Mi piace dormire, per questa ragione ho sempre storto il naso ogni qualvolta mi venisse proposto di allenarmi al mattino.

Mi piace però anche uscire dalla mia comfort zone, quindi ho deciso di provare a fare quest’esperienza.

Da nuotatrice diligente ho preparato tutto quanto necessario la sera prima e ho impostato la sveglia su un orario decisamente inusuale per le mie settimane: le 6 a.m.

Sono trascorsi all’incirca tre giorni prima che in piscina trovassi il coraggio di andare davvero. Proprio così, perché giorno dopo giorno, al suono della sveglia il mio istinto naturale mi suggeriva di premere su “spegni” attendendo gli orari della mia routine.

Il giorno in cui in vasca mi sono trascinata veramente, è stata una vera sorpresa. Entrando nel silenzio degli spogliatoi ho avuto la sensazione che l’impianto sportivo si stesse svegliando con me: al posto del caos e delle urla delle ragazzine alla fine dell’allenamento serale c’era il suono dei miei passi che rimbombavano nei corridoi.

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Eppure nonostante il silenzio, il mio respiro lento, quello di un corpo che deve prendere coscienza di essere tornato sveglio, la luce evanescente e azzurrognola della mattina che ancora deve alzarsi, non c’era nulla di diverso.

Anche l’odore di cloro, sempre così rassicurante, era lì ad attendermi.

All’uscita poi, quasi come se stessero compiendo un delicato rituale, trovai le altre donne del mattino intente a truccarsi con le loro mani veloci, in un movimento che rivelava la loro fretta di abbandonare quel fugace momento di benessere per raggiungere il posto di lavoro.

Anche prima della sveglia, insomma, quando mi ritrovai sul bordo della piscina: c’eravamo solo io e l’acqua di fronte a me, come sempre.

Fu proprio in quel momento che capii che non c’era alcuna differenza.

Che fosse mattina, notte o sera, che ci fosse l’impianto pieno zeppo di persone o il deserto e il silenzio più totale, siamo sempre noi due, io e l’acqua di fronte a me.

Il resto non conta. Mai.

(Foto copertina: Fabio Cetti | Corsia4.it )