Da qualche giorno, sono assolutamente in fissa con questa canzone…

Intanto ammetto il colpevole ritardo del mio interesse, sia rispetto alla sua reale pubblicazione, quattro anni fa, ma anche rispetto al suo ritorno in circolazione virale sui social, dovuto al fatto che il cantante Djo, è in realtà Joe Keery, uno dei protagonisti di Stranger Things. La musica è così, se ti colpisce, ti colpisce.

Il fatto è che, ormai da tempo, ho smesso di pensare che le cose mi colpiscano in maniera casuale, del tutto arbitraria. Ho invece iniziato a collegare i puntini della quotidianità, per capire se davvero l’Universo (o chiamatelo come volete) mi comunica qualcosa. Se poi quel “qualcosa” sia significativo o meno, questo è un altro discorso. Non importa.

Intanto, End of beginning mi è entrata in testa e non solo. La canticchio mente vado a correre, la sento quando entro in un bar, la metto in macchina nella mia playlist. All’inizio, però, il testo non mi diceva molto. Djo, canta di una condizione particolare, dell’andare via da una grande città (Chicago, nello specifico), e poi di tornarci e sentirsi a casa, e anche di portarsi un pò di quella città nel mondo, ovunque, come una condizione sociale, affettiva, umana. Questa sensazione mi è completamente sconosciuta.

Non solo non vivo in una grande città, ma in un paese di provincia, ma oltretutto ci vivo da tutta la vita; e poi, non sono andato via e ritornato se non per periodi relativamente brevi, vacanzieri o lavorativi. Non provo quindi niente di quello che Djo ha provato, e che canta nel suo pezzo.

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Forse, però, ho provato qualcosa al contrario. Ho sentito, cioè, un pezzo di me in diversi posti del mondo che ho visitato, in cui sono stato per svariati motivi. Dove abbia trovato questo pezzettino di me non mi è molto chiaro, perchè non è stato sempre nello stesso posto. A volte è in un bar, altre in un parco, altre ancora in una persona. Spesso, però, è in una piscina.

Tutto ciò mi riporta a End of beginning, che letteralmente vuol dire “Fine dell’inizio”. E al fatto che, a Riccione, mi sento un pò a casa, come a casa si sentono anche tutti i ragazzi che, nella settimana santa del nuoto italiano, si ritrovano come se fossero una piccola comunità. Ci sono i sorrisi e i pianti, gli abbracci e le occhiatacce, gli amici e i nemici. C’è tutto quello che serve per avere un bellissimo spettacolo, da un lato, e una grande tragedia, dall’altro.

Ci sono le medaglie, che in questa settimana hanno pesato moltissimo: gli ori valevano il pass, gli argenti, spesso, lasciavano l’amaro in bocca, i bronzi sorridenti e a volte un pò deludenti. Ci sono i tempi, che hanno significato un sorriso e spesso un pianto. Ci sono i giudizi di chi, come noi, guarda e valuta, a volte sapendo poco, e spesso senza tener conto della difficoltà del tutto.

Quanto della vita c’è nello sport? E quanto a Riccione?

Se ci penso ancora, forse quest’anno a Riccione c’è stata davvero la “fine dell’inizio”. In un quadriennio Olimpico, quanto tempo hai per prepararti veramente all’evento principale? Quanto di questa preparazione quadriennale passa dall’estate di mezzo, quella che all’apparenza sembra meno importante ma che, invece, è cruciale? Quanto conterà, per chi vuole emergere, farsi notare nel 2026? E quanto, al contrario, dovranno stare attenti quelli che invece non vogliono farsi superare?

Alla fine, ha ragione Djo…

“And when I’m back in Riccione I feel it”

Foto: Fabio Cetti | Corsia4