Phelps o Klæbo: una delle domande più stuzzicanti che ci ha lasciato in eredità Milano-Cortina.

E chi siamo noi di Fatti di nuoto per esimerci dal dare una risposta tanto definitiva quanto aleatoria?

Con le sei medaglie d’oro vinte su sei competizioni disputate ai Giochi Invernali di Milano-Cortina, il fondista norvegese Johannes Klæbo è diventato l’atleta Olimpico invernale più medagliato di sempre. Contemporaneamente, Klæbo ha scalato in maniera netta anche la classifica generale, salendo al secondo posto del medagliere all-time/all-sports, alle spalle del solo Michael Phelps.

Posto che Phelps è ancora inarrivabile per numero di ori e medaglie, in questi giorni si sono sprecati i paragoni tra i due, tanto da far sembrare naturale la domanda su chi sia, attualmente e potenzialmente, l’atleta olimpico più dominante di sempre. Proviamoci.

Medagliere

Johannes Klæbo è nato il 22 ottobre 1996 a Oslo, e si dice che vada sugli sci da fondo fin dall’età di due anni. Attualmente, alla soglia dei 30, è l’unico atleta in attività che vanta la doppia cifra di ori Olimpici, diventati 11 dopo i 6 di Milano-Cortina.

Nel medagliere, Klæbo ha superato un sestetto di olimpionici estivi che resta fermo a quota nove. Di questi, solo due sono ancora in attività, e sono entrambi nuotatori americani: Katie Ledecky e Caeleb Dressel. Nati rispettivamente nel 1997 e nel 1996, Ledecky e Dressel sono praticamente coetanei di Klæbo, e sembra che Los Angeles 2028 possa essere per loro l’ultima chiamata Olimpica. Dei due solo la regina del mezzofondo sembra poter essere in grado di vincere, nella migliore delle ipotesi, 2 o più medaglie d’oro e, quindi, pareggiare o superare Klaebo.

Sarebbe comunque un sorpasso momentaneo, perchè il norvegese ha sicuramente nelle gambe almeno un’altra Olimpiade da protagonista (e visto il dominio da lui esercitato sul suo sport, non ne escluderei un’altra ancora).

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Ipotizzando un 2030 da 6 ori, Klæbo si porterebbe a un totale di 17, “solo” 6 in meno di Phelps.

Anticipo le obiezioni e dico che:
A) è molto difficile prevedere un dominio così lungo in uno sport che ha sempre un bel ricambio generazionale, soprattutto nella Norvegia di cui Klæbo è massimo esponente,
B) è ancor più difficile è prevedere che lui stesso mantenga questi ritmi, così forsennati e inarrivabili, per altri due quadrienni.

Detto ciò, raggiungere quota 23, per Klæbo rimane uno scenario fantasioso, quasi fantastico, ma comunque possibile. E forse il primo a pensarci, quando sarà il momento, sarà proprio lui.

Prime e legacy

Se questa ultima ipotesi dovesse avverarsi, allora si potrebbe discutere anche su chi tra i due avrà la legacy più imponente, il lascito più ingombrante della storia dello sport. Per ora, possiamo provare a mettere a confronto i rispettivi prime sportivi, i picchi di prestazione raggiunti da Phelps a Pechino 2008 e da Klæbo a Milano-Cortina 2026.

Nelle Olimpiadi cinesi, Phelps era alla caccia del record di Mark Spitz: la sua settimana era stata quindi programmata scientemente, insieme a Bob Bowman, per il raggiungimento di quella che poi abbiamo scoperto essere la perfezione agonistica. Uno sforzo immane, fatto di batterie, semifinali e finali, di staffette e di arrivi al cardiopalma, che ha contribuito a scrivere una storia incredibile, della quale probabilmente si parlerà per altri cento anni. È vero che gli 8 ori di Phelps a Pechino sono anche figli della possibilità che il nuoto fornisce di vincere più medaglie (cosa che non dà, per esempio, il salto con l’asta), ma è altrettanto vero che le distanze in cui Phelps ha dominato, dalla velocità pura dei 100 farfalla ai 400 misti, sono molto diverse tra loro e richiedono una specializzazione spesso super selettiva.

In sintesi, se Phelps è l’icona dell’atleta moderno, anche più di Bolt o di Carl Lewis, un motivo ci sarà.

A Milano-Cortina, Johannes Klæbo ha vinto nell’ordine: Skiathlon (10 km tecnica classica + 10 km in tecnica libera), sprint individuale in tecnica classica, 10 km con partenza a intervalli in tecnica libera, staffetta e team sprint in tecnica libera e, infine, 50 km a tecnica classica. Anche a un occhio non esperto, l’impresa appare subito titanica. E infatti nessuno prima di lui l’aveva mai compiuta, sia per la differenza sostanziale tra tecniche di sciata, sia per lo sforzo fisico che ognuna di queste gare richiede.

In questo senso, l’impatto di Klæbo sullo sci di fondo è paragonabile a quello di Phelps sul nuoto: abbiamo tutti in mente le immagini del norvegese che scatta in salita al doppio della velocità dei rivali, o che arriva da solo al traguardo apparentemente sereno e sciolto, come se facesse meno fatica degli altri. Sappiamo bene quanta preparazione ci sia dietro prestazioni di questo genere, e i racconti di quanto maniacale sia Klæbo nella preparazione e nella cura dei dettagli sono già leggenda.

In questo senso, parliamo di atleti generazionali, che ispirano e ispireranno gli sportivi a venire, che saranno a lungo metro e miraggio di paragone per i loro eredi. Inoltre, allargando il discorso anche allo sport in generale, il modo in cui Klæbo sta permettendo al fondo di uscire dalla propria nicchia è simile a quello in cui Phelps ha fatto emergere il nuoto ai suoi tempi. L’ardua impresa di far diventare lo sci di fondo uno sport globale, da vedersi e magari praticarsi anche dove la neve è soltanto un miraggio, potrebbe non essere così lontana.

Analizzati i numeri e messe in fila le sensazioni, rimane comunque molto difficile stabilire chi sia il migliore. I gusti sono gusti: quali sono i vostri?

See you later!

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Foto: Sean on Unsplash