Freschi delle emozioni della storica seconda Coppa Davis consecutiva vinta – e della Billie Jean King Cup vinta dalle ragazze – ci ritroviamo ad ammirare i talenti tennistici che l’Italia sta finalmente mettendo in mostra dopo decenni di mediocrità e pochissime soddisfazioni, perlomeno in campo maschile.

Prime serate in chiaro su televisioni nazionali, copertine di tutti i giornali, pubblicità, interviste e social intasati: i tennisti e le tenniste sono gli sportivi più in vista del momento nel Bel Paese. Con un fenomeno generazionale come Sinner e una serie di ottimi giocatori e giocatrici alle sue spalle, stiamo indubbiamente vivendo l’età d’oro del tennis italiano, paragonabile (o forse già migliore) di quella di Panatta e Bertolucci.

Sarà deformazione professionale, o solo un pò di sana invidia, ma non riesco a non pensare che anche nel nuoto siamo nel bel mezzo della miglior infornata di talenti di sempre, con punte altissime (Pellegrini, Paltrinieri, Ceccon) e, a differenza del tennis, una continuità che pochi altri sport in Italia hanno. Ma non la stessa esposizione mediatica, non la stessa valorizzazione del momento.

Per tutti questi motivi ci salta maggiormente all’occhio quanto il circuito delle racchette sia confezionato in modo perfetto per far risaltare lo sport a tutti i livelli, da quello agonistico a quello meramente commerciale. Negli anni, il tennis si è dato regole sempre più chiare e precise, ha affinato le sue peculiarità ed è diventato uno degli sport individuali più professionistici. Ha custodito le proprie tradizioni antiche – come ad esempio i posizionamenti dei tornei principali, o più semplicemente il calcolo del punteggio delle partite – ma ha saputo anche innovarsi, introducendo la tecnologia in maniera intelligente e, come abbiamo visto in questi giorni, ridando nuova vita a ciò che poteva sembrare ormai superato, come la Coppa Davis per l’appunto. Tutte cose che il nuoto non è ancora riuscito a fare.

Perché è così difficile?

Tennis vs Nuoto

I tennisti giocano tantissimo. I top players, quelli che vanno quasi sempre in fondo ai tornei che disputano, si attestano stabilmente tra le 60 e le 80 partite l’anno. Alla data attuale, Sinner ne ha giocate 77, Sabalenka 70, Alcaraz 66, Paolini 60, mentre un campione un pò meno giovane come Djokovic ne ha giocate 46 e uno che esce da un lungo stop per infortunio come Matteo Berrettini 43. Significa che di media siamo sempre a più di una partita a settimana, anche se distribuite meno equamente: durante i tornei si gioca ogni due giorni, anche ogni giorno, mentre tra un tornei e l’altro ci sono a volte periodi di stacco. Tutto è molto fitto ma ben organizzato, e le vacanze si condensano a fine anno, perché poi si riparte a gennaio con il tour che viaggia in Australia e ricomincia il giro del mondo. Quasi tutte le partite durano almeno un’ora, e l’impegno fisico è a volte massacrante. In più ci sono gli allenamenti, le terapie, le sedute tecniche, gli impegni contrattuali e tutta una serie di appuntamenti collaterali che crescono con il crescere della competitività del tennista. È un lavoro a tutti gli effetti, ottimamente retribuito ed altamente totalizzante.

Il nuoto non è così. Si gareggia dal poco al pochissimo, con due o tre picchi di prestazione l’anno, ed è sempre difficile vedere nuotatori in giro per il mondo e non a pochi chilometri dalla propria piscina, se non per rinchiudersi in cima a qualche montagna per un collegiale. Non è possibile paragonare i due sport, che sono troppo diversi alla base, ma siamo sicuri che sia così impossibile uscire dalla logica che da decenni impone un solo grande appuntamento per stagione? O meglio, siamo sicuri che questa logica sia utile alla crescita del nuoto stesso?

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Quindi, che facciamo?

Per non tornare nuovamente su temi già ampiamente discussi su queste pagine, si potrebbe iniziare a pensare a qualcosa di diverso da aggiungere alla routine del nuoto.

Se è vero che nel nuoto è quasi impossibile avere un calendario fitto di eventi come quello del tennis, non è altrettanto detto che non si possa prendere spunto da ciò che di buono il tennis ci può insegnare. La Coppa Davis, ad esempio, per i tennisti è stata a lungo un impiccio, un torneo che veniva a volte evitato dai big (e che ancora spesso lo è), a meno che non ci fosse la volontà di vincerlo per spuntare la casellina nel proprio personale score di carriera.

Con la modifica di regolamento che ha portato alla versione attuale (in primis, la sede fissa), i grandi nomi sembrano più attratti dalla Davis, e ci partecipano volentieri, nonostante non porti punti ufficiali per la classifica ATP o WTA.

In questo modo, anche il tennis ha la sua Coppa del Mondo per Nazioni, l’unico vero torneo in cui i tennisti giocano uno sport di squadra.

Al nuoto questo manca totalmente. In Italia avevamo la Coppa Brema, il Campionato a Squadre che metteva in vasca i campioni per le rispettive società di appartenenza, e l’abbiamo ammazzata con la classifica a distanza, utile solamente a riempire le statistiche delle (solite) squadre vincitrici.

A livello mondiale, invece, non si è mai andati oltre il medagliere o, al massimo, la classifica a punti al termine di Europei o Mondiali, entrambi dati puramente statistici e poco valorizzati. Oltre oceano fanno il Duel in the Pool, una sfida a punti tra USA e Australia spesso molto spettacolare e sentita, ma non esiste un torneo mondiale che decreti la squadra più forte. Invece di organizzare una World Cup con contenuti agonistici molto random, si potrebbe tramutarla in un piccolo Campionato del Mondo per Nazioni. Si coprirebbero comunque le zone che, per motivi commerciali, è necessario toccare, ma con un animo completamente diverso e, probabilmente, con risultati più interessanti.

Io la Coppa Davis del nuoto me la guarderei volentieri.