Chi legge Corsia4, e in particolare i pensieri di chi vi scrive, avrà capito già da un pò qual è il genere di atleta per il quale vado matto.

Per i meno assidui e i meno attenti, una piccola spiega: in generale mi piacciono gli atleti eleganti, quelli che hanno poco da dire ma molto da dimostrare e quelli un po’ matti, nel senso buono del termine. Inteso cioè come particolari, insoliti, con un modo di pensare e vedere le cose diverso rispetto a tutti gli altri.

Sarà per questo che mi piace il nuoto, sport che di natura si presta ad essere interpretato in maniera molto rigorosa, cioè seguendo i tempi, e nel quale è molto difficile uscire dagli schemi. Quando un nuotatore trova il modo di emergere dalla massa, ecco che diventa interessante.

C’è chi lo fa con la nuotata, chi con gli atteggiamenti, chi con un modo di vincere o perdere particolare.

Non ho mai nascosto il mio amore per i geni incompresi, e il mio poco interesse per gli esagerati, quelli troppo al di sopra delle righe. Di recente, in occasione del ritiro di Ariarne Titmus, mi sono espresso a favore dei suoi sorrisi e meno delle urla di Dean Boxall, il suo allenatore. Non perché non riconosca in lui una grande abilità tecnica – lo dicono i risultati non certo il sottoscritto – ma perché preferisco altro.

Definitemi bacchettone, forse retrò, o soltanto un po’ legato a quello che ho vissuto nel nuoto durante la mia vita, prima da (scarso) nuotatore e poi da (semi) addetto ai lavori. Non a caso i miei preferiti di sempre sono Ian Thorpe, Anthony Ervin e Franziska van Almsick, e più di recente non ho mai nascosto il mio amore per Thomas Ceccon, David Popovici e Katie Ledecky.

Credo che però, alla luce dei recenti eventi e non solo, sia finalmente arrivato il momento di rivelare il mio amore sportivo per Kate Douglass.

Rara

L’unico possibile aggettivo col quale mi sembra di poter definire Kate Douglass come atleta è rara. Negli ultimi periodi, e con sempre più frequenza e insistenza, nel nuoto c’è una certa tendenza alla super specializzazione, accelerata se possibile dall’introduzione dei 50 dorso, rana e farfalla alle Olimpiadi e dalla conseguente focalizzazione di molti nuotatori sulla la velocità pura. Non si tratta di una deriva netta, e per fortuna (IMHO) esistono ancora i Leon Marchand e le Summer McIntosh, ma è possibile che, nell’ottica di un allungamento di carriera molti più nuotatori cerchino la specializzazione.

Come detto, tuttavia, non mancano i nuotatori polivalenti. Senza scomodare i due fenomeni già citati sopra, basti pensare al frequente sdoppiamento di carriere nel mezzofondo tra vasca e acque libere, a chi si cimenta in tutte le distanze del proprio stile – dai 50 ai 200 – e a chi ai misti aggancia anche i 200 di altri stili.

Kate Douglass, tuttavia, fa qualcosa di diverso, di particolare appunto, che la rende una vera rarità natatoria.

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Che fosse speciale era chiaro fin dagli albori della carriera, da quando nel 2016 migliorò il record di categoria 13-14 anni che apparteneva a Dara Torres, facendo 22.32 nei 50 yards stile. Per tutta la carriera giovanile, Douglass ha continuato ad accoppiare la velocità a stile e farfalla con i 200 di altre specialità, principalmente misti e rana. Se a livello collegiale e giovanile non è una cosa così strana, elevare questo caratteristico programma gare nel nuoto di alto livello è molto più difficile.

A Tokyo nel 2021, Kate Douglass ha nuotato la sua prima Olimpiade, arrivando terza nel 200 misti, ma è nella stagione NCAA 2022 che il suo nome è diventato tra i più caldi del nuoto mondiale. Alle Finals, Douglass ha messo a segno quella che in molti avevano definito la performance migliore nella storia delle gare universitarie: oltre alle 4 staffette con le compagne di Virginia, ha vinto 50 stile, 100 farfalla e 200 rana, tutte con record nazionale. L’anno dopo si è ripetuta, cambiando l’oro nei 50 stile con quello nei 200 misti, ma è nell’estate del 2023 che ha smesso per sempre di essere una semplice nuotatrice da vasca corta.

Le vittorie nei 200 misti a Fukuoka 2023 e Doha 2024 sono stati l’antipasto delle Olimpiadi, alle quali è arrivata come vincitrice dei Trials USA sia nei 100 stile che nei 200 misti e rana. Poi a Parigi, ha vinto i 200 rana e la staffetta mista, ed è arrivata seconda nei 200 misti e nella staffetta a stile, Kate Douglass è definitivamente diventata una grande del nuoto.

Una donna in missione

Nell’arco dell’ultimo quadriennio, la sua figura è diventata centrale nel movimento natatorio americano. In una generazione fenomenale che comprende, tra le altre, Torri Huske, le sorelle Walsh e Regan Smith, Kate Douglass (24 anni) è una variabile impazzita che serve come completamento e come collante della nazionale USA.

È presente in praticamente ogni staffetta, ma il suo non è un semplice ruolo da comprimaria. Nel post Olimpiadi, ad esempio è uscita da trionfatrice dai Mondiali di vasca corta, con 4 ori, 2 argenti e 1 bronzo, ottenuti in gare che comprendono sempre distanze dai 200 rana ai 50 stile. Proprio in corta, questa sua versatilità è valorizzata al massimo, tanto che nella recente tappa di World Cup ha addirittura migliorato il record del mondo dei 100 stile.

L’eccezionalità sta nel fatto che, in vasca da 25, Douglass ora detiene il miglior tempo di sempre nei 100 stile, nei 200 rana e nei 200 misti. E in vasca lunga ha il secondo tempo di sempre nei 200 rana, il sesto nei 200 misti e l’ottavo nei 50 stile, quest’ultimo record americano in coabitazione con Gretchen Walsh.

Come fa ad essere competitiva in due specialità così apparentemente diverse come i 50-100 stile e i 200 rana?

In vasca corta, Douglass abbina una buona esplosività con un’incredibile abilità tecnica in virata ed apnee, e in lunga aumenta la frequenza riuscendo comunque a non andare mai fuori ritmo. A questo va aggiunta, fattore determinante per amarla ancora di più, una certa grazia nella nuotata. A differenza di Gretchen Walsh, ad esempio, il suo stile libero non sembra continuamente strappato, esagerato, ma è al contrario fluido e dinamico, influenza che mi piace attribuire proprio alla sua attitudine nella rana. Ed è proprio nella rana che si esprime al meglio, perlomeno a livello estetico. In questo momento, i sui 200 sono una delle principali attrazioni che possiamo vedere in piscina.

“I came with a mission”, ha detto proprio dopo aver fatto 50.19 nei 100 stile all’ultima tappa di World Cup, distinguendosi anche a livello comunicativo, dove spesso usa modi pacati per dire cose interessanti (altra rarità).

Probabilmente la missione non è ancora compiuta, né in vasca corta – la sensazione è che voglia scendere sotto i 50 secondi – né in vasca lunga, dove ha nel mirino il record del mondo dei 200 rana.

Foto: Fabio Cetti | Corsia4