Sono partito per Riccione con una borsa leggera, il pieno nella macchina e lo zaino con il computer.

Non mi serve molto altro per due giorni di gare, anche perché di solito, è sempre di più quello con cui torno rispetto a quello con cui parto. Emotivamente parlando, si intende.

Appena prima di uscire di casa, mentre salutavo i miei figli, ho notato sul tappeto un mucchietto di mattoncini Lego, dimenticati dal gioco della sera prima. Hai presente quelli che, se ci cammini sopra, vedi le stelle? Ecco, in mezzo svettava il piccolo ma inquietante sorriso di Voldemort, con un osso in mano, intento a surfare su uno skate.

Non credo nel caso, mi rifiuto. Appartengo al team “everything happens for a reason”. E allora, se l’ho visto è perché me lo devo mettere in tasca e portarlo con me, mi dico. Così ho fatto, e nel frattempo me ne sono logicamente dimenticato.

Passa il primo giorno, la prima sera di gare, emozioni e interviste, e lascio andare le prime sensazioni, nel marasma della velocità, per rimettere in fila i pensieri. Mi siedo in sala stampa e metto una mano in tasca. Eccolo lì, Voldemort sullo skate. Mi sorride con un ghigno infernale, sotto quel cappuccio grigio increspa i suoi occhi e aggrotta le sopracciglia. Mi guarda. Stringe in mano un osso e sta su uno skate. Cosa mi sta dicendo?

Niente, credo, forse mi vuole solo ricordare che devo chiamare a casa e dare la buonanotte. Fatto, sensi di colpa accantonati per un altra mezz’ora. Voldemort finisce nello zaino, io nella doccia, e la notte si riprende un pò della stanchezza accumulata.

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Secondo giorno, si va in pista prestissimo. Il vento freddo che vien-dal-mare, come la Serbelloni Mazzanti di Fantozziana memoria, mi taglia gli zigomi e mi fa subito passare la voglia che avevo di correre prima dell’alba. Per fortuna (!) in piscina ci sono più gradi di quanti me ne sarei immaginati, e meritati, quindi la circolazione riprende, sia la mia che quella della vasca, dalla quale escono gioie e dolori di centinaia di ragazzi, impegnati tutti nella stessa demoniaca attività: finire il prima possibile. Eccolo qui il punto.

A volte ci penso e me lo chiedo, proprio mentre cerco una penna nell’astuccio e spunta la testa di Voldemort a fissarmi: ma perché se una cosa ti piace tanto vuoi che finisca così presto? È un controsenso tutto nella mia mente, ma credo che sia innegabilmente strano. Se mi piace stare in acqua non vorrei mai smettere, come quando facevo il bagno al mare da piccolo e la mamma mi costringeva a uscire perché sennò prendevo freddo. E invece no: chi ci mette di meno a fare quattro vasche? Contiamo i secondi, i decimi, i centesimi. Facciamo statistiche, decidiamo i tempi limite, stiliamo classifiche regionali, nazionali, mondiali, universali. Cerchiamo il modo per metterci ancora di meno, facciamo una fatica incredibile per allenarci e trovarlo. E una volta fatto, ripartiamo da capo e ne cerchiamo uno nuovo. Sorridi, Voldemort bello, che solo tu ci capisci qualcosa. Secondo giorno andato.

Al terzo giorno è già ora di fare bilanci. Stavolta sono previdente e mi metto Voldemort in tasca. Lo porto con me in tribuna e poi in zona mista, gli faccio assaporare l’atmosfera elettrica che c’è appena prima di una finale agli Assoluti, gli faccio sentire il fiatone degli intervistati, gli faccio guardare gli occhi spenti dei delusi. Lui sorride, ha mezzo volto coperto dal cappuccio e per la prima volta mi fa paura. Lo sistemo e lo riposiziono in tasca, che c’è da lavorare ancora. C’è da vedere chi ci mette di meno, da scrivere sugli annali chi ha vinto l’eterna gara del bagno più breve. Di quello che per primo ascolta la mamma e si mette l’accappatoio, nell’attesa di mangiare la focaccia. Bravi tutti, direi, che a questi livelli non ce ne sono di pelandroni.

Nel frattempo lo Stadio del Nuoto di Riccione è quasi vuoto, la sala stampa pure. Tutti stanno rientrando alle basi, pronti per ricominciare di nuovo. Carico lo zaino in spalla, mi copro che fa freddo. Anche io devo tornare.

Se ripenso a quando sono partito, nulla è cambiato. Ho rifatto il pieno alla macchina, i vestiti mi sono bastati e torno col carico di emozioni, vecchie e nuove. Tutto come previsto, o forse no. Ho appoggiato Voldemort su cruscotto. Mentre guido mi guarda e sorride. Ghigna. Ondeggia col suo skate mente faccio le curve. Nel buio dell’autostrada mi sento meno solo insieme a lui.

Se aveva capito tutto, cosa aveva capito? Che alla fine non ne possiamo fare a meno, dell’acqua, proprio come quando eravamo al mare. Ci voleva lui per ricordarmi che, nonostante tutto, siamo sempre qui, riuniti intorno a una vasca piena d’acqua che ci fa sognare per qualche momento di poter fare un bagno lungo una vita. Ed emozionarci. Per sempre.