C’è un momento in cui la tavola del pranzo di Natale sembra un campo di guerra, devastato appena dopo la fine della battaglia. I piatti sporchi, le posate sparse, i bicchieri vuoti sono la testimonianza di quello che è successo, mentre sulle sedie e sulle poltrone intorno si alternano persone mezze addormentate ed altre che cercano impavidamente di mantenere viva la conversazione.

La frutta secca, il caffè e qualche amaro sono il tentativo estremo di risollevarsi e dare una risposta vera alla domanda che tutti si stanno facendo: perché abbiamo mangiato così tanto?

A casa mia, appena prima che la tombola prendesse il sopravvento e diventasse la vera protagonista della seconda parte del pomeriggio, c’era una specie di usanza che si ripeteva inesorabile ogni anno. Mio zio, una delle persone più taciturne e scorbutiche del mondo, si destava improvvisamente dal torpore nel quale viveva per sentenziare la frase che lo ha fatto passare alla storia: “Mettiamo le diapositive”.

Chi ha vissuto l’epoca d’oro degli anni ’80-’90 sa bene di cosa parlo: esisteva la possibilità di trasformare le fotografie in piccole tessere simili a dei negativi (le diapositive appunto) che inserite in un apposito macchinario potevano essere proiettate in grande su una parete o su un telo bianco. Una modalità di condivisone delle immagini macchinosa e antica, se pensiamo che oggigiorno le gallerie fotografiche ce le crea il nostro telefono senza che nemmeno glielo chiediamo e dai cellulari le possiamo mandare sulle smart tv in pochissimi istanti e con semplicità.

Ai tempi, per mettere le diapositive, mio zio e mio padre dovevano scendere in cantina, recuperare tutto il materiale che era chiuso in un paio di scatoloni, passare una buona mezz’ora ad imprecare perché non funzionava (o perché, visto che si usava una volta l’anno, ci si dimenticava come farla funzionare), tentare di trovare una parete abbastanza libera e bianca per proiettare, cercare invano di appendere un lenzuolo nel punto giusto, litigare perché le immagini non erano a fuoco e tutta un’altra serie di imprevisti che rendevano la scena tragica ma esilarante.

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Alla fine, dopo aver settato tutto, la macchina si accendeva e, con in sottofondo un costante rumore simile a quello di un aspirapolvere in lontananza, in qualche modo si guardavano le diapositive: devo dire che non era poi così male. Ogni anno ce n’era una cartuccia nuova, che significa una ventina di foto in più, e ogni anno si partiva da una cartuccia a caso, quasi sempre una in cui i miei nonni sembravano già vecchi ma avevano, che ne so, 50 anni. Mi ricordo che le diapositive avevano dei colori sempre molto caldi, che facevano sembrare gli inverni delle primavere e le estati delle estati, ma su Marte. C’erano una marea di capelli in più, quasi tutti molto cotonati, tantissimi calzini bianchi e molte giacche larghe con le spalline.

Non sempre tutti sorridevano in foto, perché ai tempi la foto era una sola e non la selezione accurata di infiniti scatti, ma anche questa era una particolarità importante. Nessuno infatti si dimenticherà mai la smorfia di mia nonna, fotografata proprio mentre tiene in mano mio cugino che ha appena fatto la popò, così come nessuno si dimenticherà di mio nonno che mi fa la linguaccia in risposta alla mia, che in realtà sto solo sentendo il mio primo dente che spunta.

Non so se questa cosa di mettere le diapositive si faccia ancora, quello che so è che non mi è più capitato di guardare le foto con la stessa curiosità che avevo in quei tempi. Ci sono alcuni ricordi nella mia memoria che sono più nitidi perché ho visto la foto che li rappresenta talmente tante volte che l’immagine stampata ha sostituito quella nella mia mente. E comunque, quando mettevamo le diapositive, erano tutti momenti felici, o almeno così li ho interiorizzati.

Mettere le diapositive nel 2023 ha senso? Ha senso in un’epoca di sovraesposizione mediatica come la nostra, riguardare immagini che erano già vecchie pochi secondi dopo essere state scattate? Io credo che le cose, alla fine, non abbiano un senso a priori, ma siano più o meno sensate per quello che noi pensiamo, o proviamo. Le diapositive avevano senso proprio per questo.

Ecco le nostre diapositive, una per ogni mese di questo 2023 bellissimo e dannato che Fatti di nuoto weekly ha passato, cercando di essere quello per cui è nato: un racconto puntuale ma ragionato del nuoto e anche una riflessione sullo sport e sul suo valore.

Gennaio      FINA vs ISL: il verdetto finale
Febbraio     Notti belle e notti in bianco
Marzo          Tanta roba poco valorizzata
Aprile          Dieci nomi da tenere d’occhio agli Assoluti, non i soliti
Maggio        E’ più importante l’uomo o l’atleta?
Giugno       In questo mondo esiste anche la bellezza
Luglio         Manca poco a Fukuoka
Agosto        Fukuoka 2023 in 10 hype
Settembre Talento
Ottobre      Il nuoto si è adagiato su se stesso
Novembre Dominio
Dicembre  Quattro nomi da Otopeni

See you… in 2024!

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Foto: Fabio Cetti | Corsia4