco o persino di corpo: capita! Si nuota anche in acque non proprio sane come può essere il Paranà o le acque dei mondiali di Shanghai. Ma anche in quel caso si prosegue la gara. Si può avere paura di incontrare qualcosa lungo il tuo percorso.  Le meduse, certo, ti arrivano in faccia: viscide, fredde e pungenti, ti chiedono un dazio di passaggio davvero elevatissimo. Ma vai avanti.  Ci sono stati incontri ravvicinati con i delfini o gli elefanti marini. Alcune gare sono state sospese per la presenza di coccodrilli o squali: “Nuotate dove l’acqua è più chiara così vediamo la presenza di squali!”, si sono sentiti ripetere. Ma proseguire è categorico.

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Il più delle volte il fondo non lo vedi, non vedi nemmeno la tua mano tanto sono scure e sporche alcune acque. E vai avanti comunque. Iniziano le prime escoriazioni, senti il primo dolore là dove la vaselina è sparita o non è stata messa bene, ma l’acqua è una panacea persino per questo spillo nella pelle. Lo senti dopo il dolore, quando esci dall’acqua. E lo dovrai curare per giorni con la pasta fissan che si usa per i bambini. Così come ti accorgi dopo degli squarci al costume, dei tagli sulla pelle che magari ti ha causato un corallo che hai inavvertitamente sfiorato.

Ci sono onde gigantesche in mare. E le devi saper prendere bene. Così come devi fare attenzione alle correnti, forti e insidiose: puoi cambiare la traiettoria anche di molti metri, allungando il percorso e allontanando la meta. Eppure c’è chi preferisce questo ai placidi bacini lacustri.

Qualcuno si arrende per  il freddo lancinante, il caldo asfissiante, il corpo che cede in più punti: è avvilente per chi sì è preparato così duramente, ma capita. Un’altra menzione la meritano gli attacchi di panico. Non ne soffrono tutti, ma chi li ha passati non li ricorda con piacere e li descrive come un’esperienza terrificante: il buio, il vuoto, il blackout, le gambe che ti abbandonano all’improvviso, il respiro che diventa pietra. La paura ti paralizza.

Ma chi arriva alla fine ha superato tutto questo. Ha affrontato quel momento in cui la mente si sdoppia e una parte di essa pronuncia, più volte: “No basta! Ora esco”;  mentre l’altra risponde: “Vado avanti”. Già in quel caso lì sei il vincitore della lotta contro te stesso. Se poi arrivi toccando prima di tutti gli altri e senti l’inno della tua nazione che trasforma la tensione nelle vene in emozione pura capisci il perché di quell’abisso fatto di difficoltà quotidiane, sacrifici, rinunce e abitudini consolidate.

Un ringraziamento speciale per aver collaborato a questo racconto a Martina Grimaldi, Simone Ruffini, Mario Sanzullo, Federica Vitale e Giorgia Consiglio. E indirettamente a tutti i ragazzi “pazzi” del fondo.

nota della redazione di Corsia4: Ringraziamo Laura per aver voluto raccontare, attraverso le sue parole, cosa è il nuoto di fondo e quali sono i sacrifici che ogni giorno questi ragazzi sono chiamati ad affrontare.

Spesso, o meglio, troppo spesso non vengono tenuti in considerazione tutti gli aspetti che un’atleta vive prima, durante e dopo una gara. Si crede che venga tutto così, facile, senza impegno e completa abnegazione verso questo bellissimo e durissimo sport.

La Redazione di Corsia4.it

(foto copertina e foto articoli di: Laura Binda | Deepbluemedia.eu – riproduzione vietata)

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