“Ma chi gatto me l’ha fatto fare?”

Chi me lo ha fatto fare? Chi? … di continuare ad allenarmi fino a fine giugno, di allontanarmi tre giorni da casa, completamente sola, per disputare delle gare nelle quali, ben che andasse, potevo ambire ad una medaglia di bronzo ma più probabilmente ad una di legno ben intarsiato? Chi, o cosa?

Eppure oramai sono un’abitudine quei 3 giorni di fine giugno a Riccione per i Campionati italiani master di nuoto; un’abitudine che si ripete ormai da 15 anni, anche 20 se consideriamo le gare del Salvamento prima (salvo qualche annata di diversa ubicazione geografica).

di Elena Rigon

Un’abitudine quelle 3 ore di viaggio con l’immancabile ingorgo per superare Bologna, un’abitudine uscire al casello di Riccione, vedere l’Aquafan e dirigere invece verso un’altra piscina, meno conosciuta: la polisportiva comunale.

Tanti i ricordi legati a Riccione che si sono accumulati negli anni: la potente voga di un concorrente che spezza il remo del battello nel salvamento; l’uomo completamente ricoperto di tatuaggi, ospite fisso del Maurizio Costanzo Show, incontrato la sera lungo viale Ceccarini, i discorsi in prechiamata su figli ancora allo stadio ipotetico. Uno staffettista fondista che non si presenta in chiamata perché 50 metri gli sembrano troppo pochi, l’incredibile affollamento nel 2012, anno dei mondiali; clamorosi flop e personal best, l’anno in cui ho gareggiato UISP tesserata per una squadra diversa.

Potrei continuare, facendo credere che ormai l’esperienza Riccione sia un libro già scritto, da cui trarre l’uno o l’altro capitolo da ripetere.

Invece ogni volta è un foglio di carta bianca su cui scrivere, disegnare, colorare mille avventure, racconti, discorsi.

Al mio arrivo giovedì a mezzogiorno ritrovo “il nostro posto” all’ombra dei costoni sul retro della vasca coperta. I primi anni ci piazzavamo sul prato accanto alla vasca esterna, poi ‘crescendo’ abbiamo preferito il fresco.
Uso il plurale perché, pur essendo completamente sola, viaggio con l’esperienza maturata in una squadra che, finora, non mi ha mai lasciata completamente sola.

Un’ora per riprendermi dalla stanchezza del viaggio ed è subito tuffo, in acqua per riscaldarmi ma anche nel vivo della manifestazione.

Essere sola è una condizione che da un lato mi spaventa, perché la solitudine di per sè non è un concetto positivo; dall’altro mi consente di immergermi (è proprio il caso di dirlo) completamente nell’esperienza.

Senza nessuno da aspettare, accompagnare, seguire, assecondare, sono completamente libera di godermi ogni attimo, ogni chiacchiera, ogni volto che incontro.

I momenti più caratteristici sono i passaggi che conducono al blocchetto: il primo è la vestizione del costumone in spogliatoio, che mentre spingi a fatica, centimetro dopo centimetro, gli arti dentro quel budello colorato e rigido c’è chi riconosce i volti che aspettava di rivedere da un anno; chi racconta della brutta nottata trascorsa per gli amplessi rumorosi dei turisti balneari della stanza accanto; chi rincorre come un pinguino, con il costume infilato solo a metà, un’amica da riabbracciare.

Poi, secondo step, la prechiamata: a differenza delle manifestazioni locali, dove viene svolta in maniera un po’ anonima e talora noiosa, qui assomiglia ad un cabaret, Zelig-Swim.

Una volta formate le batterie si attende, e tra concorrenti si continua a conversare, pur aumentando la concentrazione sulla gara da disputare. In questo momento si vedono per la prima volta in faccia alcune persone di cui si leggeva il nome nei risultati delle gare dal precedente ottobre.

Dopo aver disputato la gara ci sono altri incontri, in cui scambi opinioni su come è andata, ascolti sfumature di decimi di secondo, considerazioni sui passaggi e ritorni, partenze, arrivi.

“… non c’è nessuna differenza / Se vinci o se perdi / Quello che conta, che ha più importanza / È esser quello che sei…”

(Tiromancino)

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Ognuno è lì per fare il suo tempo, la sua prestazione, e se al tuo prossimo va bene o va male, questo non sposta di un millimetro quanto gradevole sia la sua compagnia.

Nella assoluta libertà di cui godevo, complice un pomeriggio freddo e piovoso, ho avuto la fortuna di analizzare in compagnia gli errori commessi e provare a pianificare allo stesso tavolino la terza gara.

La gara che va male non è un’occasione sprecata, ma un’esperienza di cui fare tesoro per la prossima prova.

Mi ero preparata alcuni libri nell’eBook, pensando che avrei dovuto inventarmi come riempire il tempo vuoto, vuoto che non c’è stato perché è stato tutto un susseguirsi di saluti, conversazioni, discorsi.

Dal ‘come e quando ti alleni?‘ al ‘come si allena la tua squadra?‘ (e scoprire che un po’ ovunque quando è ora di far le gare sono in molti a tirarsi indietro) ad altri argomenti prettamente personali.

In tanti anni si sono create storie che si sono evolute, Dinasty a confronto è Piccole Donne.

Viene naturale parlare non solo di nuoto, ma in generale della vita, propria e altrui, come se l’interlocutore fosse una frequentazione quotidiana, un amico di vecchia data; invece è una persona con cui condividi un interesse profondo, una passione sportiva, ma che hai rare possibilità, nel corso dell’anno, di incontrare a tu per tu.

Il mio timore di rimanere sola è stato sepolto da un numero di ‘unisciti a noi’ superiore alle occasioni disponibili; le proposte che non ho potuto accettare mi hanno comunque riempita di gioia.

Ogni volta che partecipo ai Campionati Italiani parto con il cuore che è un sacchetto di mais e torno come se fossero esplosi i pop-corn, che non riesco più a farceli stare dentro.

“Ma chi gatto me l’ha fatto fare?”

Un sacchetto di pop-corn!

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