A Riccione fa freddo e piove. Siamo all’inizio di marzo e, tecnicamente, è ancora inverno.

Sono diversi i motivi per cui il mare d’inverno non è reputato l’emblema dell’allegria, molti dei quali sono raccolti in quella canzone di qualche anno fa, scritta da Enrico Ruggeri e cantata da Loredana Bertè. Ce ne sarebbero molti altri negli occhi di ognuno di noi, abituati a vedere le località balneari affollate e pienissime, nelle settimane più calde dell’anno, quando anche solo trovare un metro quadro di spiaggia può sembrare un’impresa titanica.

In queste mattine all’alba, invece, la spiaggia era tutta libera, desolata, incontaminata. Fino a che il mio occhio poteva vedere, non c’era traccia di nessuno, neanche un passante, neanche un cane, neanche un bagnino che rastrellava. Solo una lunga distesa di sabbia, interrotta qua e là da qualche ruspa, qualche montagnetta, qualche piccolo cumulo di rifiuti. Le onde andavano e venivano, scoprendo conchiglie e alghe e poi ricoprendole, silenziosamente. Tutto era avvolto da una cupa ombra, nessun rumore disturbava il silenzio e la calma. Poi, all’improvviso, un raggio di sole.

Allo Stadio del Nuoto è andata più o meno così. Gli Assoluti sono stati un evento di passaggio, o almeno così hanno detto in molti, ma la calma in realtà è stata solo apparente.

C’è chi se l’è presa comoda e chi non è neanche venuto, e c’è chi invece ha lavorato incessantemente. Al rincorrersi di ogni batteria, o di ogni finale, si potevano vedere visi tirati e stanchi di chi non ha più energie, spremuto dalla settimana Mondiale di Doha o dai mali di stagione, ma anche volti sorridenti e lucidi, soddisfatti per quanto appena visto tra le corsie degli Assoluti.

Le giornate in piscina sono state coperte da una lunga e silenziosa ombra, ma squarciate di tanto in tanto da un raggio di sole.

C’è stata Sara Curtis, lanciata in corsia come un fulmine velocissimo, a spazzare via nuvole e paure antiche, come quella che “la velocità femminile in Italia non esiste più”. E invece c’è eccome, perché Sara ne è espressione massima, ma non unica.

C’è stato Leonardo Deplano, che aveva “solo una cartuccia da sparare” ed ha deciso di detonarla di giovedì mattina, quando nel resto d’Italia si va al mercato a prendere il pollo arrosto. Lui invece, con la sua nuotata potente ma agile, ha illuminato per bene la vasca, occupando un posto ambito da molti, conquistato da pochi, quello dei 100 stile alle Olimpiadi.

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C’è stata Lisa Angiolini, che nei 100 rana è arrivata in vasca luminosa, quasi accecante, come il sole rosso della sera. Forse le avevano detto che per le Olimpiadi, a quasi 30 anni, non era più cosa, ma lei ha aggirato le nuvole e si è imposta, sorprendendo chi guardava a est invece che a ovest.

C’è stato Alessandro Ragaini, che fino ai 150 era in ombra ma nell’ultima vasca dei 200 stile ha spostato la tempesta per fare spazio a nuovi standard, nuovi orizzonti da conoscere, forse finora inesplorati.

Tutto questo in mezzo a tante, tantissime nuvole, alcune nerissime e preoccupanti, altre stanche color grigio chiaro, altre ancora bianche e fiduciose. È la stranezza del nostro nuoto, un cielo vastissimo, bello e variegato, fatto di luci ed ombre e di tinte irripetibili. La bellezza di potersi giocare le proprie chance in più appuntamenti, decidendo se puntare su uno solo, rischiando di non portare a casa niente (o tutto), o scegliendo di lavorare incessantemente, provando a costruire qualcosa ad ogni occasione, mattoncini su mattoncino.

Ero in spaggia, dicevamo, e a un certo punto è spuntato timidamente il sole. Lentamente si è fatto spazio tra i nuvoloni, con i suoi raggi caldi e potenti ha squarciato il mare, liscio e calmo, e poi si è infranto sulla sabbia, disegnando qualche strana e lunga ombra. Il profumo di salsedine si è immediatamente insediato nelle mie narici, portandomi alla mente tutti i ricordi dell’estate, che è ancora lontana ma che sembra già così vicina. Un’estate Olimpica.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4