Siamo a metà ottobre, un momento in cui le competizioni veramente importanti, nel nuoto, sono o troppo indietro o troppo avanti nel tempo.

Quale spazio migliore, quindi, per farsi delle domande più serie del solito? Oggi Fatti di nuoto Weekly si interroga sul vero senso dello sport e della competizione.

Un nuovo modello di competizioni

Partiamo da una notizia: la Federazione svedese ha recentemente ufficializzato un nuovo modello competitivo per i giovani e giovanissimi nuotatori, fino all’età di 12 anni, che è ispirato dai principi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. Come spiegato bene in questo articolo di nuoto.com, il nuovo concept è stato presentato da European Aquatics, in occasione di una conferenza a Baku, e propone diversi punti molto interessanti e significativi, sicuramente molto distanti dalla concezione di nuoto, e sport agonistico in generale, alla quale siamo abituati.

In particolare, nella nuova proposta svedese la competizione classica è sostituita da due modalità: avviamento, che prevede la possibilità di nuotare senza rischio di squalifica, e progressione, dove invece, man mano che gli atleti crescono, vengono gradualmente inserite regole tecniche e cronometro. Gli errori commessi dai nuotatori non causano immediatamente la squalifica, ma vengono valutati da una giuria appositamente costituita, che in seguito comunica all’allenatore i risultati delle osservazioni. In questo modo si fornisce un importante feedback da riutilizzare per migliorare l’apprendimento e si evitano, nella fase giovanile, selezioni troppo dure che comportano spesso l’abbandono dello sport.

Il cronometro è sempre presente, ma le classifiche, ed è questa una delle novità che ha fatto più discutere, sono fornite in ordine alfabetico e non di tempo. Una scelta che aveva già adottato la Federazione olandese, e che in Norvegia è estesa a tutti gli sport, dal calcio allo sci di fondo, con risultati tra l’altro spesso sorprendenti, se paragonati a popolazione e numero di praticanti.

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Perché eliminare le classifiche?

L’opinione popolare, spesso, si spezza proprio sui questa domanda. Siamo abituati, da decenni, a un mondo in cui la competizione è tutto, dove le frasi che circolano sono “il secondo è il primo degli ultimi”, o “andarci vicino conta solo a bocce”, e così via. Un mondo in cui anche i campioni olimpici, se non si riconfermano, vengono aspramente criticati, in cui il sacrificio per raggiungere l’obiettivo è venerato quasi come un gesto divino.

Ma è lo stesso mondo, e va detto, in cui per un campione olimpico ci sono migliaia di altri atleti che si consumano nel sogno, nella speranza di qualcosa che non avverrà mai. Ed è lo stesso mondo in cui, anche i campioni olimpici stessi, attraversano momenti di profonda crisi personale, di depressione, dalla quella faticano a uscire nonostante i risultati. Un mondo che lascia strascichi nella vita quotidiana, che impaurisce per il vuoto che crea quando tutto si conclude, per raggiunti limiti psico-fisici o di età.

Eliminare le classifiche nello sport giovanile non risolverà certo tutti questi problemi, e non li risolverà nemmeno eliminare drasticamente il cronometro e le premiazioni. Però da qualche parte bisogna iniziare, e questo mi sembra un primo passo per cambiare qualcosa a livello culturale, di pensiero dello sport stesso. Perché il punto focale, in questo discorso, deve essere proprio spostare l‘attenzione dalla prestazione assoluta alla crescita personale. E quindi la domanda deve essere: che cosa vogliamo dallo sport?

Il mondo cambia

Non si tratta di una frase fatta, ma di un processo che è sempre stato riconosciuto, da ogni generazione per quella successiva, e che vale a maggior ragione anche per lo sport. Il mondo cambia talmente velocemente che il limite per l’utilizzo dei social network, per esempio, viene costantemente spostato più in là in molti paesi del mondo, e presto si arriverà alla consapevolezza istituzionale che si tratta di strumenti dannosi e tossici, con conseguenze serie derivate dal loro abuso (al pari di droghe e alcool). Dobbiamo trattare lo sport allo stesso modo, se vogliamo che resti quell’isola felice che spesso dipingiamo negli intenti, dove i giovani possono crescere in sicurezza e salute, fisica e mentale.

Per fare ciò, forse dobbiamo adattare lo sport al cambiamento. Combattere l’abbandono giovanile non significa solo trattenere, ad ogni costo, i giovani in piscina, ma significa creare l’ambiente idoneo per cui quei giovani, in piscina, ci restino di loro volontà. Dobbiamo guardare i giovani (più che noi stessi) e osservare che hanno molta più consapevolezza di ciò che provano rispetto a quanta ne avessero loro coetanei di qualche decennio fa, quando il sistema che ancora oggi utilizziamo è stato concepito. Quello che un tempo sembrava un percorso obbligato (si è sempre fatto così..) oggi forse va messo in discussione.

Per dare un parere personale, supportato però dal pensiero di diversi esperti, non credo che l’eliminazione totale degli ostacoli, nella vita e nello sport, sia la soluzione a tutti questi problemi. Penso però, riducendo il campo allo sport, che ci sia un tempo per il cronometro e le classifiche e un tempo per l’apprendimento, e forse 12-13 anni è proprio il limite corretto.

Per questo mi ha colpito il discorso che Federica Pellegrini ha fatto ai nuotatori che hanno partecipato al suo camp sportivo. Il suo punto di vista, prezioso come può essere solo quello di una campionessa olimpica, è adatto a dei ragazzi di quell’età? Da quando (e fino a che punto) è giusto dedicarsi totalmente allo sport, mettendo di mezzo anche scelte complicate, di vita? A prescindere dal risultato, ne sarà sempre valsa la pena?

Prima di quell’età, lasciamo a insegnanti e allenatori la visione generale di come e quando stimolare i ragazzi in vasca, magari tarando l’input anche personalmente. Già andare in piscina, mettersi in acqua, imparare a nuotare nel modo corretto, e aggiungere tutte quelle capacità che servono nel percorso verso l’agonismo, sono sfide molto impegnative.

Il che non significa smettere di allenare, o smettere di fare agonistica, ma farlo con tempi e modi giusti, più rispettosi delle età e della crescita di ognuno. Lo sport rimarrà sempre quel mondo in cui confrontarsi con gli altri, e con sé stessi, in cui crescere imparando a superare i propri limiti, in cui affrontare da soli le prime difficoltà. Ma solo se chi lo regola si accorgerà che limiti e difficoltà sono cambiati.

See you later!

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Foto: Fabio Cetti | Corsia4