Con le acque delle piscine momentaneamente calme, Fatti di nuoto weekly commenta due notizie che non appartengono alla vasca ma che, in senso letterale, vengono dall’altra parte del mondo.

L’occasione è buona per riflettere sul nuoto e sullo sport in generale. 

Michael Phelps vs USA Swimming 

Tutto è iniziato con un post su Instagram durante i Mondiali di Singapore: un meme condiviso prima da Ryan Lochte e poi da Michael Phelps nel quale, attraverso la foto di un funerale, si decretava la morte (sportiva) di USA Swimming. Si tratta di una preoccupazione diffusa tra i commentatori del nuoto statunitensi, che deriva da alcuni risultati non eccezionali della nazionale, in particolare quella maschile, che negli ultimi appuntamenti ha performato sotto le aspettative. Più si avvicinano le Olimpiadi di casa, Los Angeles 2028, più questa preoccupazione diventa quasi un incubo sportivo: il fatto è che, per USA Swimming, non basta vincere, ma bisogna dominare.  

Durante i Mondiali sono stati diversi gli atleti in attività, prima di tutti Lilly King, che hanno risposto difendendo quanto di buono fatto dal team USA a Singapore, ma vincere il medagliere con un solo oro di vantaggio sull’Australia non è di certo soddisfacente per gli standard americani. L’aggravante è che otto dei nove titoli  USA sono arrivati in campo femminile, e tra i maschi nemmeno una staffetta è stata vincitrice, caso questo più unico che raro. L’allarme si amplifica anche guardando più in là, e cioè tra le fila dei giovani e giovanissimi, dove il divario tra la qualità del settore femminile e maschile è lampante (vedi i Mondiali Junior appena conclusi). 

Il gancio è stato preso al volo da Phelps il quale, sempre tramite Instagram, ha attaccato la dirigenza del nuoto americano, presentando di fatto la sua candidatura per un ruolo nelle stanze dei bottoni. Dalla sua, Phelps non ha solo Lochte, amico e rivale di una vita in acqua, ma anche Rowdy Gaines, commentatore storico del nuoto USA e già oro nei 100 stile alle Olimpiadi di LA 1984 nei 100 stile, e buona parte dell’opinione pubblica, guidata tra l’altro dai vertici del sito SwimSwam. 

Nel suo proclama, Phelps richiede più attenzione per gli atleti, meno sprechi economici e un rilancio generale di tutta l’attività acquatica, passando anche attraverso il college. Non è un mistero che Phelps, a causa di alcuni suoi comportamenti e della sua scomoda figura sportiva, sia molto meno popolare tra i politici di quello che si pensi, e la sua scalata ai vertici del nuoto americano potrebbe essere meno scontata di quanto ci possiamo immaginare. Se è vero, come si dice, che la lettera era pronta già da mesi e che è stata ritardata solo per evitare di compromettere ancora di più la spedizione USA a Singapore (e diventarne capro espiatorio per i pochi risultati), allora significa che dietro c’è un programma ben preciso e studiato, del quale abbiamo visto solamente l’inizio. 

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Singapore Gate

I fatti che hanno convolto le nuotatrici all’aeroporto di Singapore rappresentano una notizia che col nuoto ha a che fare solo di striscio, sulla quale si è già scritto e detto tutto e che non è da commentare, perlomeno non in questa sede. Semmai si può parlare di come il nuoto finisca sulle copertine (n.b. copertine, non prime pagine) dei quotidiani sportivi più per la cronaca che per i risultati agonistici, fatto che dal mio punto di vista è da reputarsi grave. 

Vi siete accorti, ad esempio, che lo spazio occupato era pressoché identico a quello che un mese fa aveva un atleta vincitore di un oro Mondiale? Non mi sto certo indignando e di sicuro non posso negare che ci sia un senso in questo genere di scelte, che spesso va oltre al puro merito e sfocia nel semplice computo economico. Tradotto in soldoni: “Pilato-Tarantino che rubano” mi fa vendere di più di “Cerasuolo che vince”. Quantomeno, a questo punto, andrebbe ri-tarato il senso che diamo a un giornale sportivo nel 2025. 

Ci informa sulla cronaca pura?

No, perché esiste una cosa che si chiama internet e sulla quale troviamo le notizie ben prima che la carta stampata arrivi in edicola. Certo, le fonti vanno selezionate con cura certosina (e non è scontato, in un mondo di analfabeti funzionali) ma la percentuale di chi apprende una notizia solo leggendo il quotidiano è ormai irrisoria. 

Allora che cosa dovrebbe fare un giornale sportivo nel XXI secolo? Ci sono studi, libri, saggi e conferenze che ne parlano, e non sono di certo io quello che troverà la quadra tra conti e contenuti per salvare l’editoria classica. Però posso dire cosa mi spingerebbe ancora, nel 2025, a comprare un giornale sportivo, cartaceo o online che sia: la qualità dei contenuti. 

Se solo ci fosse la voglia di approfondire, di grattare la superficie, di togliere la patina di polvere sui mobili, allora forse qualcosa si muoverebbe. La cosa bella è che tutto ciò esiste già, sia al di fuori del mainstream (ci sono svariate realtà più o meno piccole che vivono grazie alla qualità dei loro autori) che nei grandi giornali, anche se spesso si fa fatica a trovarla per quanto è nascosta.

Nascosta, per esempio, da articoli inutili e noiosi utili solo ad alimentare la festa del click e della gogna mediatica.

See you later!

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Foto: Fabio Cetti | Corsia4