Fa caldo.
Stavolta si dovranno convincere un pò tutti, dai più scettici indecisi ai negazionisti totali: l’ondata di calore che ha investito l’Europa è davvero eccezionale. Talmente eccezionale da far prendere sempre più precauzioni ufficiali, diciamo molto più ufficiali di Studio Aperto che consiglia idratazione e riposo nelle ore più calde (che comunque aiuta, quindi fatelo).
Ma allora cosa c’è di meglio se non tre giorni di gare all’aperto al Foro Italico?
(Ovviamente, senza fare le gare in acqua eh, ma solamente guardandole sotto il sole cocente della mattina e tardo pomeriggio romano).
Quello che sto per scrivere, quindi, potrebbe essere dettato dalla calura, oppure dagli incubi notturni nel tentativo, vano, di sentire un filo d’aria. O forse no.
Eccezionale
Forse non è stato solo il caldo a farmi sembrare eccezionale questa edizione del Settecolli. Potrebbe essere stata la quantità di fenomeni d’acqua, quelli che chiamiamo “stelle internazionali” presenti a Roma. Una quantità effettivamente pazzesca, una delle più alte concentrazioni degli ultimi anni, qualcosa che inorgoglisce l’Italia del nuoto e il Trofeo in sé, che è sempre di più una perfetta tappa di passaggio verso l’estate dei grandi eventi.
Quest’anno ci sono state le sorelle Walsh, Marrit Steenbergen, Sarah Sjoestroem, Adam Peaty, Apostolos Christou, Daniel Wiffen, Siobhan Haughey, Kristof Milak, Noè Ponti, Tessa Schouten, Caspar Corbeau, David Popovici e molti altri.
E poi, ovviamente, la presenza in toto della squadra italiana, che ormai da sola fa già di un evento una grande manifestazione. Ceccon a mezzo servizio, Martinenghi al rientro e Paltrinieri appannato dai chilometri? Non fa niente, ci pensano gli altri., da Cerasuolo a Quadarella, da Pilato a Razzetti, fino a Sara Curtis, stella incontrastata di questa stagione del nostro nuoto.
Eppure è sembrato normale, ed è questo, forse, il vero grande segreto del Settecolli.
Normale
Diciamo che, quando una cosa eccezionale viene percepita come normale, ci sono due possibilità: o non è effettivamente eccezionale, oppure non ci abbiamo capito niente. E possono essere vere anche entrambe le cose.
Se, per esempio, percepiamo come normale un record italiano, solo perchè facendolo si arriva terzi, allora non abbiamo capito niente dell’eccezionalità della cosa. Ma allo stesso tempo stiamo percependo come normale quel record, tanto è il potenziale dell’atleta in questione (Sara Curtis, per chi non l’avesse capito).
Se, al contrario, percepiamo come normale vedere un campione olimpico e recordman del mondo fuori condizione, con barba lunga e voglia di nuotare corta, probabilmente non abbiamo capito fino in fondo le sue motivazioni, fisiche e psicologiche. Ma allo stesso tempo stiamo percependo come normale una cosa che è già successa in passato, per la quale ci siamo preoccupati molto ma dalla quale, comunque, l’atleta in questione (Ceccon, per i meno smart) è uscito alla grande, spesso più forte di prima.
E allora, questo cambiamento climatico?
Climate change
Secondo la definizione più comune, il climate change è l’indice della “variazione a lungo termine delle condizioni meteorologiche medie e della variabilità del clima terrestre”. Si tratta quindi di un processo lento ma inesorabile, del quale vanno studiate con attenzione le cause se si vogliono, almeno in parte, prevedere gli effetti.
Un processo, quindi, che per avverarsi ha bisogno di mesi, anni, forse anche decenni. E che non è mai finito. Proprio come il climate change nel nuoto italiano, che ieri aveva quasi solo Paltrinieri a tenerne alta la bandiera, poi ha avuto Ceccon e Martineghi e oggi, incredibilmente, sembra quasi poterne fare (momentaneamente) a meno.
Mentre sto scrivendo, sta arrivando il temporale.
